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Il fronte austroungarico Kurz-Orban si fa sempre più duro per i migranti

A Budapest il governo introduce il reato di “aiuto ai migranti” e la discriminazione religiosa tra i richiedenti asilo. L’Austria di Kurz invece vuole tagliare i sussidi agli stranieri che non sanno il tedesco. E ora che guiderà la Ue punta a ridiscutere la libertà di circolazione

Un migrante appena soccorso nel Meidterraneo. REUTERS/Jon Nazca
Un migrante appena soccorso nel Meidterraneo. REUTERS/Jon Nazca

Nuove barriere in vista sul fronte austroungarico per arginare le migrazioni, internazionali ed europee. È il sunto di quanto è emerso nei giorni scorsi a Budapest e a Vienna, lasciando intravvedere una decisa stretta sulla mobilità delle persone. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán introduce il reato di “aiuto ai migranti” per contrastare le migrazioni illegali. Vienna inaugura il giro di vite promesso dal governo di coalizione guidato dal Cancelliere Sebastian Kurz, introducendo la meritocrazia sull’accesso ai sussidi, anche per i rifugiati. In fine c’è Christian Strache, vice di Kurz, che propone di ridiscutere la libertà di circolazione in Ue.

L’Ungheria cristiana vieta di aiutare il prossimo

Per il leader di Fidesz, Viktor Orbán la questione migranti è da sempre un punto fermo. La storia recente è testimone dei suoi ripetuti tentativi di svincolare l’Ungheria – e di rimando il resto del Gruppo Visegrad per molti versi allineato – dai doveri condivisi a livello europeo in materia di gestione dei flussi migratori. La prova è giunta dopo la vittoria elettorale di Fidez dell’8 aprile e approdata a una legge passata dal parlamento magiaro in questi giorni. Si tratta della legge “Stop Soros”, nome riferito alla recente chiusura della sede ungherese della fondazione Open Society legata a George Soros, filantropo che sostiene le ong per i diritti umani e l'assistenza ai migranti.

In sintesi, la legge punisce come reato penale ogni aiuto offerto a quelli che il governo considera migranti illegali. Vale a dire chiunque entri in Ungheria senza essere preventivamente stato ammesso o senza essere registrato nelle liste dei richiedenti asilo. “Stop Soros” colpisce in particolare le diverse ong attive entro i confini ungheresi, ma interessa anche le iniziative private, quelle dei singoli cittadini interessati ad “aiutare il prossimo”, in linea con i principi di solidarietà cristiana tanto cari al nazionalista leader di Fidez.

Ed è proprio la “cristianità” un altro limite posto dal pacchetto di Orbán. Per vedere riconosciuto il diritto di asilo, ai richiedenti non basta fuggire da guerre, violenze o persecuzioni, ma servono anche altri requisiti. Lo determina una seconda legge inserita in “Stop Soros” volta a emendare la Costituzione magiara, sancendo il divieto di installare in Ungheria “popolazioni aliene” ai valori occidentali e di cristianità.

Leggi pesantemente criticate dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) che ha chiesto la loro immediata cancellazione, in quanto «limiterebbero in modo significativo la capacità delle organizzazioni umanitarie e delle singole persone di sostenere i richiedenti asilo e i rifugiati», privandoli di aiuti e servizi fondamentali.

Quella di Victor Orbán sembra la fase finale della stretta sui migranti iniziata a gennaio, quando l’Ungheria ha congelato i confini per chi cerca protezione internazionale, concedendo l’ingresso nel Paese a due soli richiedenti asilo al giorno. Ingresso permesso esclusivamente in due zone di transito sul confine serbo. Chi invece tenta di forzare il passaggio viene immediatamente cancellato dalle liste e perde il diritto di richiedere protezione in Ungheria.

Vienna taglia i sussidi

Nuove barriere anche dall’altra parte del confine ungherese, in Austria. Qui, lunedì il cancelliere Sebastian Kurz ha presentato una proposta di legge che prevede il taglio dei sussidi in danaro per immigrati e rifugiati, passando dagli 863 euro riconosciuti agli austriaci e ai meritevoli, ai 563 euro per chi non sarà in possesso delle conoscenze linguistiche minime.

Secondo il disegno di Kurz l’assegnazione del sostentamento potrebbe essere di tipo meritocratico, ponendo come base di valutazione la conoscenza della lingua tedesca, con livello minimo B1. «La regola fondamentale da noi introdotta è che il tedesco sarà la chiave di accesso per il sussidio pieno» ha commentato Kurz riferendo sulla riforma dello Stato sociale stabilita nell’accordo di coalizione siglato a dicembre tra il suo Partito del Popolo (Övp) e il Partito della Libertà (Fpö), formazione di estrema destra guidata da Christian Strache. Scelta che pone la linea austriaca in conflitto con le leggi dell’Unione europea per un trattamento paritario riservato a tutti i cittadini di uno Stato, inclusi i migranti.

Conti alla mano, la posta in palio per chi conosce il tedesco è di 863 euro di sussidio, in caso contrario ci sarà il taglio di 300 euro, arrivando a 563 euro, ma prevedendo decurtazioni ulteriori per situazioni specifiche o in aree geografiche particolari. Andrà peggio a chi non otterrà il riconoscimento dello status di rifugiato, o ai nuovi migranti in arrivo, tutti destinati a un limbo di cinque anni prima di richiedere il sussidio.

