eastwest challenge banner leaderboard

MIA ed emigranti americani in Urss fra memoria e libertà di ricerca

“I nostri archivi mostrano che alcuni di questi soldati furono trasferiti nel territorio dell'ex Urss e tenuti in campi di lavoro non abbiamo dati completi e possiamo immaginare che alcuni di essi possano essere ancora vivi'' dichiara Boris Elstin ad appena pochi mesi dalla dissoluzione dell'Urss. Verità o un'abile mossa orchestrata per allacciare una solida amicizia con l'ex nemico americano?

Il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e il Presidente russo Boris Yeltsin, New York, 23 ottobre 1995.
Il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e il Presidente russo Boris Yeltsin, New York, 23 ottobre 1995.

Il primo presidente della Russia post sovietica è oggi ricordato per i suoi eccessi, per le scenette al limite del ridicolo durante le visite ufficiali e per aver impegnato inesperti fanti di leva nella sanguinosa guerra cecena del 1994. Elementi che, forse, basterebbero a non prendere come attendibili le sue parole sui MIA – Missin In Action. Forse...

Al di là del giudizio storico e umano sulla persona, infatti, nel corso della visita a Washington del giugno 1992 Elstin richiama l'attenzione del mondo sulla sorte di migliaia di americani, militari e non, che fra il 1945 e gli anni Settanta del Novecento scomparvero dalla circolazione nei teatri di guerra (e spionistici) in cui erano contrapposti regimi comunisti e Occidente. E non si tratta di bazzeccole propagandistiche, né di revisionismo. E' tutto vero e ben documentato sia dagli americani, sia dai sovietici. Nomi e storie di disperati finiti nei campi di internamento riempiono interi fascicoli degli archivi sovietici, pertanto il problema di familiari e commissioni d'inchiesta non è il sapere dovere cercare, semmai fino a quando le autorità russe permetteranno di scavare nel passato.

D'altronde, i 17. 075. 400 kmq dell'Urss sono stati segnati da drammi e tragedie, da Vladivostok al Mar Nero. Un caso eclatante, quello degli emigranti americani.

Sei anni fa l'autore della BBC e ricercatore Tim Tzouliadis pubblica "I dimenticati. Storia degli americani che credettero a Stalin" (Longanesi, 2010), accurato studio dedicato all'emigrazione statunitense a Est nel periodo della Grande depressione.

Inseguito al crollo della Borsa di Wall Street e alla crisi dei mercati internazionali, incoraggiati dall' Amtorg Trading Corporation (ufficio commerciale sovietico di New York), cinquantamila cittadini americani si imbarcarono per Odessa, Murmansk e per altri porti russi nella speranza di trovare opportunità.

In fondo, in un contesto di generale crisi economica e occupazionale, la crescente richiesta sovietica di manodopera specializzata era interpretata ad Ovest come segno che il socialismo reale stesse dando buoni frutti.

Il libro di Tzouliadis è un saggio che si legge come un romanzo... del Terrore, con la T maiuscola: i suoi protagonisti, Victor Herman, Alexander Dolgun, Thomas Sgovio, Robert Robinson e gli altri statunitensi giunti sulle sponde della Moscova sono le vittime sacrificali delle repressioni staliniste del 1937-39, inghiottite con altre milioni di persone nel Gulag, strumento di repressione (e di sfruttamento dei manodopera gratuita) fra i più terribili della Storia dell'uomo.

I figli degli americani emigrati in Russia subiscono trattamento simile a quello dei padri; i nipoti, invece, nascono all'ombra della bandiera americana quando, in epoca Krushev, gli ultimi sopravvissuti di quella singolare ondata migratoria finalmente riescono a tornare in patria. Nel frattempo, nuovi sventurati dalla West e dalla East Coast fanno il loro viaggio verso i campi di internamento della Siberia e dell'Asia centrale: sono i soldati e gli ufficiali che prestano servizio in Corea.

