Il ritorno delle sanzioni all’Iran e il sequestro di impianti venezuelani agitano il mercato del petrolio. La caduta dell’offerta può diventare insostenibile per i grandi consumatori asiatici. E l’effetto domino colpisce anche Washington, esponendo la sua fragilità geopolitica ed energetica

Raffineria di Amuay, Venezuela. REUTERS/Carlos Garcia Rawlins
Raffineria di Amuay, Venezuela. REUTERS/Carlos Garcia Rawlins

La vittoria, scontata, di Nicolás Maduro alle elezioni di domenica non migliorerà in alcun modo la tragica condizione interna del Venezuela. E come se la triplice crisi politica, economica e sociale non bastasse, Caracas si ritrova adesso anche al centro del complicato scacchiere mondiale del petrolio in compagnia di Iran, Cina, Arabia Saudita e ovviamente Stati Uniti. E non sembra avere sufficiente forza per reagire agli eventi.


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La tensione dei mercati energetici si è manifestata con chiarezza lo scorso giovedì, quando il prezzo del petrolio Brent ha superato gli 80 dollari al barile per la prima volta dal novembre 2014. Gli effetti si sono sentiti anche in Italia, dove la benzina ha sorpassato gli 1,6 euro a litro. I motivi che hanno provocato la salita dei prezzi del greggio sono due: il primo, la paura che il ripristino delle sanzioni americane verso Teheran possa comprimere l’export petrolifero iraniano e diminuire l’offerta di barili sul mercato; il secondo, il timore che le ridotte capacità del Venezuela possano fare lo stesso.

Ancora problemi in Venezuela

Di recente, infatti, una corte arbitrale ha riconosciuto al colosso petrolifero americano ConocoPhillips un indennizzo di 2 miliardi di dollari per gli espropri subìti nel 2007 dal governo di Hugo Chávez. La compagnia ha quindi proceduto con il sequestro di alcune strutture della Pdvsa – Petróleos de Venezuela, la petrolifera statale venezuelana – nei Caraibi olandesi.

Si tratta di una perdita gravissima per Caracas, che così si vede sottratto l’accesso a degli impianti fondamentali dal punto di vista strategico e commerciale. Nei Caraibi olandesi hanno sede diversi stabilimenti per lo stoccaggio e la lavorazione del greggio e lo scorso anno più di un quarto delle esportazioni petrolifere venezuelane è passato proprio per le isole della regione. Senza contare che in questa porzione delle Antille la Pdvsa possedeva un terminal adatto ad accogliere e a caricare le navi petroliere più grandi, quelle cioè che compiono la rotta verso i Paesi asiatici. Come la Cina, a cui il Venezuela deve adesso inviare circa 300.000 barili di greggio al giorno come forma di pagamento dell’enorme debito contratto con Pechino.

Il Venezuela possiede le più grandi riserve mondiali di petrolio ma al momento produce appena 1,4 milioni di barili al giorno, il minimo da trent’anni. Escludendo quelli destinati al consumo interno e quelli riservati alla copertura dei debiti, a Caracas ne rimangono meno di un milione da vendere sul mercato internazionale. Un numero destinato a scendere ancora – anche fino ad un terzo, si prevede – adesso che il Paese ha perso l’accesso alle fondamentali piattaforme caraibiche.

Per Maduro la situazione, già critica, potrebbe complicarsi ancora se l’amministrazione Trump dovesse decidere di applicare nuove sanzioni – per il momento solo minacciate – al Venezuela in risposta alle elezioni di domenica. Ma è improbabile che gli Stati Uniti si spingano fino a impedire le importazioni di greggio venezuelano, principalmente per timore di arrecare danni alla propria economia, scriveva qualche giorno fa Clifford Krauss sul New York Times, anche se misure meno estreme otterrebbero comunque l’effetto di ridurre il numero di barili in circolazione sul mercato. Cina e India soprattutto, due Paesi dall’altissima domanda energetica, non gradiranno affatto.

