Maduro corre da solo verso la rielezione e rischia di schiantarsi

Dopo il flop dei negoziati, le elezioni lampo assicurano la vittoria al presidente. Gli sfidanti più temibili sono stati tutti estromessi e l’opposizione medita di boicottare il voto. Che potrebbe non essere riconosciuto all’estero. E portare nuove sanzioni

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro. REUTERS/Marco Bello
Il presidente venezuelano Nicolas Maduro. REUTERS/Marco Bello

Dopo tre giorni di seduta permanente, il Consiglio nazionale elettorale ha annunciato la data delle elezioni in Venezuela: si terranno il 22 aprile, fra 70 giorni. Niente di più lontano dagli almeno sei mesi consigliati dagli standard internazionali, ma tant'è. In questi tre giorni i “rettori” «hanno lavorato su differenti scenari», ha spiegato la presidente Tibisay Lucena.

Il fatto è che proprio in quei giorni tutti aspettavano i risultati del tavolo di negoziati tra governo e opposizione. E la fumata nera uscita in Dominicana, in un clima caotico di dichiarazioni, ha lasciato al Cne l'unica possibilità: rispettare la decisione dell'Assemblea Costituente che aveva chiesto da tempo di aprire le urne prima della fine di aprile. «Un'assurdità: quella elettorale è un'assoluta prerogativa del Cne», ha protestato l'unico membro dell’opposizione, Luis Emilio Rondón. Ma si sa, in Venezuela tutto è irrituale, compreso l'ordine costituzionale.

Si apre dunque un'autostrada per la rielezione di Nicolas Maduro. Un paradosso: nessun presidente, nelle condizioni in cui Maduro lascia il Paese, potrebbe neanche sperarci. In realtà non è che un esito già scritto. Non solo tutti gli organi indipendenti dello Stato sono strettamente in mano al governo (compresa una Assemblea Costituente con pieni poteri), ma l'intero spettro dei partiti di opposizione è falcidiato: costretti in fretta e furia a raccogliere ancora una volta le firme per convalidarsi di fronte al Cne, solo Acción Democratica ci è riuscita nei due giorni fissati, gli altri sono stati esclusi, da Primero Justicia a Voluntad Popular e la stessa Mud, la coalizione, non potrà comparire sulle schede per non aver partecipato alle ultime tornate municipali.

I leader più in vista sono fuori gioco, interdetti da uno stillicidio di sentenze: Leopoldo López agli arresti domiciliari e 13 anni di pena; Henrique Capriles per danno all'erario quand'era governatore; Antonio Ledezma e David Smolansky fuggiti all'estero. Anche l'area del chavismo dissidente è out: interdetto per un anno è l'ex-ministro degli interni e braccio destro di Hugo Chavez, Miguel Rodríguez Torres; Rafael Ramirez, ex-potente ministro del petrolio, che pure aveva sfidato Maduro in eventuali primarie è inseguito dalle inchieste; l'ex-Fiscal General, Luisa Ortega Diaz, pur non avendo per ora alcuna velleità politica, è in esilio. Il panorama è desolante e le forze di opposizione sotto tutt'ora indecise se partecipare o meno a delle elezioni che in molti considerano una farsa. D'altra parte il naufragio dei dialoghi in Dominicana ha bruciato qualunque speranza di un giro di boa.

José Luis Zapatero ha pregato fino all'ultimo i leader di opposizione di firmare un accordo, pur vago negli impegni e con la tagliola delle elezioni ad aprile. Nella sua lettera-appello, si dice sorpreso per la decisione di abbandonare il tavolo: «Non entro nel merito delle circostanze e dei motivi, però il mio dovere è difendere la verità e il mio impegno è di non dare per perso un accordo storico tra venezuelani».

In realtà l'unica base su cui si erano accese le speranze era il primo documento uscito a fine dicembre e agitato come successo dal portavoce della delegazione governativa, Jorge Rodriguez. 

Il testo immaginava una road map che avrebbe ripristinato meccanismi di garanzia e fatto inevitabilmente slittare le elezioni. Si trattava di rinominare il Cne, con “rettori” di fiducia per tutti, rilegittimare il Parlamento (in mano all'opposizione) e creare un meccanismo di contatto tra questo e la Costituente (per la sua totalità governativa), assicurare regole di trasparenza e di osservatori internazionali.

Nel frattempo qualcosa si è strappato, probabilmente dentro il chavismo, fino a perdersi in mille trappole e condizioni e alla decisione della Costituente sulla data di aprile. A quel punto Messico e Cile, due dei Paesi accompagnati, decidevano di lasciare il tavolo. 

Se anche l'esito del 22 aprile fosse segnato, quella di Nicolas Maduro sarà una vittoria di Pirro? Di sicuro avrà in mano un Paese ancora più lacerato e soprattutto più isolato: in molte cancellerie latinoamericane sta prevalendo l'idea di non riconoscere le elezioni (come già annunciato dal colombiano Juan Manuel Santos), mentre Usa e Ue stanno valutando un nuovo giro di vite con sanzioni anche commerciali e petrolifere.

L'opposizione, d'altra parte, sembra indecisa e nel caos. Juan Pablo Guanipa ha proposto di «creare un fronte ampio, politico e sociale», al di là dei partiti: è uno dei politici emergenti, diventato famoso per essere l'unico dei cinque governatori anti-chavisti eletti a ottobre a rifiutarsi di prestare giuramento di fronte all'Assemblea Costituente. Ma chi lo guiderebbe questo fronte?

Tutti continuano guardare a Lorenzo Mendoza (di cui già abbiamo avuto modo di parlare), il celebre 52enne impresario della Polar, un colosso alimentare, che per il momento si tiene in silenzio e alla larga, tanto più con regole del gioco così contraffatte. Ma la politica venezuelana sembra un deserto su cui incombe un cielo da tempesta e l'ipotesi di cui più si parla è quella di un boicottaggio generalizzato.

C'è comunque un nugolo di aspiranti. Tra loro due sono tornati sotto i riflettori. Il primo è Henry Ramos Allup, un avvocato di 74 anni, politico di lungo corso, che Maduro ha definito un «dinosauro fascista» e in uno dei cable dell'ambasciata Usa a Caracas viene descritto come «abrasivo e arrogante». Il secondo è Henri Falcón, 56 anni, già chavista della prima e dal 2010 passato all'opposizione, un tempo popolare governatore dello Stato di Lara ed ex-capo della campagna elettorale di Capriles nel 2013. Sono i due nomi che lo stesso Nicolas Maduro ha detto di preferire. Nel parodosso venezuelano il presidente sceglie anche i suoi avversari.

@fabiobozzato

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