La rivolta dei moderati contro Trump scuote i Repubblicani

Il Senatore Flake rinuncia a candidarsi e lancia un drammatico appello ai compagni di partito. Prima di lui, si erano schierati i pesi massimi John Mc Cain, Bob Corker e George W. Bush. La resa dei conti con la destra dura potrebbe favorire i democrat nelle elezioni del 2018

Il senatore dell’Arizona Jeff Flake parla con i giornalisti dopo aver annunciato che non si candiderà alle primarie repubblicane. REUTERS/Joshua Roberts
Il senatore dell’Arizona Jeff Flake parla con i giornalisti dopo aver annunciato che non si candiderà alle primarie repubblicane. REUTERS/Joshua Roberts

«Il punto cruciale è questo: la strada che dovrei compiere per vincere le primarie repubblicane e ottenere la nomination del mio partito è una strada che non sono disposto a percorrere, che non potrei percorrere con la coscienza limpida… Mi si chiederebbe di assumere posizioni con cui non sono d’accordo in materia di commercio internazionale e immigrazione, e mi richiederebbe di tacere su comportamenti che non posso che condannare». Il senatore dell’Arizona Jeff Flake, ha annunciato in Senato che non cercherà di essere rieletto allo scadere del suo mandato - l’anno prossimo: il suo è uno dei seggi del Senato, un terzo, che viene eletto al midterm del 2018.

I comportamenti a cui fa riferimento Flake e le posizioni con le quali non concorda sono quelle della Casa Bianca e del suo inquilino Donald Trump. Con il presidente, Flake ha avuto scambi piuttosto duri e, nei mesi scorsi, dopo aver scritto un libro sull’anima perduta del conservatorismo in gran segreto (Conscience of a conservative, la coscienza di un conservatore), si è parlato molto di lui proprio per le critiche avanzate alla natura della presidenza e del partito del quale fa parte.

Quello di Flake è da un lato un richiamo ai valori dei conservatori, dall’altro un appello al ritorno di una modalità della politica che è quella che in Congresso è l’unica ad aver prodotto risultati: ci si siede al tavolo con gli avversari o con la presidenza avversaria, si discute, si cercano soluzioni condivise. Una modalità che produce spesso compromessi un po’ ibridi e che impedisce di affrontare alcune questioni (non a caso Obama ha fatto approvare la riforma sanitaria usando il randello di Nancy Pelosi, Joe Biden e Rahm Emmanuel sulla sua maggioranza timorosa nel 2008), ma che consente alle istituzioni di lavorare. Da otto anni a questa parte, dall’elezione di Obama, i repubblicani hanno invece scelto di bloccare ogni iniziativa imposta dal presidente democratico, e questa scelta ha reso il clima a Washington irrespirabile. I toni usati per giustificare quel muro contro muro, hanno contribuito a consegnare il Grand Old Party all’ala più dura, conservatrice e cinica del partito. E a creare Donald Trump.

Dopo gli scontri con il presidente e sotto il tiro dei media conservatori, non ultimo Breibart News, diretto dall’ex stratega di Trump Steve Bannon, Flake era a rischio di perdere le primarie contro Kelli Ward (per cui Bannon sta facendo campagna elettorale). Con la decisione di farsi da parte, è il sottinteso della frase con cui si apre questo articolo, potrà dire quel che pensa e giocare le proprie carte contro la crociata di Bannon e compagni. La destra repubblicana è al lavoro per impallinare alle primarie tutti i rappresentanti e senatori non abbastanza allineati e fedeli al presidente, un compito facile perché alle primarie di partito statali in anno di midterm partecipano soprattutto i militanti, e quindi, più spesso, i più ideologici tra gli elettori.

Togliendosi di torno, Flake potrà dire quel che pensa e mettere in guardia dai pericoli che il Paese corre sotto la guida di un presidente umorale e privo una visione di medio termine senza correre il rischio di perdere le primarie. «Non possiamo rubricare come normale il continuo ed erratico minare dei nostri ideali e principi democratici… il silenzio in politica ci fa complici, ma io ho figli e nipoti a cui rispondere» ha detto Flake nel suo discorso, i cui concetti ha poi ripetuto in decine di interviste a giornali, radio e Tv. La scelta di parlare in aula del proprio ritiro, così come il numero di interviste, indica che la volontà è proprio quella di farsi sentire il più possibile.

