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Il disastrato Venezuela è una pedina nella partita Trump-Putin?

È il Venezuela, stando ad alcuni segnali, che potrebbe diventare il laboratorio della nuova politica Usa per l'America Latina e una carta nella trattativa con il presidente russo Vladimir Putin.

Un manifestante con una maschera che dice "i venezuelani muoiono di fame" e "il Venezuela agonizza" durante la manifestazione anti-Maduro per commemorare il 59 ° anniversario della fine della dittatura di Jimenez a Caracas, Venezuela gennaio 23, 2017. REUTERS / Christian Veron
Un manifestante con una maschera che dice "i venezuelani muoiono di fame" e "il Venezuela agonizza" durante la manifestazione anti-Maduro per commemorare il 59 ° anniversario della fine della dittatura di Jimenez a Caracas, Venezuela gennaio 23, 2017. REUTERS / Christian Veron

Da un paio di decenni, Caracas attribuisce all'"Impero" americano la colpa di tutti i mali del Paese, ma da quando alla Casa Bianca c'è Trump ha smesso di farlo. Anzi, ricorda la "campagna di odio" subita da Trump con cui vorrebbe "i migliori rapporti politici, economici e per l'energia". Trump, che non potrà essere "peggio di Barack Obama", come ha dichiarato la cancelliera Delcy Rodriguez, che vorrebbe l'annullamento dell'ordine esecutivo di Obama che considera il Venezuela "una minaccia per gli Stati Uniti" e vieta l'ingresso negli Usa a varie personalità implicate nella brutale repressione del 2014 che causò più di quaranta morti.

 Il petrolio, unica risorsa economica del Venezuela

Il criterio politico “America First” Trump lo sta già applicando all'energia, e soprattutto il petrolio, le cui massime risorse mondiali si trovano proprio nel sottosuolo del Venezuela. Il problema è che il paese caraibico lo riesce a sfruttare sempre meno, anche se la sua economia ne dipende per il 95%, perché semplicemente non ha risorse da investire nelle infrastrutture.

In più, nel 2016 i prezzi del petrolio sono crollati. La ripresa attuale, anche grazie alla decisione dei paesi Opec e non Opec, tra cui il Venezuela, di ridurre la produzione, è in contrasto con l'obiettivo trumpista dell'autonomia energetica – "perfora baby, perfora". Aumentando il volume del petrolio sul mercato, però, i prezzi si riabbasseranno in un circolo vizioso rovinoso per il Venezuela.

"Gli Stati Uniti dipendono dalle importazioni dal Venezuela e dal Golfo", spiega Rafael Quiroz Serrano, economista esperto di petrolio al programma radio En este país, "ma gli USA aumenteranno la produzione interna comunque da 9,6 milioni di barili al giorno a 12 milioni, dei 19 che consumano, anche per ridurre la dipendenza da paesi 'poco amici'". Se si considera che al Dipartimento di Stato andrà quasi sicuramente Rex Tillerson, fino a ieri ad del gigante del petrolio Exxon, "è del tutto improbabile che il petrolio torni ai 100 dollari al barile" dagli attuali 40-48 come servirebbe al Venezuela.

Da qui all'inflazione più alta del mondo il passo è breve. "Il governo sta spendendo più di quello che incassa e inietta denaro per finanziare la statale Petróleos de Venezuela (Pdvsa) e altre aziende pubbliche anche stampando denaro. Ciò preme sui prezzi. Mantenendo questo modello anche nel 2017, l'inflazione potrebbe toccare l'850%", spiega a Eastwest il professore dell'Ucab ed economista senior di Ecoanalitica Carlos Miguel Álvarez. "Se il governo implementasse misure antinflattive potrebbe farla scendere a circa 350%, ossia meno del 525% del 2016. Al momento, tuttavia, riteniamo più realistico il primo scenario".

Una crisi della liquidità e rivolte sono state le conseguenze della decisione del governo di ritirare  i biglietti da 100 bolivar con i quali si comprava sempre meno. Beffa dopo il danno: per settimane il governo non ha avuto denaro per pagare la stampa delle nuove banconote da 500. Intanto, il paniere dei prodotti di base è aumentato di 52 volte in cinque anni.

