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Maduro ha vinto, ma a quale prezzo?

Maduro ha ottenuto un nuovo mandato presidenziale, ma più della metà dei venezuelani ha disertato le urne. All’estero il regime sarà più isolato di prima. Anche il fronte interno si è allargato invece di ridursi. E il futuro è un salto nel buio

Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro dopo l'elezione. REUTERS/Carlos Garcia Rawlins
Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro dopo l'elezione. REUTERS/Carlos Garcia Rawlins

A poche ore dalla conferma alla presidenza, Nicolas Maduro sembra più insicuro di quello che lasciano trasparire le dichiarazioni pubbliche. Ieri ha raccolto più di 6 milioni di voti e una percentuale del 67%, ma il vuoto che si trova attorno e sotto i piedi sembra enorme.

Già durante la giornata di ieri il nervosismo nel suo circolo appariva palpabile. Sicuri della vittoria, più passavano le ore e più i dirigenti chavisti sembravano turbati da qualcosa che probabilmente avevano sottostimato, almeno in quelle proporzioni: l'astensione. Più della metà dei 20 milioni di venezuelani con diritto di voto, pari al 52%, non si è presentata alle urne. Così i dati ufficiali, anche se le opposizioni li considerano addirittura sovra-estimati.

Le immagini dei centri elettorali rimasti pressoché desolati durante tutto il giorno erano inappellabili: non solo quelli tradizionalmente di opposizione, ma anche a Catia e a Petare che a Caracas sono bastioni socialisti e poi all'interno del Paese. Gli stessi dati che ufficialmente affluivano dai seggi lo confermavano. Ai festeggiamenti piuttosto mesti attorno al palazzo di Miraflores facevano eco i tanti cacerolasos che si sentivano dalle finestre di diversi quartieri di Caracas.

Certo, i principali partiti di opposizione avevano invitato al boicottaggio e i sondaggi lo avevano già ipotizzato, ma la scarsa credibilità di entrambi non spiega quello che per molti è stato un gesto di rifiuto di massa. La stanchezza, la rabbia e la disillusione hanno preso corpo nelle urne vuote. Non si registrava così poca gente ai seggi dal 1958, in un Paese che ama votare in modo massiccio, in percentuali che sfiorano sempre l'80%.

I dirigenti chavisti se ne rendevano conto col trascorrere delle ore. La stessa Celia Flores, la moglie di Maduro, che si fa chiamare «primera combatiente», alle 16 lanciava un inusuale appello al voto che suonava quasi disperato.

Il Frente Amplio, l'ombrello di organizzazioni e partiti più vasto dei tradizionali anti-chavisti, ha diffuso una serie di audio in cui vari dirigenti governativi imploravano la gente a votare e in un caso si faceva riferimento ai Clap (il sistema di distribuzione di casse alimentari), minacciando gli elettori che se non andavano alle urne non li avrebbero ricevuti. A fine giornata i due candidati sconfitti hanno presentato al Cne centinaia di denunce di irregolarità e violazioni di legge: 1400 il pastore evangelico Javier Bertucci arrivato terzo e 900 Henri Falcon che pure ha dichiarato di non riconoscere il risultato.

Alla fine Nicolas Maduro ha riconquistato Miraflores, ma a che prezzo? E con quale legittimità? Sa che dovrà far fronte a un isolamento internazionale ancora più duro. La Casa Bianca ha subito annunciato nuove sanzioni che colpiscono chiunque, privato o impresa, che faccia transazioni finanziarie con qualsiasi entità relazionata con strutture governative venezuelane, a cominciare da Pdvsa: cosa significherà in termini pratici, visto l'interscambio commerciale, sarà tutto da verificare nelle prossime settimane.

Il gruppo di Lima, i 14 Paesi latinoamericani più critici, non ha riconosciuto i risultati ufficiali e potrebbe rivedere le singole rappresentanze diplomatiche. Dai Paesi europei arrivano reazioni di condanna: le prime a reagire sono state la Spagna, la Gran Bretagna e la Germania.

Nel frattempo il fronte interno invece che ridursi si è allargato. I centri elettorali pressoché vuoti rimbombano ai vertici del chavismo, dove comunque si pensava di tenere le redini della tristezza in cui è piombato il Paese. Come prenderà corpo quell'astensione? Come ridisegnerà il paesaggio dell'opposizione? Secondo molti osservatori quella di Nicolas Maduro è una vittoria di Pirro. Davvero pensa di poter tenere il timone di una nave malconcia in piena burrasca per altri sei lunghi anni?

Di sicuro le elezioni di ieri hanno confermato che comunque una parte importante, seppur minoritaria, del Paese continua ad appoggiarlo. E chiunque abbia l'ambizione di guidare una transizione ne dovrà tener conto. Ma su chi lo potrà fare e in che forma è la domanda più drammatica che si sente ripetere in Venezuela.

Omar Barboza, presidente della Assemblea Nazionale, considerata illegittima dal potere e che sarà rieletta nel 2020, ha solo parlato di «ricostruzione della unità nazionale», di un «cambio politico per via costituzionale», di «nuove elezioni veramente libere e trasparenti»: ma come riusciranno a strappare tutto questo continua a rimanere un mistero.

Un chavista critico, comunista dichiarato, come Nestor Francia, poeta e saggista settantenne, ieri ha parlato del vuoto sotto i piedi di Miraflores. E il panorama che descrive è ancora più drammatico: «Se il chavismo non si rende conto di quello che sta succedendo, se va avanti ubriaco con le sue vittorie di Pirro, se non esce dalla sua bolla, dal suo arcobaleno di cellophane, se gli allucinati continuano a ballare sulla pista del dolore, i postumi della sbornia saranno martirizzanti quando la brocca si romperà». Sarà profetico?

@fabiobozzato

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