In Venezuela è ribellione totale mentre Colombia e Cuba cercano un escamotage

In un plebiscito informale il No alla nuova Costituzione proposta dal regime Maduro prende più voti del presidente stesso nel 2013, mentre un nuovo fenomeno di rivolta capillare si diffonde in Venezuela.

Un dimostrante è vicino a una scritta "Ciao dittatura, hai del pane?" durante uno scontro con le forze di sicurezza durante uno sciopero contro il governo Maduro. Caracas, Venezuela, il 20 luglio 2017. REUTERS / Andres Martinez Casares
Un dimostrante è vicino a una scritta "Ciao dittatura, hai del pane?" durante uno scontro con le forze di sicurezza durante uno sciopero contro il governo Maduro. Caracas, Venezuela, il 20 luglio 2017. REUTERS / Andres Martinez Casares

“Dovrò andare a votare. Che altro posso fare? Non posso rimanere senza buoni per la spesa e senza lavoro”, dice José Belandria. “La Costituente non risolverà niente, ma io devo mantenere la mia famiglia”. Il Psuv, il partito del presidente Nicolás Maduro ha dichiarato ufficialmente che chiunque riceva benefici sociali è obbligato a andare a votare – e votare sì – se non vuole perderli. Maduro ha fissato per il 30 luglio l’elezione di un’Assemblea Costituente per cambiare la Costituzione ereditata da Hugo Chávez, l’unico modo che ha di restare al potere.

Il paese è mobilitato contro questo un voto che richiederebbe prima un referendum, non indetto perché il governo non lo vincerebbe mai (ha un appoggio di forse un 20%). Si è visto alle prove elettorali di domenica 16 luglio: di quella ufficiale il governo non ha fornito una sola cifra; in quella informale dell’opposizione i voti hanno superato per numero quelli presi dallo stesso Maduro nel 2013 quando è salito al potere (7.505.338).

La Società statale del petrolio sta esigendo tramite un email che tutti i dipendenti comunichino nel dettaglio in quale sezione votano. Il voto nullo non è consentito e anche i dipendenti pubblici sono “invitati” a votare a favore del governo. “Sono una operaria, lavoro per il Municipio, ma non mi ricatteranno. Ora, a maggior ragione non voterò per questa Costituente illegale”, aggiunge María Carmona.

Il fenomeno nuovo della mobilitazione per impedire che si arrivi al fatidico 30 luglio è la resistenza capillare: i vicini, strada per strada, e in parallelo alle mobilitazioni dell’opposizione, tra cui lo “sciopero civile” di 24 ore convocato per giovedì 20 luglio e sostenuto dai più importanti sindacati – anche qui il governo ha annunciato che gli scioperanti saranno schedati.

Mercoledì Caracas si è svegliata per il secondo giorno consecutivo con molte strade bloccate al traffico. I vicini creano delle barricate improvvisate con rami d’albero, calcinaci, spazzatura. “Non possiamo aspettare che ci organizzi l’opposizione, dobbiamo darci da fare tutti”, dice una pensionata all’agenzia Efe mentre sposta sacchi di spazzatura. Altri blocchi spontanei delle strade sono quelli degli studenti, repressi violentemente.

La protesta spontanea contro la Costituente si è vista sia nei quartieri della classe media, tradizionalmente più ostili al governo, sia in quelli popolari dell’ovest della capitale dove il governo sostiene di avere la sua roccaforte.

“Forse ci uniremo allo sciopero di domani”, dice un barista che lavora sempre di meno. Molte persone hanno dovuto camminare vari isolati per prendere un mezzo per andare a lavorare e qualcuno protesta, ma quelli del quartiere insistono: “Dobbiamo protestare tutti i giorni perché restano meno di due settimane all’Assemblea di Maduro e dobbiamo fermarla”, aggiunge a Efe un negoziante.

Il governo del paese viaggia su due realtà parallele. Una è quella del Congresso, a larga maggioranza in mano all’opposizione e cui l’esecutivo ha “tolto” le funzioni, ma che continua a lavorare, nominando per esempi dei giudici alla Corte Suprema. Per sostenerlo l’opposizione ha convocato una marcia per sabato 22 luglio.

Poi c’è l’esecutivo arroccato a Miraflores che continua a parlare di popolo, patria, attacco dell’imperialismo e sostenitori disciplinati della Rivoluzione, ma che è concentrato quasi interamente su come mantenersi al potere e organizzare polizia, esercito e paramilitari per limitare l’impatto reale e mediatico del peso dell’opposizione.

“Il regime ha creato una ‘nuova normalità’ nella quale lo Stato utilizza la violenza istituzionale sistematica in una guerra sporca contro il popolo”: non sono parole di un manifestante ma di Luis Almagro, il presidente dell’Organizzazione degli Stati Americani. Invitato a parlare davanti al Senato a Washington, Almagro ha detto che “in Venezuela non c’è la separazione dei poteri” e che sanzioni personali contro personaggi chiave del governo (accusati di narcotraffico o riciclaggio di denaro sporco) non peggioreranno certo la situazione dei venezuelani. Le alte cariche sarebbero responsabili di ogni sparo e ogni morto, ha detto Almagro, mentre per il senatore Usa Marco Rubio, Diosdado Cabello (il terzo uomo più forte del regime) “è il Pablo Escobar del Venezuela”.

Qui sta uno dei nodi attorno ai quali potrebbe articolarsi la fine di un governo che non sarebbe più al potere se non cancellasse le elezioni.

Restare in Venezuela per i Maduro, i Padrino López, i Cabello implicherebbe carcere e fine degli agi e delle prerogative odierne dell’élite militare. La moglie di Cabello è stata cacciata da una spiaggia da persone che le contestavano i privilegi. Il figlio, turista in Italia, è stato aggredito verbalmente per strada.

Presso la Corte Penale Internazionale de L’Aia è al vaglio una denuncia contro Maduro per “segregazione, attacchi sproporzionati, omicidi selettivi, arresti illegali e deportazioni di massa”. È stata presentata da circa 150 senatori colombiani e cileni in relazione alla repressione degli ultimi 100 giorni e alle più di 90 vittime – l’ultima una infermiera di 61 anni uccisa da una pallottola dei paramilitari del governo mentre aspettava per votare domenica.

La mossa che potrebbe accorciare l’agonia del paese, pur garantendo l’impunità all’establishment chavista, è legata alla visita del presidente colombiano Juan Manuel Santos a Raúl Castro. Se per intermediazione di Santos Cuba decidesse di accogliere i militari chavisti in fuga, essi potrebbero decidere che non vale la pena rischiare personalmente di mantenersi al potere con escamotage sempre più repressivi e in un sempre maggiore isolamento internazionale.

Cuba è uno dei pochi regimi che, stando a Maduro, è schierato incondizionatamente con il governo venezuelano. Sì, ma molto meno di un anno fa. Castro sa bene che se il governo Maduro cadesse malamente, è Cuba che resterebbe con il cerino più corto in mano, perché l’appoggio dei pochi altri paesi latinoamericani che sostenevano il Venezuela ideologicamente, e che non dipendono dalle regalie di petrolio, sembra essere sempre più tiepido.

 @GuiomarParada

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