Flake non è il primo repubblicano a usare questi toni: un giorno prima, intervistato nei corridoi del Senato, Bob Corker, senatore del Tennessee e presidente della Commissione esteri della Camera, ha detto che il presidente è un bugiardo («ma a casa non usiamo la parola liar, quindi dirò non veritiero»), che si è pentito di averlo sostenuto e non lo rifarebbe e che non gli piace troppo l’idea che una persona dal carattere tanto iracondo abbia vicino a sé la nuclear football, così come è soprannominata la valigetta con i codici nucleari. Il litigio via etere e twitter tra Trump e Corker va avanti da settimane. Il presidente ha attaccato il senatore con dei tweet sostenendo che ha appoggiato l’accordo con l’Iran (falso, ha votato contro), che non è riuscito a farsi eleggere a una carica nel suo Stato (falso, si tratta di una carica per la quale si viene nominati) e che ha cercato di affossare la riforma del sistema fiscale in discussione proprio al Senato (falso, Corker è tra coloro che hanno lavorato a una mediazione che per adesso ha la maggioranza). Come Flake, Corker decide di farsi da parte perché non si sente più a casa. E perché preferisce uscire di scena per conto suo che non farsi togliere lo scalpo, come ha invece detto un collaboratore di Steve Bannon parlando del suo ritiro dalla scena politica.

Tra i repubblicani, vecchi e nuovi che parlano di Trump, in questi giorni possiamo anche elencare John McCain e George W. Bush. Ma cosa significano questi passi indietro e questi scontri per il partito repubblicano? Certo, che l’ala trumpiana e quella conservatrice, religiosa e un po’ razzista del Segretario alla Giustizia Sessions e del vicepresidente Pence sono al comando e che probabilmente abbatteranno uno a uno i moderati che partecipano alle primarie.

E che chi parla contro il presidente ha come unica strada quella di farsi da parte tranne in rari casi in cui l'elettorato repubblicano è prevalentemente moderato. La maggioranza degli eletti ha infatti evitato di criticare Trump su qualsiasi cosa, meglio voltarsi dall'altra parte fischiettando piuttosto che rischiare la decapitazione. Oltre a coloro che criticano esplicitamente il presidente, c'è l'ala convinta di poterlo sottrarre all'influenza di personaggi come Bannon e Miller (a cui si deve la prima versione del Muslim ban, attuale speechwriter non ufficiale del presidente). Gli alleati del leader del Senato McConnell puntano a fare la guerra a quelle ideologie sfidando alle primarie i personaggi più estremi, attaccandone il loro legame con le figure più oscure dell'amministrazione. La speranza è quella di consegnare il presidente ai generali che gli siedono intorno e al Segretario di Stato Rex Tillerson. La verità è che il Presidente oscilla tra questi due poli interni alla sua amministrazione in maniera casuale e difficilmente sceglierà.

Nel passato recente è già successo in varie occasioni con numerosi cadaveri eccellenti: lo speaker della Camera Eric Cantor venne battuto dal conservatore Bart nel 2014 (mai successo prima a uno speaker) e nelle scorse settimane le primarie per il seggio dell’Alabama sono state vinte dall’improbabile e ultraconservatore Roy Moore. L’idea è: se abbiamo vinto la presidenza con le nostre idee e posizioni, possiamo mantenere la maggioranza in Congresso anche spostandoci ulteriormente a destra. Sarà davvero così? In alcuni casi, in alcuni distretti e seggi, non è affatto detto. Flake e Corker sono due figure rispettate e il primo è un conservatore tradizionale dal pedigree immacolato e se loro e altri continueranno a parlare in questo modo del presidente, l’elettorato indipendente, una fetta crescente, potrebbe scegliere di volgere le spalle ai repubblicani nonostante non sia un elettore democratico. Se il partito di opposizione sapesse giocare bene le sue carte, nominando dei moderati in contesti territoriali moderati e dei populisti liberal in contesti dove è stata la rabbia sociale e non il conservatorismo a far vincere Trump, il partito repubblicano potrebbe trovarsi nei guai. Anzi, a dire il vero nei guai c’è già: è diviso e lacerato come nemmeno i democratici riescono a essere.

@minomazz

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