Tra Iran e Arabia

Cina e India assorbono insieme gran parte delle esportazioni petrolifere del Venezuela e, allo stesso tempo, sono i primi importatori di greggio iraniano. Di conseguenza, se l’offerta di barili venezuelani dovesse ridursi ulteriormente – per la crisi che avanza, per l’affare Conoco che ostacola le spedizioni verso l’Asia o per un ipotetico inasprimento americano –, difficilmente Pechino e Nuova Delhi accetteranno di seguire gli Stati Uniti sulla strada delle sanzioni petrolifere a Teheran.

Per Washington diventa così complicato non soltanto condurre un doppio attacco simultaneo contro Venezuela e Iran ma anche gestire la linea dura contro la sola Repubblica islamica in un momento di crisi acuta per la produzione bolivariana.

Le incognite, le conseguenze e le variabili geopolitiche in gioco sono tante. Con l’offerta a rischio, intanto, l’aumento del prezzo del petrolio potrebbe avere ripercussioni negative sul suo consumo, avverte già l’Agenzia internazionale dell’energia. Il resto dell’Opec e la Russia proveranno a capitalizzare la situazione proponendosi come interlocutori fondamentali. La richiesta di greggio proveniente dalle economie di Cina e India, poi, è molto alta e per soddisfarla le due nazioni potrebbero eludere le sanzioni americane o rinsaldare i legami con l’Iran o con altri Paesi esportatori: Nuova Delhi, ad esempio, in ottimi rapporti con Teheran per ragioni geostrategiche, si è già messa in contatto con Riad.

Proprio l’Arabia Saudita è emersa a protagonista della situazione. Subito dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran, la monarchia araba si è offerta di attenuare l’impatto della decisione di Trump sul mercato del petrolio attingendo alle proprie riserve. L’Arabia Saudita, si legge in un comunicato ufficiale, "lavorerà con i maggiori produttori e consumatori dentro e fuori l’Opec per mitigare gli effetti di qualsiasi carenza di offerta". Dalla notizia si possono trarre due osservazioni: che il coordinamento tra Washington e Riad è stretto e che gli Stati Uniti, nonostante il boom petrolifero, non sono al riparo dagli scossoni del mercato e non possono fare a meno degli alleati.

A febbraio la Energy Information Administration (Eia) ha fatto sapere che l’output petrolifero americano aveva superato i 10 milioni di barili al giorno: il valore più alto mai toccato dal 1970, maggiore di quello di Riad e destinato a sorpassare anche Mosca entro i prossimi cinque anni. Le importazioni energetiche degli Stati Uniti sono intanto ai minimi dal 1982 e già si parla di passi in avanti verso l’autosufficienza. Tutto merito degli idrocarburi contenuti negli scisti (shale oil), che hanno reso il Bacino Permiano, tra Texas e New Mexico, il secondo campo petrolifero più produttivo al mondo dopo quello di Ghawar in Arabia Saudita.

Eppure la straordinaria rivoluzione dello shale oil non è bastata a modificare i rapporti di forza tra gli Stati Uniti e l’Opec: in un momento critico come questo, anzi, la Casa Bianca non può rifiutare la mano tesa di Riad. La fragilità degli Stati Uniti si spiega da una parte con motivi interni all’industria dello shale, giovane e dall’andamento finanziario poco prevedibile. dall’altra, e soprattutto, c’entrano alcuni problemi logistici che limitano le possibilità di azione delle compagnie energetiche americane.

Come spiega il Financial Times, gli oleodotti – specialmente quelli nel Texas occidentale, cuore dello shale boom – hanno una capacità troppo ridotta e inadeguata ai volumi della produzione petrolifera: le compagnie americane hanno insomma gli strumenti per estrarre tanto greggio ma non i mezzi necessari ad immetterlo sul mercato e rimpiazzare le carenze degli altri produttori. I dazi del 25% sull’acciaio, tanto voluti da Trump, non faranno bene all’industria petrolifera statunitense, che ha bisogno di metallo a basso costo per costruire pipelines e dare sfogo ad una produzione imponente che rischia di saturare il mercato domestico.

Da tutto questo complicato scenario si può provare a trarre una conclusione. Ritirandosi dall’accordo con l’Iran, Trump ha dimostrato che gli Stati Uniti saranno pure un gigante energetico ma poggiano su piedi d’argilla. E hanno ancora bisogno di qualcuno che li sostenga quando i mercati cominciano a tremare. Riempire tanti barili non basta.

@marcodellaguzzo

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