Parla il pastore che sfida Maduro per la presidenza del Venezuela

Conta su 200 mila volontari e innumerevoli fedeli. Agli elettori offre 6 milioni di piatti di zuppa, oltre a un percorso di «riconciliazione, per rompere il giro della violenza in Venezuela». Intervista a Javier Bertucci, pastore evangelico e discusso imprenditore, ora anche aspirante presidente

Javier Bertucci parla ai media durante una conferenza stampa a Caracas, in Venezuela, il 21 febbraio 2018. REUTERS / Marco Bello
Javier Bertucci parla ai media durante una conferenza stampa a Caracas, in Venezuela, il 21 febbraio 2018. REUTERS / Marco Bello

«Non mi sentirete mai pronunciare una parola di odio, di disprezzo, di umiliazione verso i miei avversari». Javier Bertucci lo ripete più volte nel corso dell'intervista. Vuole essere l'uomo che rompe «il giro della violenza» in Venezuela. L'uomo della «riconciliazione», altra parola chiave.

Parla lentamente, chiaro, con tono più solenne che grave. Non alza mai la voce, vuole rassicurare. Insomma, tutte le sue doti di predicatore evangelico saranno le sue carte migliori.

Il 20 maggio si vota in Venezuela per la più alta carica dello Stato. E Javier Bertucci vuole vincere.

Sfida l'uscente Nicolas Maduro e Henri Falcon, già governatore dello Stato di Lara, ex-chavista della prima ora poi diventatone un acerrimo avversario. La Mud, la coalizione dei partiti finora protagonisti dell'opposizione, non solo non potrà presentarsi ma considera le elezioni una trappola ed è probabile che chiami all'astensione.

Javier Bertucci ha accettato di parlare con eastwest.eu dopo la firma dell'accordo al Cne di venerdì 2 febbraio e prima di partire per il suo lungo giro elettorale, iniziando dal sud ovest del Paese, sempre in ebollizione. Il suo movimento si chiama Esperanza por el cambio: «Saranno attivi in tutto il paese 200 mila volontari, i nostri esperanzadores», mi racconta. Una delle prime azioni, aveva anche detto in conferenza stampa, sarà la distribuzione di 6 milioni di piatti di zuppa. La sua Chiesa sarà la sua struttura politica: «Farò quello che ho fatto in questi dieci anni: camminare tra le persone più povere, abbracciare, consolare, portare speranza».

Classe 1969, di famiglia umile di Guanare, Bertucci guida infatti la Chiesa evangelica Maranatha, molto diffusa in America Latina dove può contare su milioni di fedeli. «Il mio è un movimento cristiano e lo sarà anche la proposta politica». Cosa significa? «Porterò i valori cristiani al centro, in un Paese che è cristiano per il 93%. Attenzione: non è un movimento legato alle Chiese evangeliche, ma che parla a tutti, per voltare pagina. Non mi sentirete mai pronunciare una parola di odio».

Facile a dirsi, in un Paese dove l'insulto è abituale nel discorso politico e la violenza una tentazione da consumare in fretta. E nel suo caso i suoi avversari saranno impietosi. Bertucci, infatti, oltre che pastore, è anche un imprenditore molto discusso: a capo della Constructora Bertucci, ha una lunga lista di incarichi - avuti e vigenti - in diversi settori, dall'import-export all'allevamento. Nel mirino della giustizia nel 2010 per una importazione di diesel considerata illecita - sei mesi di arresti domiciliari terminati dopo qualche mese e una sentenza del tribunale non definitiva - il suo nome è comparso nei Panama Papers tra chi aveva operazioni off-shore ma l'accusa non è stata mai dimostrata.

E' l'unico momento in cui la voce sembra un po' innervosirsi: «Non ho nessuna pendenza con la giustizia, né condanna alle spalle, altrimenti per il Cne sarei incandidabile – puntualizza – E chiedo ai giornalisti di essere onesti, di non prestarsi a una campagna di veleni».

Personaggio controverso, la sua irruzione nella scena può sparigliare le carte e muovere il panorama politico. In molti a Caracas dicono che in realtà sia Henri Falcon il vero avversario di Maduro e l'unico che possa garantire una transizione. Bertucci non si scompone: «Il mio mondo sono gli strati sociali D ed E, i più vulnerabili, cioè il vero Paese e l'80% dei venezuelani. E c'è un solo candidato che compete in quel mondo, anche se lo fa con prebende e ricatti: quel candidato è Maduro. E io lo batterò su quel campo. Non lo può fare chi vive negli strati A, B o C. E io lo posso fare per un motivo». Quale? «Sono l'unico che viene dalla società civile, che da dieci anni ogni giorno fa un lavoro sociale vero. E tutti sanno che qui non è in gioco un partito, ma un Paese».

Ma come è possibile competere con queste regole del gioco? La comunità internazionale ha già dichiarato che se non cambiano, non riconoscerà il risultato. Bertucci apre le braccia e guizzano gli occhi piccoli nel suo viso rotondo: «La comunità internazionale è stata chiara: a queste condizioni non crede che potrebbe vincere un candidato di opposizione. Ma io mi chiedo: e se succedesse? Cosa diranno? Non ci riconosceranno la vittoria? Con lo stesso Cne e quasi lo stesso clima, nel 2005 le opposizioni hanno boicottato le elezioni e ci siamo trovati un parlamento tutto “rosso”. Mi chiedo: ci è servito a qualcosa? O è stato dannoso? Nel 2015, con lo stesso Cne e stesse regole, l'opposizione ha stravinto. Mi chiedo: erano meno legittime? Io credo che l'astensione sia sempre un danno che facciamo al nostro popolo che aspetta da noi delle risposte, cioè un cambio. Io sono convinto che le autorità rispetteranno il patto di garanzia che abbiamo sottoscritto, anche perché gli occhi del mondo ci osservano».

Dunque, poniamo che vinca, come è successo nel 2015 per le elezioni parlamentari. Come fa a governare un Paese in cui tutte le istituzioni, sono sotto controllo del governo uscente e di un partito? «Proporrò un accordo di governo. E' evidente che bisogna riparare, ristrutturare le istituzioni dello Stato. Penso a un accordo in cui si fissa un termine dei lavori della Assemblea Nazionale Costituente e si trasferiscono le funzioni legittime al Parlamento, che così potrà rinominare tutte le cariche pubbliche, dal Cne alla Corte suprema alla Defensoria. Un percorso ordinato e condiviso».

Ecco la transizione disegnata dal pastore. «Ma prima di tutto» dice con un tono drammatico «Bisogna aprire un canale umanitario internazionale per cibo e medicine. E avviare una serie di misure immediate: togliere il controllo cambiario sulla moneta, dare ossigeno all'economia privata e rassicurare gli investimenti, recuperare la produzione soprattutto agraria, riordinare le funzioni dello Stato, restituire le imprese inutilmente espropriate».

E il suo movimento, dice, i suoi esperanzadores, sono pronti a partecipare a tutte le elezioni, a governare nei municipi e al parlamento: «Siamo molto cauti nel chiedere elezioni ora a tutti i livelli, perché è un processo complicato e la macchina dello Stato non può precipitare. Ma sì, noi siamo pronti a non lasciare vuoto alcuno spazio. La gente vuole un cambio. E che il Signore li benedica».

@fabiobozzato

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