La Cina va alla resa dei conti con il grande debitore Venezuela

Pechino è da un decennio il partner più generoso di Caracas ma i segnali di nervosismo si sono moltiplicati. Ora è pronta far saltare la moratoria sul debito. Per coprirlo, il Venezuela dovrebbe cedere un mare di petrolio alla Cina. Aprendo una voragine forse fatale nelle casse dello Stato

Il Ministro degli Esteri venezuelano Jorge Arreaza parla con il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi durante un incontro presso il Ministero degli Affari Esteri a Pechino il 22 dicembre 2017. REUTERS / Nicolas Asfouri / Pool
Il Ministro degli Esteri venezuelano Jorge Arreaza parla con il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi durante un incontro presso il Ministero degli Affari Esteri a Pechino il 22 dicembre 2017. REUTERS / Nicolas Asfouri / Pool

La Cina è da dieci anni l'alleato più fedele di Caracas. Ha concesso finanziamenti generosi, investito milioni di dollari e ottenuto commesse altrettanto milionarie. Ha sostenuto i governi socialisti di Hugo Chȧvez prima e di Nicolȧs Maduro poi, anche nei momenti di più alta tensione e difficoltà. La svolta risale al 2008 con la nascita del Fondo comune Chino-Venezuelano, vero motore dell'alleanza fra i due Paesi. Si calcola che la Cina abbia iniettato oltre 60 miliardi di dollari durante il decennio.

Eppure, da un anno, sono sempre più numerosi i segnali di nervosismo che Pechino fa trapelare nei confronti del Venezuela. L'ultimo è stato rilanciato il 27 aprile scorso dall'agenzia Reuters che, citando fonti - seppur anonime - ad alto livello, ha rivelato che il governo cinese considera chiuso il periodo di grazia sul pagamento del debito, concesso nel 2014, quando la crisi petrolifera cominciava a mandare a picco il Paese facendolo entrare in una spaventosa crisi economica e finanziaria di cui non si vede la fine.

Nessuno sa quanto tempo avesse concesso Pechino ma si ritiene fossero due anni. Secondo gli accordi, Caracas avrebbe beneficiato di una moratoria sul debito con l'impegno di pagare gli interessi tramite forniture di petrolio. Ogni giorno la petrolifera di Stato Pdvsa rifornisce Pechino con 700 mila barili di greggio e si calcola che Caracas saldi i debiti sugli interessi con 70 mila barili giornalieri.

Da quello che riporta la Reuters e che ha fatto sobbalzare i mercati finanziari, se la Cina non estendesse il periodo di grazia, la Pdvsa dovrebbe garantire almeno 375 mila barili diari per coprire il debito sia in conto capitale che in conto interessi.

Cosa significa? Alejandro Arreaza, economista del gruppo bancario Barclays per il Sud America, lo ha spiegato così: «Si ridurrebbe drasticamente la parte di petrolio da vendere sul mercato, dunque ci sarebbe un crollo di entrate che neanche l'aumento del prezzo di quest'ultimo periodo riuscirebbe a coprire».

Attualmente, di 1,5 milioni di barili che la Pdvsa riesce ad estrarre - nel 2001 erano 3 milioni -, tolti quelli per consumo interno e quelli destinati a pagare debiti in base ad accordi pattuiti con altri Paesi - è il caso della Russia -, a Caracas non rimarrebbero che 900 mila barili da vendere sul mercato internazionale. E la situazione diventerebbe ancora più drammatica per le casse dello Stato.

Pechino sminuisce e Caracas tace. Una delle fonti citate dalla Reuters sottolinea come «la Cina sia ferma sulla posizione di non aumentare la sua esposizione in Venezuela e aggiusti le proprie condizioni ora che il prezzo del petrolio è aumentato di 20 dollari rispetto a quando aveva garantito il beneficio» sul debito.

E' probabile che i due arrivino a un accordo. Ma la stessa notizia è l'ennesimo segnale che la Cina manda al governo di Maduro. Nel novembre dello scorso anno, ad esempio, Pechino non ha ristrutturato il debito come invece ha fatto la Russia, dicendosi “sicura che il Venezuela saprà farvi fronte”, come recitava la dichiarazione ufficiale. A dicembre ha solo rinnovato una linea di credito di 1,5 miliardi di dollari aperta nel 2014. Sempre in dicembre, si è aperta una disputa in una corte degli Stati Uniti tra la holding cinese di petrolio e gas Sinopec e la Pdvsa per mancati pagamenti di quest'ultima pari a 23,7 milioni di dollari.

Nel frattempo sono precipitati gli ingenti investimenti in Venezuela per mano delle imprese cinesi, in parte per la crisi e in parte per gli insostenibili livelli di corruzione. La rivista equadoriana di giornalismo investigativo GK ha ricostruito di recente il quadro degli appalti di opere pubbliche da parte di società cinesi rimaste incompiute, nonostante i pagamenti milionari ricevuti. “Il socio feroce”, come lo hanno battezzato María Sol Borja y Roberto Deniz che hanno scritto l'inchiesta, ha affatto affari d'oro, anche se il più delle volte si sono rivelati dei cantieri infiniti e una delusione d'impresa.

Pechino è paziente, si sa, ma anche preoccupata. E sembra osservare con cautela questo Paese finito minato nelle fondamenta: un debito estero attorno ai 150 miliardi di dollari, un Pil caduto del 34% negli ultimi 4 anni e riserve della Banca Centrale sotto i 10 miliardi di dollari.

Per di più, il segnale arrivato via Reuters suona a Caracas come una scampanellata 20 giorni prima delle elezioni presidenziali, in cui l'uscente Maduro si muove a suo agio e sul suo terreno, ma dentro una campagna elettorale mesta e che ha i contorni di un pantano dove i venezuelani sembrano immersi. O da cui fuggono: quasi un milione hanno lasciato il Paese negli ultimi due anni, secondo la Oim.

La Cina, è noto, non rompe mai la sua regola d'oro di non intromettersi negli affari interni. E i due Paesi continuano a sostenersi nei consessi internazionali. Ma queste sono elezioni che rischiano di minare ancora di più la credibilità del governo in carica e che la comunità internazionale ha già messo in quarantena qualificandole ben al di sotto di qualunque standard di legalità e trasparenza, mentre le sanzioni, a cominciare da quelle statunitensi, hanno ridotto drasticamente qualunque possibilità di manovra nel mercato internazionale.

Il Venezuela, seppure rappresenti per la Cina una piattaforma chiave, rischia di diventare un peso scomodo e un Paese impraticabile anche per gli abili investitori e politici cinesi.

D'altra parte, balla pericolosamente anche l'altro grande partner nella regione, il Nicaragua. E il faraonico progetto di canale che da lì dovrebbe passare, affidato a mani e capitali cinesi, per il momento resta una chimera: nelle recenti proteste anti-governative in migliaia erano i contadini e gli attivisti ambientali arrivati a Managua dalle regioni dell'istmo.

La diplomazia di Pechino si sta muovendo nei Caraibi con grande abilità. In questi giorni due eventi hanno acceso i riflettori sulle sue capacità di seduzione: l'apertura a Panama di un collegamento diretto con Pechino e la scelta della Repubblica Dominicana di rompere le relazioni con Taiwan e di scegliere il gigante.

Due piccoli eventi che tuttavia Pechino considera altri tasselli in nome della strategica Via della Seta verso oriente e una nuova sfida al protezionismo Usa.

@fabiobozzato

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