“Il 30 Novembre 1950 Griffiths era membro del comando del 38^ Battaglione artiglieria campale della II Divisione di fanteria, quando fu dichiarato disperso in azione nei pressi di Somin-dong, Corea del Nord” è quanto riporta una nota della Defense POW/MIA Accounting Agency, datata 27 ottobre 2016. Tramite gli esami del DNA, l'agenzia governativa americana ha appurato che un cadavero riesumato nel 2013 sia, a tutti gli effetti, il maggiore John D. Griffiths, del quale si erano perse le tracce da 66 anni. Un nome rispuntato fuori dal nulla, perché ancora oggi è difficile individuare luogo di sepoltura (o di residenza o di detenzione) dei cittadini americani finiti nelle mani della polizia segreta sovietica dal 1929 in poi. D'altronde, la prassi dell'arresto e dell'internamento degli statunitensi, anche nelle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale, è lamentata dallo stesso Presidente Franklyn Delano Roosevelt in una lettera a Stalin del 1945:

“Ho informazioni che reputo concrete e affidabili secondo cui un numero molto consistente di americani ammalati e feriti si trova negli ospedali della Polonia (…) Questo governo ha fatto di tutto per soddisfare ogni vostra domanda: ora sono io a richiedere il vostro appoggio per questa specifica faccenda”. (da I dimenticati, Tim Tzouliadis, Longanesi 2010, pp. 309-310)

La risposta del dittatore sovietico è vaga e restringe il campo della richiesta alla volontà dei generali russi i quali, secondo Stalin, non amano interferenze esterne al fronte.

Ma la situazione degli ammalati di cui parla Roosevelt non sfugge all'addetto militare USA all'Ambasciata di Mosca, generale John Deane che nella sua autobiografia definisce i prigionieri americani “bottino di guerra dei russi” che “possono essere derubati, maltrattati e affamati”.

Un trattamento simile spetta pure ai piloti delle fortezze volanti che martellano il Giappone, nel caso in cui siano costretti ad un atterraggio di emergenza in Urss (Mosca aprirà le ostilità con Tokyo solo nell'agosto 1945): malgrado l'alleanza, nonostante i cospicui aiuti del programma Lend-Lease, gli equipaggi sono immediatamente internati e gli aerei requisiti neanche si tratti di aviatori germanici.

E che ufficiali dell'aeronautica statunitense siano sparsi in prigioni ed ospedali dell'Unione, lo testimoniano gli ex nemici giapponesi e tedeschi che, rimpatriati negli Anni '50, si rivolgono alle ambasciate americane in Europa e in Asia per segnalare la presenza di militari yankee orte cortina.

E' chiaro, nella Russia di Putin che cerca di ritrovare una propria posizione ed un proprio ruolo nello scacchiere internazionale, il riemergere delle storie appena narrate può essere motivo di imbarazzo per le autorità russe; inoltre, è lo stesso Tzouliadis a ricordare che fu Elstin a porre il vincolo di segretezza sugli Archivi privati di Stalin durante il suo mandato.

Eppure, gli archivi dell'ex Unione Sovietica continuano ad essere visitati da ricercatori stranieri, come la dottoressa Leila Tavi, PhD alla Universitaet Wien e all'Università degli Studi di Roma Tre, secondo la quale: “non è mai stata intrapresa alcuna iniziativa ai danni di ricercatori esteri, semmai c'è stato rigore in alcuni casi, come in quello di uno studioso nipponico che, alcuni anni fa, entrò in Russia con passaporto turistico per poi tentare di accedere ad un archivio. Richiesta negata”.

Rigore nell'accettare e nel vagliare le richieste di studio, ma non ostracismo:

“Il fatto che di fronte alla Lubijanka ci sia il monumento delle vittime del Gulag; l'esistenza, in Russia e non solo, dell'Associazione Memorial, la pubblicistica sono elementi sufficienti a considerare che, seppure attenti all'immagine e al nome del proprio paese, i russi non hanno alcunché in contrario allo studio della Storia sovietica. Nemica degli storici potrebbe, invece, essere la burocrazia degli enti che gestiscono patrimoni documentali ministeriali, problema talvolta aggirato rivolgendosi agli archivi degli ex paesi del Patto di Varsavia”.

Malgrado molte strutture del Glavnoe upravlenie ispravitelno-trudovych lagerej (Gulag) siano oggi dimenticate, marcescenti e in decadenza, la memoria è tenuta viva dal lavoro e dalla volontà di accademici e giornalisti locali e stranieri; pertanto, il disinteresse e la memoria corta appaiono essere l'unico, vero nemico della ricerca storica sia in Russia sia nel resto del mondo.

@marco_petrelli

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA