Maduro lancia petro, la prima criptomoneta emessa da uno Stato

Inizia domani la pre-vendita di petro, che sarà garantito dal petrolio dell’Orinoco. Caracas coltiva grandi ambizioni ma «capovolge le regole di base delle criptovalute», dice il fondatore di Bitcoin Venezuela. Petro è più un rischioso titolo di Stato, minacciato anche dai black-out

Il logo di petro, la nuova criptovaluta venezuelana, è proiettato durante la conferenza stampa del Ministro per l'Università, la Scienza e la Tecnologia Hugbel Roa. Caracas, Venezuela, 31 gennaio 2018. REUTERS / Marco Bello
Il logo di petro, la nuova criptovaluta venezuelana, è proiettato durante la conferenza stampa del Ministro per l'Università, la Scienza e la Tecnologia Hugbel Roa. Caracas, Venezuela, 31 gennaio 2018. REUTERS / Marco Bello

Domani è il giorno del debutto del tanto annunciato petro, la prima criptomoneta emessa per iniziativa di uno Stato. Alle 8.30, se tutto procederà come previsto, "verranno collocati 38,4 milioni di tokens - l'unità di valuta - e durante il processo di vendita si applicheranno sconti decrescenti per stimolare subito l'investimento", si legge nel Libro Bianco pubblicato i giorni scorsi dall'Osservatorio della Superintendencia de la Criptomoneda, una delle istituzioni create appositamente per la gestione e il monitoraggio della nuova valuta venezuelana.

Il petro non sostituirà il bolivar, ovviamente, i cui biglietti ormai valgono meno della carta su cui si stampano, come dicono i venezuelani. Prima dell'offerta pubblica si pre-mineranno dalla block-chain petro i 100 milioni di cripto-attivo che sono la soglia massima che sarà da qui in avanti possibile estrarre.

La vendita vera e propria si avrà dopo un mese. I token infatti sono fiche non minabili che si emettono attraverso un “contratto intelligente” della piattaforma. E non faranno parte della rete petro fino a quando non siano scambiati al momento dell'offerta vera e propria. Alla fine del processo, saranno 82,4 i petro disponibili, il cui prezzo è definito in base a quello del petrolio e per questo è fissato un valore di 60 dollari. Ogni petro infatti corrisponde a un barile di petrolio. E saranno proprio le riserve petrolifere - ma anche aurifere e di metalli preziosi, ha dichiarato il presidente Nicolas Maduro - a garantire la cripto-manovra. In particolare il campo 1 del Bloque Ayacucho nella Faja del Orinoco.

Il petro vuole essere un mezzo per acquistare beni e servizi, piattaforma di e-commerce e alternativa per il risparmio e gli investimenti. E soprattutto l'arma fatale contro "la guerra economica non-convenzionale" come la chiama il governo, stretto dalle sanzioni Usa e il rischio di default sempre incombente. Maduro ha lanciato un piano di sostegno ai giovani perché possano sminare in tutto il Paese il petro e ha chiesto alla compagnia petrolifera di Stato e alle istituzioni pubbliche di utilizzare la nuova valuta. "Ha il potenziale per essere adottato massivamente, con più di 20 milioni di fruitori solo in Venezuela" dicono alla Sovrintendenza "vale a dire che ha un equivalente 5 volte più grande del mercato globale delle criptovalute”.

Fin qui lo Stato. Se sarà un successo clamoroso o un altro fallimento, lo diranno le prossime settimane. Nel frattempo hanno tenuto banco solo i dubbi.

Randy Brito è il giovane creatore della piattaforma BitCoin Venezuela, che aiuta i venezuelani intenzionati a investire nella criptovaluta più di successo e che Caracas ha sempre visto con sospetto tentando più volte di intimidire chi ne era coinvolto. Proprio sul Venezuela si erano accesi i riflettori internazionali, per valutare l'impatto del bitcoin in un sistema finanziario e valutario al collasso e per la capacità di mining grazie ai costi dell'energia, cento volte più bassi che in Europa e di almeno dieci rispetto agli Usa.

Quando in settembre ho parlato con Randy Brito, sorrideva all'idea che Maduro potesse legalizzare il bitcoin come via d'uscita dal vicolo cieco. Mi aveva detto: «Perché no? Forse ne avrebbe tutto da guadagnare». Ora che Maduro si è fatto addirittura una sua cripto-moneta, ci siamo ridati appuntamento: «Sembra sia un fork del codice Decred» dice serio in gergo tecnico. «La differenza con le altre criptovalute è che il governo controllerà sia l'emissione che le persone che la utilizzeranno attraverso un registro» capovolgendo le regole-base. «Significa che potrebbe intervenire: l'immutabilità della transazione effettuata è un must nelle monete in circolazione».

