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L'offensiva Usa anti-Iran mette nel mirino anche il Libano

Il piano di Pompeo punta a colpire tutti gli alleati regionali dell’Iran. Le prime sanzioni sono già arrivate. Nel mirino c’è anche Hezbollah. E l’impatto economico e politico di un attacco contro il Partito di Dio rischia di far vacillare la stabilità del Paese

Una donna cammina accanto a un'immagine della campagna elettorale di Saad al-Hariri a Beirut. REUTERS/Jamal Saidi
Una donna cammina accanto a un'immagine della campagna elettorale di Saad al-Hariri a Beirut. REUTERS/Jamal Saidi

Beirut - La pressione di Washington su Teheran aumenta. Non sono passate neanche tre settimane dall’annuncio di Trump sul ritiro Usa dall'accordo nucleare con l'Iran (Jcpoa) che il segretario al Tesoro Steven Mnuchin, prima, e il nuovo segretario di stato Mike Pompeo, poi, hanno cominciato a mettere in pratica le parole del presidente.

L’ultimo evento in ordine temporale sono le dichiarazioni rilasciate dal segretario di Stato  davanti al pubblico dell’Heritage Foundation il 21 maggio. Se l’Iran non cambia corso ci saranno le «sanzioni più dure della storia», le parole di Mike Pompeo che ha dettato poi una lista di 12 punti per evitare i provvedimenti e ritrovare gli Stati Uniti ai tavoli del Jcpoa.

La proposta del segretario di Stato ha le fattezze di un ultimatum di guerra più che di una reale mano tesa verso la riapertura dei colloqui. E mette nel mirino il ruolo dell’Iran nella regione e il sostegno ai suoi alleati in Iraq, Afganistan, Libano, Palestina e Yemen.  

Il piano Usa  è teso a colpire tutti gli alleati iraniani in Medio Oriente. Nei 12 punti esposti da Pompeo, 5 fanno riferimento ai gruppi vicini a Teheran. In particolare Pompeo cita: Hezbollah, Hamas, Jihad islamica Palestinese, milizie sciite irachene, Houthi, la presenza iraniana in Siria, Talebani e Al Qaeda.

Un assaggio delle prossime mosse di Washington in questo senso è arrivato il 15 maggio, quando Steven Mnuchin, segretario del Tesoro, ha annunciato sanzioni personali a Valiollah Seif, governatore Banca Centrale, ad Ali Tarzali, direttore dipartimento internazionale Banca Centrael, e a Aras Habib, presidente Banca islamica Al-Bilad, accusati di essere il tramite attraverso cui il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica trasferiscono finanziamenti a Hezbollah e ad altri gruppi vicini all’Iran nell’area.

Sanzioni che non sono una vera e propria novità. Non è la prima volta infatti che gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati del Golfo, in particolare Arabia Saudita e Eau, si muovono per colpire individui che hanno presunti legami con Teheran.

Il 2 febbraio, il dipartimento del Tesoro americano ha reso noto di aver sanzionato 6 persone e 7 società legate ad Hezbollah, in Ghana e Liberia, mentre nel giugno 2017 l’amministrazione Usa implementava la legge conosciuta con l’acronimo Hifpa, introdotta da Obama nel 2015, per contrastare i mezzi finanziari del Partito-milizia libanese. Per completare il quadro, composto da numerosi tasselli, la Casa Bianca, luglio 2017, ha sanzionato 18 enti o individui accusati di fornire finanziamenti illeciti a Hamas, Hezbollah e alla Jihad islamica Palestinese.

L’asse Washington-Tel Aviv-Riyad è sempre più solido. E in Libano, oltre agli effetti dannosi di ulteriori sanzioni contro uno dei partiti più importanti del Paese e quindi alle eventuali ricadute sulla già disastrata economia della nazione, l’agenda Usa corrisponde perfettamente a quella israeliana.

Il governo Netanyahu non ha mai fatto segreto di considerare la milizia sciita il pericolo numero uno ai suoi confini. E l'attacco Usa a Hezbollah  può regalare un vantaggio tattico all'alleato israeliano. Da tenere in considerazione anche le parole del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres che pochi giorni fa ha criticato l’operato del Partito di Dio, esortandolo a fermare le operazioni militari all’interno e all’esterno del Libano.

Lunedì durante un rapporto al Consiglio di Sicurezza, Guterres ha anche invitato il governo libanese a «prendere tutte le misure necessarie per vietare a Hezbollah e ad altri gruppi armati di acquisire armi e costruire capacità paramilitari al di fuori dell'autorità dello Stato». Il segretario ha poi fatto riferimento alla risoluzione del 2004 che ordinava a tutte le milizie libanesi di disarmarsi. Parole che arrivano quasi in contemporanea con l’ennesimo volo illegale, testimoniato da una foto, sopra lo spazio aereo libanese di un F-35 israeliano.

Intanto a Beirut la situazione post elezioni apparentemente non sembra essere turbata dalle parole di Pompeo. I lavori del parlamento continuano. Il 23 maggio la nuova Assemblea Nazionale ha confermato come proprio presidente Nabih Berri, leader di Amal, mentre la formazione del nuovo governo non prevede stravolgimenti. La nomina di Berri è stata votata anche dal Partito Futuro di Saad Hariri, che adesso si trova davanti alla formazione di un nuovo esecutivo.

Le consultazioni che il presidente Aoun ha avviato in questi giorni con i partiti dell’Assemblea hanno consegnato la fiducia all’attuale primo ministro per formare il nuovo esecutivo. L’ufficio del presidente Aoun ha confermato che Hariri ha ricevuto 111 preferenze su 128.. Il piccolo Paese levantino ricomincia da dove aveva concluso. Primo punto sull’agenda, far ripartire la crescita, spingendo l’economia fuori dalle paludi in cui verte dal 2012. Debito pubblico, sistema creditizio e aumento degli stipendi pubblici sono sul tavolo di Hariri da mesi. Alcuni provvedimenti sono già stati presi e nel 2017 il Libano è riuscito dopo 12 anni a votare anche una legge di bilancio.

Ma sotto la superficie le parole del segretario di Stato Usa intimoriscono Beirut non solo per le ricadute economiche, ma anche per gli aspetti politici. Hezbollah, più volte colpito dagli americani, fa parte integrante, come ha ricordato lo stesso presidente Micheal Aoun poco meno di un anno fa, del tessuto libanese.

Colpire Hezbollah è colpire il Libano e la sua fragile, ma duratura stabilità interna. E mentre il 25 maggio il Paese festeggia la liberazione del Sud, il Partito di Dio, il protagonista di quella guerra, si trova a gestire tramite le sue alleanze le prossime scelte istituzionali dell’Assemblea Nazionale. Molto del futuro dipenderà dall’indipendenza politica di Saad Hariri dall’Arabia Saudita.

Solo pochi mesi fa il primo ministro libanese si dimetteva in diretta televisiva da Riyad, ancora oscuri i motivi e il contesto del gesto, scatenando un fuggi fuggi degli investitori e una perdita di leadership agli occhi del mondo non indifferente. Oggi Hariri, nonostante il ridimensionamento del voto, è sempre di più l’ago della bilancia del Paese. Ma solo un Libano compatto tra le sue confessioni o un Libano stabile negli obiettivi dei suoi partner stranieri può rispondere alle sfide esterne.

@LemmiDavide

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