Kurz si è anche rivolto all’Ue chiedendo la modifica del mandato Frontex, affinché la polizia di frontiera possa operare sulle coste meridionali del Mediterraneo, e in accordo con Paesi terzi intervenire direttamente per impedire la partenza delle imbarcazioni cariche di migranti. Soluzione necessaria, secondo il cancelliere, per fermare i migranti ai confini esterni e qui offrire un primo soccorso, quindi inviarli direttamente al Paese di origine o di transito.

È evidente che Vienna sta sfidando l’Europa nel campo che più di ogni altro ha messo alla prova la tenuta dell’Unione: la gestione dei migranti. Questione che da tempo ha perso i caratteri della crisi (2015-2016) rivelandosi per quello che è in realtà, un problema di inconciliabilità politica.

Qui si infila la strategia austriaca, che innalzando un muro amministrativo risponde a tre necessità: tenere fede alla versione viennese del populismo reso celebre da Trump “gli austriaci prima”; inibire la permanenza e l’arrivo di migranti e richiedenti asilo in Austria; contenere i costi per i migranti ordinando la proposta di legge in un disegno complessivo di ridimensionamento delle uscite per lo Stato sociale. Questo a patto che la proposta di Kurz e Strache non sia cassata dalla Corte costituzionale.

Ma c’è di più, a fine aprile il governo austriaco ha annunciato la volontà di eseguire controlli obbligatori ai telefoni dei richiedenti protezione in Austria. Al momento della presentazione di una richiesta di asilo, i candidati dovranno consegnare i telefoni alle autorità, così da poter essere identificati e da accertare il Paese di origine e quelli di transito. Sulla carta questo permetterebbe a Vienna di individuare il Paese di primo ingresso in Europa, quindi, in base al Regolamento di Dublino, il richiedente potrà esservi trasferito.

Stando alle parole di Kurz, Vienna intende mettere l’Austria nelle condizioni di «combattere l’immigrazione illegale ma anche l’abuso del diritto di asilo». Ecco che controllare le informazioni contenute nei telefoni potrebbe anche facilitare la ricostruzione delle rotte seguite fino in Europa, individuando le reti di trafficanti attive dai Paesi di origine fino ai confini dell’Unione. Strategia condannata da Amnesty, convinta che controllare i telefoni costituisca una ingiustificata violazione della privacy. Rappresenta anche un trattamento generalizzato che contribuisce ad associare i migranti all’idea di minaccia per la sicurezza, contribuendo al senso collettivo di incertezza e di confusione in materia di migrazioni.

Ora la domanda da porsi è se queste misure anti-migranti siano funzionali al contenimento dell’esodo, o rispondano alla necessità di tenere fede alle promesse elettorali? Per capirlo prendiamo in aiuto i numeri. Nei primi mesi di quest’anno gli arrivi di nuovi richiedenti asilo in Austria sono stati circa quattromila, di gran lunga meno degli oltre 14mila registrati nello stesso periodo del 2016, quando la Rotta Balcanica funzionava a pieno regime. È evidente che la strategia della coalizione austriaca non risponde alla necessità di gestire i flussi migratori ormai ridotti al minimo, ma sembra avere valenza preventiva, se vogliamo dissuasiva a partire dalla riorganizzazione del sistema di gestione delle richieste di asilo.

Rivedere la mobilità interna all’Unione

Pur di riuscire, Vienna è intenzionata a portare la questione migranti sul piano europeo. Qui entra in gioco il vicecancelliere Christian Strache, convinto sia necessario ridiscutere i principi che regolano la libertà di circolazione di merci e persone nell’Ue. Il leader del Fpö ha recentemente espresso la volontà di rivedere il diritto di scegliere dove lavorare e vivere da parte dei cittadini europei. Diritto che rientra nel concetto di libertà di movimento da sempre considerato pilastro fondante dell’Ue, nonché elemento imprescindibile del mercato unico europeo.

L’argomentazione di Strache punta in particolare sui Paesi dell’ex blocco sovietico, evidenziando come dopo l’annessione, gran parte della loro forza lavoro giovane e istruita sia emigrata in cerca di occupazione all’estero, soprattutto nella parte occidentale dell’Unione. «Dobbiamo discutere apertamente che non è bene per lo sviluppo europeo portare via dai Paesi dell’Est il potenziale intellettuale e formato, in favore dell’Europa Occidentale» ha dichiarato il vicecancelliere austriaco, convinto questo porti all’ampliamento del divario esistete tra Est e Ovest in Europa.

Il punto di Strache riprende posizioni già viste in passato, quando altri membri dell’Unione si erano espressi per la revisione delle norme sulla libertà di circolazione. Tema centrale anche nel 2016, all’epoca della campagna per l'uscita del Regno Unito dall'Ue. Una voce tra tutte è stata quella dell’allora primo ministro inglese David Cameron, che alla vigilia del referendum sulla Brexit (giugno 2016) aveva esortato la cancelliera tedesca Angela Merkel a sostenere la revisione dei termini della libertà di movimento, quale ultima chance per evitare l’uscita. Eloquente anche il fatto che di recente Tony Blair sia passato dalla condanna aperta alla Brexit, al suggerire una revisione «complessiva» della libertà di circolazione in Europa come unico spiraglio per arrivare al possibile rientro dell’Inghilterra.

Quindi, se fino a oggi l’Ue ha chiuso le porte alla revisione della libertà di movimento, non resta che vedere cosa accadrà dal primo luglio, quando l’Austria di Kurz e Strache prenderà la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione. La volontà della coalizione Kurz-Strache è nota: durante la presidenza proverà a «riportare l’Ue sulla direzione giusta attraverso i suoi principi fondamentali». Per riuscirci l’Austria intende correggere alcuni errori di sviluppo commessi in precedenza, a partire proprio dalle migrazioni.

@EmaConfortin 

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