 Ciò vuol dire una penuria diffusa in un paese che non ha dollari per importare cibo o pezzi di ricambio, la cui industria è a terra e dal quale fuggono gli investimenti esteri. Sei aziende globali hanno da poco venduto tutte le loro attività in Venezuela a metà del loro valore, riferisce Reuters.

Il collasso finale di un paese nel "cortile" degli Usa, per di più "socialista" e già alquanto isolato, non costituirebbe un problema per Trump, che lo sfrutterebbe politicamente, forse addirittura rinegoziando le condizioni di quel 20% del petrolio venezuelano che gli Usa importano e quelle del crudo leggero che dal 2016 il Venezuela compra al tanto odiato nemico.

I repubblicani

All'udienza di conferma, Tillerson ha parlato del "disastro venezuelano, causato in buona parte dall'incompetenza dei governi Chávez e Maduro". La sua idea è che di lavorare per "una transizione negoziata alla democrazia", mentre si continuano a denunciare le pratiche antidemocratiche e i prigionieri politici e s'intensificano le sanzioni contro chi viola i diritti umani e i narcotrafficanti".

Misure drastiche da parte di Tillerson potrebbero però essere viste come un conflitto d'interesse, una vendetta per la nazionalizzazione della Exxon in Venezuela e contro Maduro che lo accusò di "finanziare una campagna brutale per destabilizzare il Paese". Tillerson potrà tuttavia mandare avanti i probabili nuovi responsabili della politica estera verso l'America Latina, il senatore Marco Rubio e la deputata Ileana Ros-Lehtinen, noti entrambi per la loro posizione molto critica verso il regime cubano e quello venezuelano.

Dopo una recente inchiesta dell'AP su personaggi vicini al governo venezuelano che avrebbero lucrato su forniture di cibo dagli Usa, Rubio ha detto che delle sanzioni contro quei funzionari "dovrebbero essere una delle prime azioni del Presidente". 

La Russia

Maduro quindi, non si sa mai, sta adulando il presidente russo Vladimir Putin: "Lo ammiro e credo che sia un leader mondiale della pace", ha detto alla stampa russa.

Mosca, senza schierarsi con Maduro, che evidentemente ritiene attaccabile (lo appoggia solo un 20% della popolazione secondo Datanalisis), ha a metà gennaio emesso un comunicato ufficiale sul rischio che "le forze dell'opposizione [venezuelana] provochino una 'rivoluzione dei colori'".

Claudio Sandoval, ricercatore di scienze politiche alla Georgia State University, ha detto a La Patilla che l'iniziativa russa non sollecitata ("una ingerenza inaccettabile" per l'opposizione) indica innanzitutto una preoccupazione "per l'impatto negativo che un cambiamento di governo brusco avrebbe sui suoi interessi in Venezuela e nella regione".

Putin starebbe mandando anche un messaggio a Trump: "Il Venezuela resta nella nostra area d'influenza commerciale e geopolitica, e quindi Stati Uniti, non aiutate l'opposizione e tenete aperto il "dialogo".

Il "dialogo"

Gli ex presidenti José Luis Rodríguez Zapatero, Martín Torrijos e Leonel Fernández, il segretario di Unasur Ernesto Samper e il nunzio monsignore Aldo Giordani per il Vaticano si sono proposti a dicembre come mediatori per un dialogo tra governo e opposizione. Come condizione per parteciparvi l'opposizione aveva chiesto che il governo rispettasse le decisioni del Congresso, la liberazione dei prigionieri politici e una data per l'elezione dei governatori.

Il governo ha invece bloccato con espedienti il referendum che avrebbe potuto destituirlo, mantiene la mano pesante con i prigionieri politici e non ha ancora fissato la data per l'elezione scaduta a dicembre. Ora sta addirittura prendendo misure per delegittimare al Congresso che l'opposizione controlla a larga maggioranza da dicembre. Anche se divisa, l'opposizione ritiene che il governo Maduro stia sfruttando il "dialogo" per guadagnare tempo e restare al potere senza niente in cambio e quindi si rifiuta di parteciparvi.

Ora, mentre per la stragrande maggioranza dei venezuelani il giorno dopo giorno è fatto da code alla ricerca d'introvabili alimenti di base, di disperazione per la mancanza di medicine e di perenne ansia per la violenza record, il Paese e il suo petrolio potrebbero essere già una carta nella partita tra Trump e Putin.

@GuiomarParada

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