Unhcr: in Libia 300mila sfollati. Le bandiere di Isis sventolano a Bengasi

Non si placa il dramma di profughi e sfollati in Libia. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) sono quasi 300mila gli sfollati nel Paese. L'inasprirsi del conflitto tra gruppi armati rivali in molte aree del Paese ha costretto un numero crescente di persone alla fuga.

 

L'Unhcr stima che al momento ci siano 287 mila sfollati in 29 città e villaggi, ma la principale area interessata è situata alla periferia di Tripoli, a Warshefana, dove i combattimenti hanno spinto circa 100 mila persone a fuggire nelle ultime tre settimane. La maggior parte degli sfollati vive presso famiglie del luogo, ma le capacità di accoglienza delle comunità locali sono ridotte e gli sforzi d'assistenza sono ostacolati da un accesso limitato per gli operatori umanitari alle città colpite dagli scontri.

Tra guerra civile e crisi alimentare

Secondo l’Unhcr, la detenzione di rifugiati e migranti ha spinto molti a «mettere la propria vita nelle mani dei trafficanti per cercare di arrivare in Europa». Degli oltre 165 mila rifugiati arrivati sulle coste europee finora nel corso dell'anno, la maggioranza è partita dalla Libia e di questi il 48% sono siriani ed eritrei. E così il Mediterraneo continua a restituire i corpi delle vittime dei naufragi delle ultime settimane. Nei giorni scorsi, decine di cadaveri di migranti sono arrivati sulla terraferma in una zona a ovest di Tripoli. Lo riferisce Rami Abdo, dell'Osservatorio euro-mediterraneo per i diritti umani.

Il grave scontro tra milizie filo-islamiste, che riconoscono il parlamento di Tripoli, e quelle filo-governative, vicine all’ex generale Khalifa Haftar, ha esacerbato anche i gravi problemi economici ed infrastrutturali che dilaniano il Paese. La crisi ha determinato un forte aumento dei prezzi dei prodotti alimentari.

Le bandiere dello Stato islamico a Derna

Non solo, le bandiere dei jihadisti dello Stato islamico sventovano la scorsa settimana a Derna, a est di Bengasi. I pickup armati e la bandiera nera issata in città ricordano che qui, dallo scorso luglio, è stato proclamato un Emirato dai radicali di Ansar al-Sharia. Derna è considerata da sempre una roccaforte dell'estremismo jihadista. Lo scorso agosto è tornata alla ribalta della cronaca per la barbara esecuzione pubblica di un cittadino egiziano, accusato di omicidio: venne giustiziato in un campo di calcio, tra gli applausi della folla mentre i miliziani con le bandiere nere presidiavano la scena. Raid aerei dei miliziani filo-Haftar hanno centrato alcuni depositi di armi di Ansar al Sharia a Bengasi.

A sud di Tripoli invece sono ripresi violenti gli scontri tra le milizie di Misurata e i Werchafana, accusati in passato di essere nostalgici di Gheddafi. Ansar al-Sharia è composta da molti reduci dall’Iraq o dall’Afghanistan. Questa formazione fa occupazione territoriale: in una zona dove lo stato non arriva, Ansar al-Sharia costruisce ospedali, fa beneficenza. Questo gli dà il supporto della popolazione, ma solo in parte: la sua presenza a Bengasi è controversa e ci sono state anche manifestazioni molto partecipate, per protestare contro il loro modo di agire, di imporre posti di blocco e controlli di polizia.

Al-Thinni al Cairo

Per discutere dell’inasprirsi della crisi, il premier del parlamento di Tobruk, eletto nel giugno scorso con scarsa partecipazione e contestato dai parlamentari islamisti asserragliati nel parlamento di Tripoli, il premier Abdallah al-Thinni ha incontrato il presidente Abdel Fattah al-Sisi. L’Egitto ha un ruolo centrale nel sostenere le milizie filo-Haftar contro gli islamisti di Tripoli. Nei giorni scorsi i miliziani libici hanno rilasciato 160 camionisti egiziani rapiti nove giorni fa ad Ajdabiya, a sud di Bengasi, nella Libia nord-orientale. L'obiettivo dei rapitori era quello di fare pressioni sulle autorità egiziane per ottenere il rilascio dei libici detenuti nelle loro carceri. Una fonte libica ha sostenuto che le autorità egiziane hanno accettato uno scambio con alcuni libici in carcere e di migliorare le condizioni di detenzione. La vicenda aveva tenuto per ore chiuso il valico di Falloum tra Egitto e Libia uno dei passaggi più usati dai contrabbandieri per il traffico di armi.

 

 

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