Orban punta sull'ossessione Soros per trionfare di nuovo

Il premier ungherese cerca un terzo mandato nelle elezioni di domenica. Per ottenerlo intensifica la retorica sull’immigrazione e le presunte trame del finanziere. Un segno anche della paura di perdere la maggioranza assoluta, in un’Ungheria resa inquieta dall’ascesa dei nuovi oligarchi orbaniani

Il primo ministro ungherese Viktor Orban durante la commemorazione del 15 marzo a Budapest. REUTERS/Marko Djurica
Il primo ministro ungherese Viktor Orban durante la commemorazione del 15 marzo a Budapest. REUTERS/Marko Djurica

Da uno degli ultimi discorsi di Viktor Orban: «Dobbiamo combattere contro candidati dell’opposizione che non sono i candidati dei loro partiti, ma di George Soros. La sua rete impiega duemila persone – potremmo persino chiamarli mercenari – che lavorano per la formazione di un governo che non è al servizio della gente. Dobbiamo lottare per proteggere l’Ungheria».

George Soros: sempre e solo lui. Negli ultimi due anni il finanziere americano di origini ungheresi è stato al centro di quasi ogni discorso del primo ministro, che domenica corre per il terzo mandato consecutivo, con buone possibilità di agguantarlo. Soros tramerebbe per trasformare l’Ungheria in un Paese di immigrazione. Pagherebbe i candidati dell’opposizione. E l’ateneo da lui fondato, la Central European University, sarebbe la centrale dove si pensa alla rivoluzione colorata anche in Ungheria.

Molte delle cose di cui il miliardario viene accusato non suonano credibili. E il grande spauracchio dell’immigrazione (islamica) evocato dall’uomo forte di Budapest non ha sbocchi concreti. L’Ungheria non è di certo una terra desiderata per chi lascia l’Africa o il Medio Oriente. Non ha salari adeguati, non ha un welfare sviluppato e non ha un sistema scolastico di alto livello.

Forse Viktor Orban, a forza di ripetere queste cose, è arrivato a crederci per davvero. Forse non gliene importa niente della verità. Ma sicuramente questo discorso, messaggio portante della sua lunga campagna elettorale, iniziata già dalla crisi dei rifugiati al confine serbo-ungherese nel 2015-2016, torna utile per coltivare quella strategia di polarizzazione che storicamente è nelle sue corde. In più, intercetta un bisogno di protezione avvertito dalla gente, oltre a mobilitare la base del partito (Fidesz) e l’elettorato delle regioni rurali: in pratica quasi tutta l’Ungheria, a parte Budapest e qualche altro centro industriale.

Nelle ultime settimane i toni si sono fatti inevitabilmente più intensi. Il 15 marzo, giornata di festa nazionale, in cui l’Ungheria commemora la rivolta anti-austriaca del 1848, Orban ha pronunciato un discorso durissimo. Oltre alle solite cose su Soros, sull’Ungheria della tradizione e quella dell’élitismo e sul pericolo immigratorio, è arrivato a minacciare una sorta di resa dei conti. «Siamo uomini placidi e mansueti, ma non significa che siamo anche dei polli. Chiederemo soddisfazioni morali, legali e politiche dopo le elezioni», ha affermato. Lo si apprende dal blog Live in Budapest, tenuto da Alessandro Grimaldi.

L’inasprimento dei toni potrebbe riflettere anche un certo nervosismo, dovuto alla possibilità che Fidesz non guadagni la maggioranza  assoluta dei seggi, come accaduto nel 2010 e nel 2014. Un pezzo dell’elettorato si è senz’altro stancato della fissazione per Soros e l’immigrazione.

Ma il principale fattore di disturbo è il sistema clientelare su cui si fonda il potere di Fidesz e di Orban. Una recente inchiesta del Financial  Times ha messo in luce che negli ultimi otto anni il primo ministro ungherese ha creato una nuova classe di oligarchi, redistribuendo tra loro risorse, spesso attingendo ai fondi europei.

Un esempio di questi nuovi ricchi, che hanno avuto ben più dei poveri, cui Orban ha concesso qualche iniezione di welfare e sconti sulle bollette, è Lorinc Meszaros. Fino a qualche anno fa era un tecnico per le caldaie. Poi è diventato sindaco di Felcsut, il villaggio di cui Orban è originario. Oggi controlla un piccolo impero che spazia dalle costruzioni al turismo, dall’agricoltura alla stampa. È al quinto posto nella graduatoria degli uomini più ricchi del Paese, e vince spesso bandi pubblici.

Un altro dei nuovi oligarchi è Istvan Tiborcz, il cognato di Orban. Tempo fa ha vinto un bando, finanziato con soldi europei, per modernizzare l’illuminazione notturna in molte città ungheresi. Poi ha venduto la società che aveva effettuato i lavori. Storie come queste dimostrano che, come dicono i critici di Orban, il primo ministro e il suo gruppo di fedelissimi hanno catturato lo Stato. Capita poi, nemmeno troppo di rado, che qualcuno sia implicato in qualche episodio di corruzione.

Un segnale di disaffezione è giunto da Hodmezovasarhely, centro abitato nel sud del Paese, dove da sempre vince Fidesz. A febbraio, quando si sono tenute le amministrative, la storia ha preso un altro verso. Il candidato del partito di Orban è stato sconfitto. Eppure, il fatto non va sovrastimato.

La debacle è dovuta alla strana alleanza sinistra-destra tra i partiti di opposizione e al pedigree del nuovo sindaco, un indipendente di destra, ex Fidesz. Situazione non replicabile a livello nazionale. Non ci sono personalità carismatiche da spendere non c’è chimica tra i tre poli del progressismo (socialisti, democratici e verdi-liberali) e Jobbik, partito nato estremista e spostatosi su posizioni più moderate, poiché di fatto scavalcato a destra da Fidesz.

Ciò nonostante, in alcuni collegi le forze progressiste hanno stretto degli accordi per far sì che si presenti un solo candidato e si eviti dispersione di voti. Il tutto per impedire a Orban di aggiudicarsi la super maggioranza. Ancora una volta. Sarà comunque difficile fermarlo.

@mat_tacconi 

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