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Perché l'Arca della pace cinese va in soccorso del Venezuela

La grande nave-ospedale porta medicinali e assistenza sanitaria in Venezuela. Sono considerati i primi aiuti umanitari che Maduro accetta da un Paese estero. L’ossigeno finanziario invece arriva a caro prezzo dalla Cina, in cambio di nuove quote del patrimonio petrolifero nazionale

Festeggiamenti per l'arrivo della nave-ospedale cinese Arca della pace. REUTERS/Manaure Quintero
Festeggiamenti per l'arrivo della nave-ospedale cinese Arca della pace. REUTERS/Manaure Quintero

Questa settimana, mentre la crisi venezuelana teneva banco all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al porto caraqueño de la Guaira la nave-ospedale cinese Arca della pace assisteva centinaia di persone (1598 nei primi quattro giorni), arrivate al molo per una visita medica specialistica o per dei medicinali che il sistema sanitario ormai al collasso non riesce più a garantire. Secondo la Federazione Farmaceutica nazionale e l'Osservatorio venezuelano della salute, l'85% delle medicine e il 79% del materiale medico-chirurgico è oggi introvabile.

L'Arca della pace, varata nel 2008 da Pechino, è una gigantesca clinica galleggiante, con 300 posti letto e 8 sale chirurgiche, e un equipaggio di oltre 400 persone, di cui 120 medici e sanitari. Quando non è impegnata nelle esercitazioni militari, viene usata come strumento di diplomazia sanitaria: quello in corso è il settimo tour internazionale che compie e il terzo nelle Americhe.

E nonostante il governo di Nicolas Maduro abbia sempre rifiutato qualsiasi aiuto umanitario, l'arrivo della grande nave-ospedale è vista da molti come la prima assistenza che il Venezuela accetta da un Paese estero. Cosa negata a Caracas: Maduro ha dichiarato che la nave è arrivata per «rompere il sabotaggio degli Stati Uniti». Coincidenza vuole, peraltro, che proprio dagli Stati Uniti sia attesa un'altra nave-ospedale, la Comfort, che si posizionerà sulla costa colombiana per aiutare i venezuelani in fuga, in quell'esodo che ormai conta – secondo stime delle Nazioni Unite – oltre 2,3 milioni di persone.

La presenza delle due navi-ospedale militari sui due lati della frontiera assume così un immediato carattere simbolico e politico. E avviene proprio nei giorni della tradizionale assise generale dell'Onu, dove in molti hanno sollevato il caso venezuelano, a cominciare dal presidente Usa che l'ha citato nel suo discorso («bisogna attivarsi per riportare la democrazia in Venezuela») e ci è tornato al margine di un incontro col suo omologo colombiano Ivan Duque, arrivando ad affermare che a Caracas «il regime potrebbe essere sconfitto molto rapidamente nel caso in cui i militari decidessero di farlo». Minacce di golpe, cui è seguita una nuova serie di sanzioni contro quattro figure di spicco del chavismo: la primera dama Cilia Flores, la vicepresidente Delcy Rodriguez, i ministri Jorge Rodríguez e Vladimir Padrino López.

Imprevisto è stato l'arrivo di Nicolas Maduro a New York. In una sala quasi deserta, il mandatario ha liquidato l'esodo come una montatura: «si è costruito a livello mediatico mondiale un espediente contro il nostro Paese per sostenere l'esistenza di una crisi umanitaria, che utilizza il concetto delle Nazioni Unite per giustificare una coalizione di Paesi, con a capo gli Usa e i suoi satelliti, per mettere mani sul nostro Paese». E se Trump si era detto disponibile a incontrarlo, Maduro ha rilanciato dicendosi pronto a farlo. Un duello, insomma, a colpi di minacce e provocazioni.

Nel frattempo i presidenti di Argentina, Perù, Paraguay e Colombia, cui si è sommato anche il Canada, hanno presentato una denuncia congiunta alla Corte internazionale dell'Aja perché porti alla sbarra il governo di Maduro per delitti contro l'umanità. Il cerchio di isolamento attorno al governo caribeño si stringe: all'assemblea dell'Onu più di tutti ha sorpreso l'Ecuador, che ai tempi di Rafael Correa era un alleato su cui Caracas poteva contare ciecamente e ora, con Lenin Moreno alla presidenza i rapporti sono diventati sfumati e tesi. A New York il presidente ecuadoriano ha rotto gli indugi, sotto pressione anche per il grande numero di venezuelani rifugiatisi negli ultimi mesi nel suo Paese. Ha chiesto a gran voce "un piano di azione continentale" e poi, intervistato dalla Cnn, ha anche aggiunto: «Devo chiedere al governo di Maduro di essere consapevole di questa realtà, di smetterla di ignorarla o di dire che è causata da avversari politici o da manovre di altri Paesi: no, là c'è una grave crisi politica e sociale che noi stiamo affrontando e non spetterebbe a noi, la affrontiamo per il sentimento di affetto verso il popolo venezuelano».

Maduro fa i conti non solo con nemici agguerriti, dunque, ma anche con amici che si allontanano e altri che restano ma sono diventati molto cauti. Come la Cina. La sua Arca della pace è arrivata pochi giorni dopo una visita fuori programma di Maduro a Pechino, non si sa se richiesta disperatamente da lui o se sollecitata in modo convincente dalle autorità cinesi. Caracas necessita ossigeno, prima di tutto finanziario. E Pechino tiene i cordoni di un borsa pesante: si calcola che negli ultimi 10 anni abbia prestato più di 50 miliardi di dollari, di cui 20 ancora da saldare.

L'accordo è che il pagamento avvenga in gran parte con forniture di petrolio, ma con la caduta della produzione e il prezzo instabile, oltre alla mancanza di valuta, tutte le scadenze si stanno posticipando e il nervosismo si è fatto sentire più volte. I tentativi di rinegoziare il debito in questi ultimi anni hanno trovato reazioni sempre più fredde: anche l'ultima richiesta di nuova liquidità sembra sia stata negata e Pechino ha rilanciato, chiedendo un'ulteriore quota della proprietà di Sinovensa, una società mista del settore petrolifero, che ora vede il colosso cinese Cnpc detenere il 49,9% delle azioni. «L'obiettivo è di duplicare in un anno la produzione», ha sostenuto Maduro, il che significa un investimento in manutenzione, infrastrutture e gestione che la Pdvsa non è più in grado di garantire. Nessuno ha rivelato quale sia il valore della quota passata di mano e, come per tutti gli accordi internazionali che firma Caracas, restano ben custoditi a Palacio de Miraflores.

I deputati dell'Assemblea Nazionale, che ormai si riunisce come fosse un'arena simbolica dell'opposizione, hanno avvertito le autorità cinesi che tutti gli accordi firmati da Maduro e i debiti contratti sono illegittimi, perché secondo la Costituzione dovrebbero essere votati dal parlamento. Significa che un futuro governo post-Maduro non riconoscerà nessuno di quegli impegni. Ma è una voce flebile e poco credibile: la Cina sembra scommettere non solo sulla resistenza del regime ma anche, in caso contrario, dell'impossibilità per chiunque di poter far qualcosa senza il colosso asiatico. La nave-ospedale sta lì, ormeggiata, per ricordarlo a tutti.

@fabiobozzato 

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