Venezuela, non c’è un Cartello dei Soli ma i tentacoli del narcotraffico arrivano al governo

In Venezuela il governo Maduro si aggrappa al potere al costo di 29 vittime in un mese, di esacerbare la crisi sociale, economica e politica e di alienarsi la comunità internazionale. Ecco una ragione.

Soldati venezuelani di guardia accanto a centinaia di pacchetti di cocaina presi durante un maxi-sequestro di 3,6 tonnellate di cocaina a bordo di una nave nel Mar dei Caraibi. REUTERS / Alexander Gomez
Soldati venezuelani di guardia accanto a centinaia di pacchetti di cocaina presi durante un maxi-sequestro di 3,6 tonnellate di cocaina a bordo di una nave nel Mar dei Caraibi. REUTERS / Alexander Gomez

Perché un governo che ha perso clamorosamente le elezioni legislative, che è appoggiato solo da un quinto della popolazione si avvinghia così disperatamente al potere? Perché pur di non perderlo si arrampica sugli specchi con misure anticostituzionali e reprime così violentemente da inimicarsi i paesi democratici?

Una delle spiegazioni sta nei rischi che numerose personalità del governo e del suo entourage affronterebbero appena deposte: processi penali e carcere nel Paese e all'estero per narcotraffico, riciclaggio di denaro sporco e violazione dei diritti umani.

Il Venezuela non produce cocaina ma ha una posizione strategica. Una costa sul Mar dei Caraibi disabitata per lunghi tratti, isole, meno di due ore di volo a Honduras e Santo Domingo, porti e aeroporti internazionali… Per farne la rotta perfetta della cocaina della vicina Colombia, il primo produttore al mondo, serviva solo un ambiente corrotto, e quello in Venezuela ha sempre abbondato, come il petrolio.

La storia comincia nel 1982 quando la guerriglia colombiana (inizialmente marxista) si struttura in esercito. Per le Farc il modo più facile per comprare armi è la cocaina che attende di essere esportata attraverso il Venezuela (per il 90%) verso gli Stati Uniti e l’Europa. Le Farc pagano in natura e l'incasso può essere rivenduto ai cartelli del Centro America e messicani in particolare. A chiudere un occhio o a proteggere i carichi fino ai piccoli aeroporti del sudovest del Venezuela e oltre è inizialmente qualche militare di basso rango con una sola stelletta/sole.

Di un Cartel del Sol si parla già prima del 1999, anno in cui sale al potere il generale Hugo Chávez. Da lì a poco alcuni militari con più stellette/soli, fiutano la manna che "scende" loro dalla Colombia e decidono di gestirla in prima persona. Si comincia a parlare di un Cartello dei Soli.

Che dei militari siano coinvolti a tutti i livelli di rango diventa chiaro con il caso Makled, una potente famiglia di origine siriana proprietaria di magazzini in tutto il paese, nei porti e negli aeroporti. Quando Walid Makled è arrestato nel 2010 per possesso di 388 chili di cocaina, dice subito di essere stato incastrato, perché lui paga "mensilmente circa un milione di dollari" a “governatori, generali, contrammiragli, ammiragli e fratelli di ministri”. Secondo la Dea, l'Agenzia per il controllo della droga statunitense, Makled dirigeva personalmente le operazioni arrivando spedire fino a 10 t di cocaina negli Usa ogni mese.

"Non si può parlare di un cartello", spiega a Eastwest Héctor Landaeta, giornalista e autore del libro Chavismo, narcotráfico y militares, già alla 3a edizione, "ma sì di un gruppo di generali che si rende conto che l'impero di Makled è l'affare del secolo: lo sacrificano per prenderlo in mano loro. È un piccolo gruppo di cui si conosce con nome e cognome, e sono tutti inclusi nella lista Ofac".

La lista Ofac del Tesoro Usa elenca esclusivamente i più importanti rei di traffici illeciti e riciclaggio di denaro sporco che non possono più ottenere un visto, avere interazioni con banche statunitensi o disporre dei beni che hanno negli Usa.

Tra i 70 venezuelani della lista molti sono pezzi grossi del regime e militari di alto rango: dall’ex ministro degli Interni e della Giustizia, capitano della Marina Ramón Chacín, all’ispettore dell’Esercito bolivariano Miguel Vivas; dall'ex direttore dell'Intelligence militare, brigadiere generale Manuel Bernal, al comandante della Difesa strategica, Antonio Benavides; dall’ex ministro della Difesa , generale Henry Rangel, al direttore della Polizia Bolivariana, Manuel Pérez; all’ex comandante generale della Guardia Bolivariana, Justo Noguera; al genero del presunto capo del Cartello de la Guajira, generale Cliver Alcalá, che per anni indisturbato avrebbe spedito cocaina nelle navi della compagnia petrolifera statale Pdvsa.

