Il confine e' terra di contrabbandieri e gruppi armati, ma anche di speranza. Ogni giorno i venezuelani lo attraversano per procurarsi i beni piu' elementari. E molti cercano illegalmente rifugio in Colombia. Ora però Maduro minaccia di chiudere i varchi d'accesso. E la tensione tra i due Paesi sale

Un ragazzo spinge i suoi bagagli dopo aver attraversato il ponte internazionale Simon Bolivar dal Venezuela, a Cucuta, in Colombia, il 25 luglio 2017. REUTERS / Luis Parada
Un ragazzo spinge i suoi bagagli dopo aver attraversato il ponte internazionale Simon Bolivar dal Venezuela, a Cucuta, in Colombia, il 25 luglio 2017. REUTERS / Luis Parada

A Caracas raccontano che in questi giorni non si riesce a trovare farina di mais né zucchero, nemmeno al mercato nero. Raccontano che siano rimasti a mani vuote persino i bachaqueros, cioè quelli che comprano alimenti a prezzi sussidiati e li rivendono abusivi a cifre moltiplicate. Tutti li odiano e tutti ne hanno bisogno.


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Bachaqueros sono chiamati anche quelli che attraversano ogni giorno la frontiera colombiana, povera gente che prova a rivendere carne, cipolle, sigarette e penne, borse e arance (quelli più organizzati anche elettrodomestici e benzina ma ormai anche questa scarseggia). Bussano di porta in porta e vendono a prezzi di gran lunga inferiori a quelli del locale mercato poi fanno rientro a casa tra mille peripezie con un po' di pesos da cambiare e prodotti base (dal riso alle medicine) che in Venezuela scarseggiano sempre di più.

Nei giorni scorsi il presidente Nicolas Maduro è ritornato sulla questione delle frontiere, dove il commercio illegale è una attività fiorente e fuori controllo. Ha puntato il dito contro «le mafie che fanno affari con alimenti e prodotti di prima necessità». Non una parola sul collasso della produzione interna, sul sistema cambiario schizofrenico, sull'iperinflazione che si divora tutto. Cioè ha sorvolato sul fallimento di un'intera politica economica e monetaria ma ha preso in considerazione, ha detto, la possibilità «di sigillare le frontiere marittime e aeree con le isole di Curaçao e Aruba» e soprattutto di preparare una sorpresita per quelle via terra con la Colombia. Il che ha fatto rivivere l'incubo della chiusura improvvisa e violenta dei varchi d'accesso, messa in atto per quasi un anno tra il 2015 e il 2016, unita all'espulsione forzata di quasi 18 mila colombiani, oltre a 2 mila direttamente deportati.

L'iniziativa ha messo a dura prova le relazioni tra i due Paesi, che si amano e si detestano da sempre, fin dall'epoca della colonia, quando erano il Virreinato de Santa Fé e la Capitanía de Caracas. «Sono lontani i tempi del decennio d'oro, quando si parlava di cooperazione andina a cavallo degli anni '80 e '90 e i rapporti erano simbiotici», racconta Socorro Ramirez, docente di Relazioni Internazionali all'Universidad Nacional di Bogotà.

Il fatto è che «mai come ora – avverte l'analista - le relazioni tra i due Paesi sono state così critiche e senza alcun canale di comunicazione e mediazione bilaterale. Peraltro i due presidenti, Manuel Santos e Nicolas Maduro, sono al loro ultimo anno di mandato ed entrambi con indici di popolarità bassissimi». I due si detestano. Santos è stato duro nei mesi delle proteste di strada, sostenendo l'opposizione e non riconoscendo l'Assemblea Costituente eletta a fine luglio. Da parte venezuelana, ormai si contano numerose le provocazioni dell'esercito di là dalla frontiera, quasi una battaglia di nervi che tiene in allerta i militari di Bogotà.

Così, la sorpresita che ha in serbo Maduro è solo l'ultimo dei dardi lanciati. Qualunque cosa sia, sarà una sorpresa amara. «Eppure il Paese ha bisogno di aperture, non di chiusure. Tagliare le comunicazioni sarebbe una maniera in più di isolarci, di chiudere la possibilità di accedere a beni e servizi – dice scoraggiata María Carolina Uzcátegui, presidente della venezuelana Consecomercio – Non possiamo dimenticare che il 70% della nostra capacità industriale è inoperante». D'altra parte la Colombia è ormai un socio secondario per Caracas. Il volume di scambi è precipitato e anche il terzo trimestre 2017 si è chiuso con un -41%, secondo la Cavecol, la Camera di Commercio colombo-venezuelana.

Per questo è solo l'enorme economia informale quella che traina le relazioni. E i flussi umani. Col precipitare della situazione in Venezuela, il governo di Bogotà ha dovuto approntare al confine servizi di prima necessità (da quelli sanitari a quelli educativi) e mettere a punto un sistema di regolazione migratoria. Secondo i dati della governativa Migración Colombia, i venezuelani con un permesso di soggiorno regolare al 30 giugno si contavano in 263.331 (il 40% dei quali con doppia cittadinanza), altri 153 mila hanno il permesso già scaduto e 50 mila in via di scadenza. Si stima che siano attorno ai 250 mila quelli che risiedono illegalmente nel Paese. L'immigrazione clandestina si disperde in tutte le città colombiane, dove si vivono sempre più tensioni xenofobe. «La Colombia sta vivendo una pressione interna ed esterna cui non era preparata e tutte le strutture sociali sono messe a dura prova» racconta Socorro Ramirez.

Dei 7 accessi legali disseminati lungo i 2200 km di frontiera, il più famoso è il Ponte internazionale Simon Bolivar a Cucuta, attraversato ogni giorno da un flusso ininterrotto di venezuelani. Migración Colombia ha registrato 623.673 pendolari, consegnando loro una Tarjeta de movilidad fronteriza che permette di muoversi da un capo all'altro del ponte. Ogni giorno si calcola che entrino ed escano almeno 36 mila persone, trascinando piccole valige, così che per tutti sono i maleteros. Le loro storie sono sempre penosissime. Non solo devono riuscire ad evitare i ricatti e il pizzo della Guardia bolivariana, ma una volta arrivati in città devono destreggiarsi in un clima di diffidenza se non di aperto odio. Ai venezuelani viene imputato un aumento esponenziale di prostituzione e criminalità. Le autorità locali di polizia hanno denunciato che a Cucuta gli arresti per spaccio di stupefacenti sono aumentati nel primo semestre di quest'anno del 227% e quelli per furto del 219% rispetto al 2016.

Il fatto è che, al di là dei posti di frontiera ufficiali, il confine è completamente poroso. Solo nei dintorni del famoso ponte Bolivar si contano 280 sentieri che portano illegalmente a Cucuta. E questa è zona di contrabbando di qualunque tipo, di scorribande di gruppi armati, dai paramilitari all'Eln (l'ultima guerriglia colombiana) e sul lato venezuelano le Fuerzas bolivarianas de liberación, che tutti chiamano Boliches. Il risultato sono sparatorie e agguati. Da qualunque parte la si guardi, insomma, come sottolinea Socorro Ramirez, «la situazione è davvero molto rischiosa e non promette niente di buono».

@fabiobozzato

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