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I venezuelani scoprono i bitcoin per sopravvivere all’iperinflazione

La moneta locale è al collasso. E i dollari non si trovano più. Così molti cercano rifugio nella criptovaluta, che ai miners offre anche buone opportunità di guadagno. Finché l’autorità non ti scopre.

Il sito web di trading di Bitcoin su un computer a Caracas in Venezuela. REUTERS/Stringer
Il sito web di trading di Bitcoin su un computer a Caracas in Venezuela. REUTERS/Stringer

"Se c'è qualcosa di cui mi pento è di non aver cominciato prima", dice Wuilmer B, uno dei tanti venezuelani che da poco utilizza i bitcoin. Il volume degli scambi nel Paese  si è impennato da aprile e non perché i venezuelani siano dei tecno-speculatori di criptovalute, ma per due motivi in particolare: l’inflazione e la quasi impossibilità di acquistare dollari,  finora l’unica via per proteggersi dal collasso della valuta locale e acquistare prodotti, cibo e medicine ormai del tutto introvabili. Con i bitcoin si possono comprare buoni di Amazon con i quali acquistare prodotti da farsi inviare tramite corriere. O comprare dollari nella vicina Colombia.

Il bitcoin è una moneta virtuale generata dalla potenza di calcolo dei computer. Non è gestita da un'entità centralizzata, ma da una comunità sparsa nel mondo che affida lo scambio a organizzazione-siti che la stessa comunità valuta affidabili o meno. Per questo è soggetto a grandi oscillazioni e speculazione. Il software Bitcoin monitora tutte le transazioni nella criptovaluta. Entrare nella comunità significa partecipare a questo database mettendo a disposizione la potenza di calcolo del proprio computer o altro dispositivo. In gergo: minare bitcoin, attività redditizia perché ogni volta che una transazione viene eseguita, i miners guadagnano dei bitcoin. 

Molti Paesi hanno legalizzato il bitcoin, in Venezuela e Colombia è ancora in un limbo: non è né legale né illegale. Ma nel Paese che è in cima alle classifiche mondiali dell’iperinflazione (il tasso reale si collocherebbe nella forchetta  760-850%) il governo teme la criptovaluta.

Se anche non si volessero prendere per buone le cifre delle organizzazioni che compravendono bitcoin, la febbre dell'oro virtuale in Venezuela trova conferme in diversi dati: la quantità di scambi e di richieste d’informazione su affidabilità e procedure nell’internet venezuelano, il sempre maggiore numero di banche che cedono bitcoin anche tramite normali carte di credito Visa, il fatto che in Venezuela il bitcoin abbia una quotazione più alta della media mondiale e il sempre maggior numero di operazioni di polizia contro i centri di server dedicati alla "minería" di bitcoin.

La curva del volume di acquisti di bitcoin in moneta locale, il bolivar, è salita quasi in verticale negli ultimi cinque mesi. Stando alle cifre di CoinDance, i 7,7 milioni di bolivar di gennaio 2016 erano già raddoppiati a febbraio e decuplicati a dicembre. Ad aprile 2017 erano lievitati a 3,5 miliardi, a 17 a metà agosto e a ben 24,7 miliardi di bolivar nella prima settimana di settembre: un aumento del volume di 3200 volte.

Il giornalista Luis Esparragoza dice di averli comprati perché la madre potesse fare un piccolo investimento. A Tachira, Arley li ha comprati per acquistare medicine in Colombia che importa e vende legalmente in Venezuela. Evencio V., lo fa dall'anno scorso perché con un investimento modesto può “accumulare bitcoin da convertire in dollari al bisogno". Per Eli, invece, si è trattato di evitare che i soldi che servivano per curare il cancro della madre sparissero a causa del deprezzamento del bolivar, in un Paese sull’orlo del default. 

Tutti i dollari che entrano dalla vendita di petrolio – di cui l'economia dipende per il 96% o forse più ormai – il governo li utilizza per pagare gli interessi sul debito, e quindi non ne ha per mettere a disposizione degli importatori o dei privati, se non in misura ridotta e condizionata dalla corruzione.

I beni importati, più del 70% dei prodotti alimentari per esempio, costano sempre di più perché per acquistarli occorrono dollari sempre più cari. Nella prima settimana di agosto i prezzi nei negozi sono stati ritoccati varie volte e il chilo di zucchero è salito da 14.000 a 16.000 bolivar (a fronte dei 97.531 bolivar del salario medio). Una dipendente di un negozio di alimentari a Chacao racconta che “il proprietario arriva la mattina con una nuova lista di prezzi, ma il più delle volte l’indomani dobbiamo già cambiarla ". In alcuni negozi non espongono nemmeno più il prezzo per evitare di dover cambiare in continuazione i cartellini.

Per compensare l'aumento dei prezzi nel 2017 il presidente Nicolás Maduro ha già aumentato tre volte il salario minimo. Per finanziare questo incremento, solo nella terza settimana di luglio ha dovuto stampare 2,4 miliardi di bolivar. Tra le  misure del governo che aggravano la situazione c'è la recente decisione di pagare tutti gli appaltatori della produzione di petrolio solo in bolivar invece che in bolivar e dollari. Così, per non perdere subito il guadagno e fallire, le imprese si precipitano a comprare dollari aumentandone la domanda.

Il Venezuela è diventato il paradiso dei “minatori” di bitcoin anche grazie agli effetti involontari di un’altra politica governativa: i sussidi all'elettricità, che in Venezuela costa dieci volte meno che negli Stati Uniti e cento volte meno che nei Paesi europei. Dato che per ottenere bitcoin è necessario avere il maggior numero possibile di server in funzionamento costante,  le attività di “mining” diventano redditizie anche grazie al basso costo dell’elettricità.

Così  i bitcoin attirano sempre più persone interessate a investire nella criptovaluta o partecipare all’estrazione. Un’attività che però non è priva di rischi in Venezuela. Alcuni “minatori” e fornitori di server e dei software necessari per queste operazioni  sono stati arrestati negli ultimi mesi. A gennaio  ad esempio è stata smantellata una "miniera" di 11.000 computer.  Senza che si capisse perché vendere macchine fosse illegale.  

La moneta virtuale ha esattamente ciò che non ha la moneta venezuelana – e di vari altri paesi latinoamericani: è anonima ma di ogni operazione resta una traccia immodificabile; non falsificabile; nessuno – e quindi nemmeno il governo – può entrare nel "portafoglio" altrui; il sistema non può essere regolato centralmente e, soprattutto, non è inflattivo perché la sua base monetaria è fissa (21 milioni, né uno più né uno meno).

I governanti chavisti non hanno mai prestato molto ascolto agli economisti. Ora staranno probabilmente consultando esperti di criptovalute, ma l'unica opzione che avrebbero è di vietarlo ufficialmente. Ma poi, sarebbero in grado di controllare tutti i venezuelani che online si scambiano informazioni e effettuano transazioni a tutti i livelli? La febbre è tale che è nato anche un nuovo cambio valutario: il dollaro bitcoin.

@GuiomarParada

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