Dal 2005 per ordine dell’allora presidente Chávez la Dea non può più indagare in Venezuela. Chi lo fa rischia molto, come il giornalista Mauro Marcano assassinato impunemente. Il giudice del caso Makled Alí Paredes è stato arrestato poche ore dopo la condanna. La giudice che ha reso possibile il libro Chavismo, narcotráfico y militares, Mildred Camero, che coordinava l'intelligence britannica e la Dea, è stata messa in pensione di punto in bianco. "È la persona che più sa di droga in Venezuela, una persona molto coraggiosa", ci dice Landaeta. “E ha tutte le prove riguardo ai generali – e badi bene, si tratta solo di un gruppo.”.

Javier Mayorca, giornalista investigativo di El Nacional e uno dei maggiori conoscitori del tema spiega a Eastwest che "la grande differenza tra i primi tempi e oggi è che ora, per decisione di Chávez e Nicolás Maduro, il comando della lotta antidroga sta tutto nelle mani dei cinque corpi delle forze armate, cosicché al rischio di corruzione adesso sono esposti tutti. È per questo che in ogni caso importante di droga c'è qualche militare coinvolto. Tuttavia, con una prospettiva storica si capisce che è molto difficile che ci sia un unico grande capo che con i suoi luogotenenti abbia deciso lungo 15 anni che cosa sarebbe passato o meno dal Venezuela. Non c'è un Cartello dei soli. La realtà è più complessa", ci dice il giornalista.

"I numerosi episodi di 'tumbes' – scontri tra forze militari per rubarsi i carichi di droga - testimoniano che i militari coinvolti appartengono a vari gruppi in lotta tra sé, ciascuno alleato di una particolare fazione [del traffico]", aggiunge Mayorca.

Per calcolare la droga che passa da un paese si proiettano le quantità sequestrate. Nel caso del Venezuela, nel Paese circolano ogni anno forse più di 200 tonnellate metriche di cocaina pura.

Washington segue da tempo la situazione con molta attenzione. Nel 2015, per fare capire a Caracas che non avrebbe più tollerato né i flussi finanziari illeciti né la violenza e l'abuso dei diritti umani che la corruzione e il narcotraffico comportano, Obama aveva classificato il Venezuela come "una minaccia straordinaria alla sicurezza degli Stati Uniti".

Trump, continuando sulla stessa linea, ha incluso nella lista Ofac il prestanome del vicepresidente, Samark López Bello, e il vicepresidente stesso, Tareck el Aissami, già ministro degli Interni, accusato di aver soprinteso personalmente spedizioni verso gli Stati Uniti attraverso i violenti Los Zetas e conosciuto anche come “il narco di Aragua”.

Più Washington accusa personaggi chiave più il governo venezuelano li promuove – facendo capire quanto si senta accerchiato. El Aissami, promosso vicepresidente, ne è un esempio come anche il generale Néstor Reverol, finito sui titoli per aver “perso di vista” 2 t di cocaina – da responsabile dell'Ufficio… antidroga è stato promosso ministro degli Interni.

All’accerchiamento hanno contribuito numerose defezioni o gli arresti di alcuni pezzi da novanta, tra cui un nipote e un figlioccio della “Prima combattente”, la moglie di Maduro Cilia López, sotto processo a New York per aver tentato di importare 800 kg di cocaina. Nelle prime confessioni avrebbero fatto i nomi di una serie di persone importanti del regime.

Una collaborazione chiave per capire la rete di protezioni del narcotraffico e i contatti con le Farc (verso le quali sia Chávez sia Maduro hanno sempre avuto una posizione ambigua) è stata quella di Leamsy Salazar, l’ex responsabile della sicurezza di Diosdado Cabello, ex presidente del Congresso e uno dei tre uomini che si contende il potere con Maduro ed el Aissami. Cabello è ritenuto un elemento di punta, addirittura il boss dei mili-narcos.

Il giudice Eladio Aponte, fedelissimo di Chávez e già presidente della Corte Suprema, ha raccontato alle autorità Usa come lui assegnasse a giudici compiacenti i casi di narcotrafficanti dopo telefonate arrivate direttamente "dal presidente in giù".

Senza poter più disporre delle fortune ammassate negli Usa, con meno paesi latinoamericani nei quali rifugiarsi se il chavismo perdesse il potere, i narcomilitari hanno le spalle al muro. Che ci sia il fuggi fuggi lo dice anche la diplomazia intesa come richieste di posti di ambasciatore. Per ora hanno avuto poca fortuna: Canada, Portogallo e Belgio hanno già detto che i militari venezuelani non li vogliono.

@GuiomarParada

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