Dunque, cos'è il petro? «A me sembra un modo disperato per avere hard currency, valuta pregiata e fresca. E più che una moneta sembra un buono, un titolo di Stato, un debito. Ma dubito che il governo sia poi capace di onorarlo, visto che dovrebbe rimborsarlo con barili di petrolio che nemmeno sono stati ancora estratti» dice Brito.

Concorda con lui Jean-Paul Leidenz, altro giovane, brillante economista, capo-team di ricercatori di Ecoanalitica, la più importante impresa venezuelana di consulenza di mercato. A lui chiediamo come sta reagendo la comunità finanziaria: «Gli investitori Usa temono le sanzioni, che colpiscono chiunque faccia operazioni con lo Stato venezuelano. Dubito che vogliano correre rischi col petro. Più probabile che stiano guardando con attenzione dal Qatar, visto l'isolamento politico del Paese. E i russi, interessati alle riserve petrolifere del campo 1 del Bloque Ayacucho, quelle che servono da garanzia, visto che Gazprom già ha diritti di sfruttamento sul vicino campo 2».

Dunque, riflette Leidenz, «Se il Petro è visto come un titolo di debito pubblico a breve tempo, potrebbe anche funzionare all'inizio a costo di incentivi enormi. Ma restano ostacoli tuttora in piedi: come ci si può rivalere sulla garanzia? Quali regole reggeranno il gioco? Qual è il quadro di norme? Manca una cosa che è alla base di tutto: la fiducia verso lo Stato venezuelano».

Se non c'è fiducia sulla solvenza di Caracas, qualunque gioco monetario è destinato a fallire, dicono tutti. Per di più, sottolinea l'economista Urbi Garay, «C'è un problema costituzionale, come ha sottolineato l'Assemblea Nazionale, che ne ha decretato l'illegalità: la Costituzione proibisce di usare le riserve naturali in garanzia per debiti o sotto forma di pagamento o di pagherò».

E qui si apre un altro fronte per il petro. Emiliano Teran Mantovani, attivissimo sociologo dell'Universidad Central de Venezuela, ha di recente lanciato il suo Observatorio de Ecología Política, che mappa i tanti conflitti socio-ambientali cercando nuove chiavi per leggere il Paese fuori dallo scontro chavisti-antichavisti. «A me ricorda un precedente» dice Mantovani «Negli anni '90, in tempi di neoliberismo ortodosso, il presidente Caldera propose di pagare il debito pubblico con riserve naturali, come l'estrazione di oro nella Sierra de Imataca. Il paradosso è che non riuscì a lui ma sta riuscendo ora. Il petro mi sembra un altro tassello di politiche neoliberali di questo governo, con una finanziarizzazione massiccia della natura».

Eppure, secondo il Libro Bianco del petro, "Venezuela aspira a convertirsi nel leader globale di una iniziativa che permetta di valorizzare le sue risorse naturali in forme innovatrici". Mantovani ha un tono desolato: «Il petro conferma la logica estrattivista che si dice di voler cambiare: hanno affidato a una impresa cinese di certificare tutte le riserve minerarie del Paese con il progetto Magna Reserva Minera e hanno offerto il pagamento del debito con commodities, non solo petrolio, ma anche carbone come nei progetti di CarboZulia. Una follia».

E poi c'è un problema energetico. Maduro propone di moltiplicare in tutto il Paese i centri di “sminamento” del petro, dai licei alle carceri. Attività che richiede una gran quantità di energia e ottime connessioni on-line, in un Paese dove le infrastrutture soffrono di continui black-out. Continua Mantovani: «Le criptomonete sono idrovore di energia: il Bitcoin Energy Consumption Index del 2018 stima che il consumo elettrico di tutte le reti di criptomonete è di 42,3 Twh/anno, vale a dire il consumo di energia di tutto il Perù. Abbiamo raccolto anche varie stime nazionali, secondo cui il successo dello “sminamento” in Venezuela è arrivato a consumare il 37% dell'energia elettrica del Paese: come pensano di far fronte con le reti al collasso?».

Jean Paul Leidenz scuote la testa: «Mi sa che il governo si è impigliato in un gioco improbabile».

@fabiobozzato

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