L'Uzbekistan sbarca sui mercati e lancia l'unione degli Stan post-sovietici

Con l’aiuto della statunitense Citigroup, Tashkent si prepara a varare i suo primi bond. E conferma così l’inedita apertura al mondo del presidente Mirziyoyev, promotore di un nuovo protagonismo dell’Asia Centrale. Ma non sarà facile emanciparsi dalla tutela di Mosca e Pechino

La sede della Banca centrale a Tashkent, in Uzbekistan, 4 settembre 2017. REUTERS / Mukhammadsharif Mamatkulov
La sede della Banca centrale a Tashkent, in Uzbekistan, 4 settembre 2017. REUTERS / Mukhammadsharif Mamatkulov

La finanza internazionale, costantemente alla ricerca di nuovi mercati da esplorare e di innovative fonti di rendimento, potrebbe ulteriormente allargare il proprio raggio d’azione all’Asia Centrale.

Dopo l’emissione da parte del Tagikistan, lo scorso settembre, di bond governativi decennali per un valore complessivo pari a 500 milioni di dollari e con il Kazakistan che sta già ampiamente percorrendo questa strada, l’Uzbekistan starebbe valutando la possibilità di intraprendere un’iniziativa analoga.

Il Paese ha infatti delineato con la statunitense Citigroup un piano che potrebbe portare al lancio sul mercato di obbligazioni sovrane pari a 300 milioni di dollari. Si tratterebbe della prima iniziativa di questo tipo per la Repubblica centro asiatica – la più popolosa e l’unica a confinare con tutti gli altri stan dell’area -.

Aldilà degli aspetti prettamente finanziari di una tale decisione, essa risulterebbe rilevante dal punto di vista geopolitico soprattutto sulla base del grado di apprezzamento registrato a livello internazionale. Questa potenziale cartina di tornasole servirebbe a Shavkat Mirziyoyev, Presidente dell’Uzbekistan a partire dalla scomparsa di Islam Karimov nel settembre 2016, per soppesare il giudizio circa i suoi sforzi in termini di apertura internazionale del Paese.

Dalla sua salita al potere, infatti, il leader uzbeco ha profondamente modificato il tradizionale approccio di Tashkent alle relazioni internazionali, storicamente caratterizzato da chiusura verso l’esterno, in particolar modo relativamente alla dimensione regionale. Sulla base della necessità di migliorare il quadro economico interno nel breve-medio periodo, principalmente in termini di capacità di attrarre investimenti esteri e di affrancare il Paese dalla relativa dipendenza dalle rimesse estere, peraltro in costante calo, Mirziyoyev sta operando sia in chiave domestica che esterna su questo fronte.

Internamente, negli ultimi mesi, sono state introdotte misure come la svalutazione di quasi il 100% rispetto al dollaro del Som operata a inizio settembre 2017 e l’adozione di meccanismi di mercato per determinare il tasso di cambio della valuta nazionale in relazione alle valute estere. A livello regionale, invece, i suoi sforzi hanno fino ad ora portato al miglioramento delle relazioni con gli attori confinanti – storicamente molto tesi per quanto riguarda il Tagikistan e il Kirghizistan – e alla conclusione di importanti accordi commerciali, sulla definizione dei confini e in termini di facilitazione degli spostamenti di merci e persone tra le varie Repubbliche dell’area.

In sostanza, Mirziyoyev a livello strategico persegue gli stessi obiettivi che erano propri di Karimov – stabilità interna e persistenza del regime di Tashkent – ma a livello tattico pare aver compreso che un’accresciuta connettività regionale non potrà che portare benefici economici e sociali al paese e ai suoi oltre 30 milioni di cittadini.

Il nuovo clima di cooperazione favorito da Mirziyoyev in Asia Centrale – regione tradizionalmente caratterizzata da diffidenza reciproca e rapporti al limite del conflittuale – è sfociato in una recente conferenza multilaterale, dall’elevatissimo valore simbolico, che ha visto la partecipazione di tutti i leader centro asiatici (ad esclusione del Presidente turkmeno, che ha comunque inviato una corposa delegazione). Il consesso, ospitato dal Kazakistan, non si è concluso con impegni concreti e vincolanti presi dalle cinque Repubbliche ma, nonostante il leader kazaco Nazarbaev non abbia mancato di sottolineare la sua natura meramente consultiva, significativo è il fatto che esso si sia svolto in assenza della Russia, vero convitato di pietra di quanto si muove in Asia Centrale - il suo near abroad -.

Alla luce di queste inedita dinamica, alcuni osservatori internazionali hanno iniziato a vedere come probabile la nascita di un regionalismo centro asiatico. Si tratta di uno scenario plausibile? La risposta è positiva, anche se non mancano numerosi “ma”. I due più ingombranti sono legati rispettivamente alla sfera interna e a quella esterna alla realtà uzbeca.

Posto che Mirziyoyev è stato l’iniziatore di questo riavvicinamento infra-regionale, a livello domestico il suo controllo sull’élite politica nazionale – tradizionalmente contraria per interessi corporativi ad aperture verso l’esterno – è in fase di consolidamento, come dimostra la rimozione dello storico capo dei Servizi di Sicurezza Interni, Rustam Inoyatov, ma non è detto che rigurgiti reazionari non possano verificarsi. Sul fronte regionale, fondamentale sarebbe per Mirziyoyev avere l’appoggio del 77enne Nazarbaev o del suo successore, considerato che il Kazakistan è l’attore regionale con il maggior peso economico - il Pil pro capite kazaco è il quadruplo rispetto a quello uzbeco - e la maggiore riconoscibilità internazionale.

All’equazione mancano ovviamente i fattori rappresentati da Russia, Cina e Stati Uniti, in misura diversa e da angolazioni diverse interessate a quanto accade in Asia Centrale. Ma proprio in essi risiede anche uno degli ostacoli che potrebbe rivelarsi più difficile da superare: perché sia efficace e in grado di rappresentare davvero gli interessi dei cittadini dell’area, la cooperazione dev’essere infatti espressione delle volontà locali, senza tentativi di influenzare dall’alto le operazioni. Ma non è detto che a Mosca, Pechino e, in misura minore, Washington la si pensi allo stesso modo.

@davidecancarini

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