Gli Usa contro la criptovaluta del Venezuela che piace a Mosca

Il Time rivela l'interesse della Russia per la prima criptovaluta emessa da uno Stato. Anche Mosca sarebbe tentata dalla via digitale per aggirare le sanzioni. Ma il petro viene messo al bando da Trump. E a Caracas lo sfidante di Maduro Falcón propone la dollarizzazione dell’economia

Il logo del petro, la nuova criptovaluta venezuelana. REUTERS/Marco Bello
Il logo del petro, la nuova criptovaluta venezuelana. REUTERS/Marco Bello

Mentre Nicolas Maduro presentava il petro, la sua criptomoneta, alla stampa il 20 febbraio scorso, in prima fila sedevano Denis Druzhkov e Fyodor Bogorodsky, due consulenti russi. Lo rivela il numero di Time uscito questa settimana e sarebbe uno degli indizi sull’assistenza di Mosca all'intera operazione monetaria.usa

Che i russi fossero interessati al petro già era noto, visto che è garantito da appetibili riserve di petrolio, gas e oro. Così come da tempo si sussurra che anche la Russia sia impegnata a dotarsi di una propria valuta digitale. In comune i due governi hanno la necessità di bypassare le sanzioni e le valute da minare potrebbero essere una soluzione.

Ma le rivelazioni del Time mettono benzina sul fuoco nelle relazioni di entrambi con gli Usa. Il giorno prima il dipartimento del Tesoro ha comunicato il “divieto di tutte le transazioni, approvvigionamenti finanziari e altro business da parte di cittadini statunitensi o all'interno degli Usa, con qualsiasi moneta, valuta o fiche digitale emessa dal governo del Venezuela a partire dal 9 febbraio”. Prevedibile? Sì. E a questo punto solo attraverso complesse triangolazioni le autorità venezuelane potrebbero utilizzare la loro moneta.

Ad ogni modo il 21 marzo Caracas ha proceduto all'offerta pubblica di petro. Di quella pre-vendita iniziale, una sorta di manifestazione di interesse, pari a 100 milioni di petro, il 44% è pubblica, il 38,4% privata e il restante riservato allo Stato. Che frutti abbia dato l'offerta ad oggi non si sa e l'opacità delle istituzioni venezuelane non aiuta.

A indurire ancora di più i rapporti tra Washington e Caracas arriva anche un nuovo pacchetto di sanzioni mirate a quattro funzionari chavisti di primo piano, cui sono congelati beni e fondi e vietato l'accesso agli Usa. Si tratta di persone al vertice di istituzioni finanziarie.

Américo Alex Mata, ad esempio, è il presidente della Banavih, l'istituto bancario legato all'edilizia pubblica e già capo-team della campagna elettorale di Maduro, quella per cui i vertici di Odebrecht hanno confessato di aver irrorato qualcosa come 35 milioni di dollari di fondi neri. Willian Antonio Contreras è a capo di Sundde, l'istituto di controllo dei prezzi e accusato di essersi arricchito nella compravendita di beni sussidiati. Poi c'è Nelson Reinaldo Lepaje della Tesoria Nazionale. E Carlos Alberto Rotondaro, già a capo della previdenza nazionale cui spetta anche la distribuzione di medicinali ai malati cronici, oramai vittime principali del collasso sanitario. Tutte istituzioni cui il presidente Maduro punta per far circolare il suo petro.

Dal dipartimento di Stato hanno fatto trapelare che non è finita qui e che il prossimo obiettivo allo studio sarà il settore petrolifero. Minaccia sempre sventolata ma finora mai applicata, tanti sono gli interessi in ballo. Cosa succederà ora con il cambio di vertice del dipartimento, col testimone passato da Rex Tillerson all'ex-capo della Cia Mike Pompeo, considerato un duro, rimane un'incognita.

Maduro ha risposto furioso, annunciando che le prossime 236 mila case popolari le finanzierà in petro. Ma è ben poca cosa. In realtà, nessuno sa come stia andando la cripto-filiera. Lo stesso presidente ha parlato di aver ricevuto proposte di interesse per 5000 milioni di dollari da 127 soggetti da tutto il mondo. Nessuno può confermare i dati né sono ancora state aperte le annunciate “casas de cambio” per la compravendita. Persino la piattaforma di blockchain è sconosciuta: Maduro ha parlato della Fondazione Nem, ma la stessa istituzione ha smentito ogni contatto.

L'incertezza dell'avvio del petro e tutte le ombre che porta con sé non hanno fatto che aumentare il senso di smarrimento. Nonostante la sovrintendenza cerchi di rassicurare che la moneta nazionale, “il bolivar, ne uscirà più forte”, ben pochi ci credono.

Così, Henri Falcón, che sta provando a giocare la sua partita per le presidenziali nonostante il boicottaggio della Mud (la coalizione anti-chavista che ora vuole allargarsi a un più ampio Fronte per la democrazia), ha rotto gli indugi e i giorni scorsi ha proposto ufficialmente la dollarizzazione dell'economia venezuelana.

Primo, pagare in dollari i salari: «La maggioranza della gente arriva a prendere un salario minimo con cui compra un chilo di carne e un cartone di uova. Significa che lavora 30 giorni e ha soldi per due», ha detto. Il salario minimo è pari a 34 dollari al cambio ufficiale e 6 al mercato nero. Falcón lancia anche l'idea di una «tarjeta solidaria», una card sociale per tutti, pari a 25 dollari per gli adulti e 10 per i bambini.

Molti temono che la dollarizzazione possa trasformarsi in uno choc soprattutto per gli strati più poveri, ma Falcón sostiene apertamente quello che tutti sanno, ovvero che il dollaro sia già la moneta più usata quotidianamente. Come consigliere economico ha arruolato Francisco Rodríguez, già a capo di Torino Capital una società di consulenza finanziaria newyorkese.

Dal chavismo arrivano le bordate: «Un Chicago Boy», «un pezzo di oligarchia», «un uomo del Fondo Monetario Internazionale». Ma i due sono convinti che sia l'unico modo per tamponare l'inflazione, riassestare il sistema finanziario e ridare fiducia ai mercati. A Unión Radio, Rodríguez ha anticipato di voler utilizzare «3000 milioni di dollari, equivalenti a un terzo delle riserve del Banco Centrale, per cambiare tutti i bolivares a una tassa di cambio di 70.000 bolivares a dollaro». Una via di mezzo tra i 30.987 decisi nella compravendita ufficiale (l'ultima asta Dicom) e i 230.941 del mercato nero (secondo Dolar Today).

Anche se tra gli economisti venezuelani la questione del passaggio al dollaro suscita molte discussioni, la proposta di Falcón è un asso ben giocato, per la seduzione che esercita il biglietto verde e per il messaggio di stabilizzazione che porta. Ma che questo si trasformi in un capitale politico tale da battere Maduro in un campo da gioco in cui le regole, gli arbitri e i tempi sono stabiliti da lui stesso, è un'ipotesi molto difficile da avverarsi.

@fabiobozzato

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