Il presidente venezuelano ora impone ai militari anche un voto di lealtà personale. E per assicurarla alterna promozioni e denari alla spietata repressione guidata dal controspionaggio, che ha spedito dietro le sbarre un nugolo di cospiratori in divisa. Veri o presunti tali

Nicolas Maduro cambia la spallina di un ufficiale dell'esercito durante una cerimonia di promozione a Caracas, in Venezuela, il 7 luglio 2018. Palazzo Miraflores / Dispensa tramite REUTERS
Nicolas Maduro cambia la spallina di un ufficiale dell'esercito durante una cerimonia di promozione a Caracas, in Venezuela, il 7 luglio 2018. Palazzo Miraflores / Dispensa tramite REUTERS

Ai militari venezuelani non basta giurare fedeltà alla Repubblica, né promettere socialismo o muerte alla cubana, già introdotto da Hugo Chávez quand'era in vita. Ora devono fare voto di lealtà a Nicolás Maduro, «Presidente costituzionale e comandante in capo», come ha ribadito lui. L'iniziativa è partita dopo le elezioni del 20 maggio, contestate da gran parte della comunità internazionale e boicottate dal fronte di opposizione.


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Il voto di fedeltà, che molti ufficiali e alti gradi hanno subito espresso pubblicamente via twitter, è stato anche un criterio – ha detto il ministro della Difesa, il generale Vladimir Padrino López - per scegliere le tradizionali promozioni in occasione della festa dell'indipendenza, il 5 luglio. L'annuncio è stato fatto in grande: 16.900 si sono trovati una stelletta in più sulla loro divisa.

È tempo, ha ribadito Maduro, di «Portare fino in fondo un processo di moralizzazione e di riattivazione dei valori morali, ideologici e concettuali di ogni ufficiale fino all'ultimo comandante». La lealtà delle forze armate è sempre stata una priorità per il presidente, fin dalla morte del suo predecessore che pure aveva investito risorse e prestigio per ricostruire un corpo militare fedele e politicamente alleato ma che non poteva prevedere la burrasca in cui il Paese si sarebbe trovato negli anni successivi.

Tutte le voci di golpe che si sono susseguite dalla morte del Comandante non hanno mai trovato alcun riscontro, anche se lo stesso Maduro le ha sempre alimentate per drammatizzare la situazione. Ma mai come nell'ultimo anno le retate guidate dalla direzione di contro-spionaggio militare (Dgcim) si sono susseguite con tanta intensità, in coincidenza con le grandi proteste che hanno scosso il Paese, la repressione dispiegata e l'isolamento internazionale che ne è seguito.

Maduro ha ceduto ministeri importanti a una lunga serie di generali: erano oltre il 40% del gabinetto nel 2017 e nei cambi vorticosi di poltrone, che il presidente attua abitualmente, a giugno di quest'anno sono scesi al 26%, mantenendo tuttavia i ministeri della Presidenza, Difesa, Interni, Agricoltura, Alimentazione, Petrolio, Case, Energia elettrica. Il potere subappaltato ai militari è enorme ma nel caos e nella recessione in cui versa il Paese le voci di inquietudine nelle caserme e nei comandi si sono moltiplicate. È di un anno fa la clamorosa vicenda televisiva di Oscar Pérez ribellatosi da solo e in elicottero, datosi poi alla macchia tra molti proclami e poi freddato in un'imboscata a gennaio. Ad agosto dell'anno scorso un piccolo gruppo di sottoufficiali aveva provato a innescare invano una rivolta al Fuerte Paracamay, uno dei più importanti del Paese.

Nei primi tre mesi di quest'anno, un altro giro di vite: tra i tanti chavisti della prima ora diventati acerrimi dissidenti e inseguiti da ordini di cattura o finiti in manette figurano anche due ex-ministri generali che ai tempi di Hugo Chávez occupavano posti-chiave come Interni e Difesa, Miguel Rodríguez Torres e Raúl Isaías Baduel. Secondo Maduro i due sono implicati in azioni di tradimento e sovversione ma non si esclude sia stata solo una vendetta politica per serrare le fila.

Nessuno sa quanti militari siano detenuti e per quali motivi. Spesso vengono presi dalla contro-intelligence militare senza mandato e rinchiusi senza processo per mesi, né abitualmente si forniscono accuse precise o tantomeno prove. Il Foro penale venezuelano, che offre assistenza legale gratuita ai prigionieri politici, parla di circa 200 “verdi-oliva”. L'Assemblea Nazionale, in mano all'opposizione ma considerata senza legittimità, ha chiesto recentemente il rilascio di 152 militari. Secondo altre fonti potrebbero essere tre volte tanto ma spesso le cifre sono usate nella guerra di informazione di una e dell'altra parte. Di sicuro, ormai sono provate da una montagna di testimonianze le denunce di torture e maltrattamenti nelle carceri militari.

L'operazione più pericolosa è avvenuta quest'anno e ha portato in carcere – sembra – una quarantina di militari, 11 già a processo. Maduro, nel discorso di insediamento, ha raccontato di aver sventato un golpe finanziato da Colombia e Stati Uniti a pochi giorni dalle elezioni del 20 maggio. Bloomberg Businessweek ha di recente pubblicato i dettagli del piano rivelati, dice, da uno dei partecipanti sfuggito agli arresti.

L'obiettivo dei congiurati sarebbe stato di impedire le elezioni, con un blitz a Palacio Miraflores e l'arresto del presidente. “Operazione Costituzione” si sarebbe chiamata, coinvolgendo decine di capitani, colonnelli e generali. Il piano avrebbe dovuto essere messo a punto a Bogotà, dove il gruppo cercava appoggio logistico e finanziario delle autorità colombiane e statunitensi, che però si sarebbero tirate indietro. A metà maggio un blitz del controspionaggio venezuelano, con l'aiuto di un doppio-agente, avrebbe fatto fallire il piano. Finiti dietro le sbarre, torturati, i golpisti avrebbero confessato tutto.

Verosimile o meno, è certo che il nervosismo nelle caserme deve essere sempre tenuto sotto controllo. Nello stesso periodo del presunto golpe, in assesto di bilancio, il governo ha stanziato alle forze armate le risorse più ingenti tra quelle a disposizione, 17 volte più del ministero dell'Agricoltura, ha ricostruito Transparencia Venezuela, e il 35% in più dell'Università.

Gli analisti che osservano le questioni militari venezuelane sembrano concordi nel ritenere che finora Maduro possa avere la situazione sotto controllo. Secondo Sebastiana Barráez, che collabora con il giornale Tal Cual, «I servizi di intelligence venezuelani hanno un alto grado di precisione, forse grazie all'appoggio dei servizi cubani». Tutti i tentativi finora registrati sembrano isolati e solitari e Maduro potrebbe avere di fronte, secondo la giornalista, non un'organizzazione ma «una nube di cospiratori» da cui guardarsi le spalle.

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