Venezuela: una pentola a pressione che non scoppia

Il copione si ripete tutte le settimane in questa nazione ricca che ora soffre la fame. A La Isabelica, Caracas, forse il più grande quartiere popolare dell'America latina con i suoi 70.000 abitanti, tra i negozi assaliti c'erano i verdurai. La gente si è lanciata sui negozi di generi alimentari bloccando le vie di accesso con barricate improvvisate dopo l'ennesimo blackout.

An opposition supporter carrying a sign that reads "We starve. Total dictatorship" shouts at Venezuelan National Guards during clashes at a rally to demand a referendum to remove President Nicolas Maduro in Caracas, Venezuela, May 18, 2016. REUTERS/Carlos Garcia Rawlins

La polizia è intervenuta con gas lacrimogeni e sparando a due uomini, ma poiché anche le loro famiglie hanno fame, anche poliziotti si sono messi saccheggiare alimenti. "Preferiamo che ci sparino che morire di fame", ha sintetizzato una signora.

È l'effetto "capra pazza", secondo l'ex presidente uruguaiano José Mujica, che fino al 2015 è stato vicino al regime fondato da Chávez. "È pazzo", ha detto di Nicolás Maduro, il presidente e leader del Partito socialista al governo. "In Venezuela parlano a vanvera e non risolveranno niente".

Se è vero che il governo non trova soluzioni, le misure che adotta hanno invece obiettivi alquanto lucidi: accentrare ancora più potere nel palazzo di Miraflores e fare in modo che almeno fino a inizio 2017 l'Assemblea Nazionale, il Congresso, controllato dall'opposizione, resti inefficace.

Nella logica rientra il decreto di "stato di eccezione e di emergenza economica e di commozione". L'An avrebbe dovuto approvarlo, ma lo scoglio è stato superato con un pronunciamento del Tribunale Supremo, il potere giudiziario che è fedele al governo. Finché Maduro riuscirà a mantenere questo non equilibrio tra i poteri, l'establishment civile chavista, la parte delle Forze Armata Bolivariane che lo sostengono e quelle corrotte, guadagneranno tempo restando alla guida di una "transizione" che non vedrà la luce del sole.

Oltre a governare senza contrappesi istituzionali, con lo stato di emergenza il presidente s'impone anche come guardiano della società, come "grande fratello" orwelliano, scrive il professore di diritto, esperto di diritti umani Jesús Ollarves: ora tramite i Comitati locali per i rifornimenti controllerà i cittadini anche quando cercano cibo o medicine; potrà espropriare le aziende chiuse per mancanza di materie prime; razionare e disporre di cibo, medicine, beni e servizi dello Stato; fare perquisizioni senza mandato e vietare gli incontri pubblici.

Alla luce di tutto ciò, come mai la protesta popolare non è più estesa e organica? Una prima spiegazione è che la stessa situazione di collasso tiene le persone occupate per 3-6 ore al giorno con il solo compito di sopravvivere, tra code e ricerche.

Scavando più a fondo, alcuni osservatori spiegano come un'ampia frangia sociale sia sempre più scettica rispetto alla politica e indifferente alla possibilità di organizzarsi in movimenti o strutture politiche. Una "alwill lergia sociale", la definisce lo scrittore e storico Rafael Rattia, dalle pagine di El Nacional.

Sarebbe stata la cultura del "ci penso io" a indurre nei cittadini l'abulia; la cultura dell'elemosina a rafforzare quella della dipendenza; la sottocultura militare a smobilitare la capacità di autonomia nella partecipazione di estesi settori sociali trasversali.

Ciò spiegherebbe perché Maduro possa continuare a contare su uno zoccolo duro di sostenitori che presumibilmente si chiede: "Se non lui, chi?", e che secondo l'ultima indagine Venebarometro, ad aprile è addirittura leggermente salito dall'11,3 al 15,6% . L'84,1% giudica la situazione negativa, ma un 23,3% si accontenterebbe di un cambiamento del modello economico.

Secondo un intervento della psicologa sociale Mercedes Pulido a Prodavinci, alcuni studi recenti dimostrano quanto sia stata "intenzionale e sistematica la distruzione della nostra società: abbiamo distrutto le relazioni industriali e il capitale e la capacità d'iniziativa nel mondo imprenditoriale". Qual è stato l'obiettivo di questa frammentazione e dell'accentramento di tutte le funzioni normative nell'esecutivo? si chiede la nota psicologa. "Diversi, ma uno in particolare: l'egemonia militare, della quale si parla poco o niente".

In una recente conferenza per la stampa estera – Maduro evita quella nazionale – il presidente ha tuonato come di solito contro il bullismo del mondo contro il Venezuela (con un tentativo spagnolo d'invasione e incursioni aeree Usa, oltre al noto complotto petrolifero). Poi però ha chiuso con l'enigmatica frase "non è tempo di tradimenti o traditori, è tempo di lealtà". Era chiaramente rivolta ai militari, fa notare il giornalista César Miguel Rondón, in questo momento tirati per la giacchetta da varie parti.

Da una parte molti militari constatano la drammatica situazione e qualcuno vuole che Maduro lasci il governo, ma anche l'opposizione, Pablo Pérez ed Henrique Capriles, si appella alla parte neutrale delle Fab perché prendano posizione pro o contro il popolo. La decisione dell'An di controllare i conti bancari di funzionari (il Venezuela è tra i paesi più corrotti al mondo), anche se non operativa, potrebbe spingere i settori più compromessi delle Fab a restare leali a Maduro.

Dopo aver accusato la Spagna d'ingerenza, Maduro ha comunque incontrato ex presidenti José Luis Zapatero e Martín Torrijos che vorrebbero mediare un dialogo con l'opposizione. È l'opposizione che non è invece disponibile a un generico dialogo, perché nel 2002 e nel 2014 i governi chavisti, spiega Maria Corina Machado, "hanno utilizzato la farsa del dialogo per guadagnare tempo, smobilitare l'opposizione e stabilizzare la dittatura". Che liberino prima Leopoldo López e gli studenti che da due anni non vedono la luce del sole, che garantiscano il referendum e la transizione alla democrazia con un'agenda chiara, sono le condizioni per il dialogo.

Su come realizzare i propri obiettivi, l'opposizione è però divisa in quattro correnti. Una parte sostiene il referendum per destituire Maduro, che tuttavia si realizzerà solo, dicono gli analisti, se dalla strada arriverà una forte pressione sulle istituzioni e in particolare sul Comitato nazionale elettorale, anch'esso in mano al governo, che sta rallentando la convalida delle firme che lo sollecitano.

Il Papa è molto preoccupato per la situazione in Venezuela e recentemente il Vaticano ha annullato il viaggio del suo cancelliere a Caracas.

Il Vaticano potrebbe preferire aspettare che si capiscano le probabilità dell'altro scenario possibile, quello che temono anche le altre cancellerie. È quello del paese che sfugge al controllo, spiega l'esperto di scienze politiche Michael Penfold. I blackout elettrici e la fame potrebbero essere i fattori scatenanti dell'insofferenza popolare (le infermiere delle nursery ospedaliere ormai di routine trovano i neonati morti nell'incubatrici spente e un 30% della popolazione mangia solo due volte al giorno).

Togliendo all'opposizione la possibilità di contare tramite il Congresso e costringendola a reagire perdendo lucidità e unione nel fragore di una battaglia montata ad arte, non c'è che dire, Maduro e il suo entourage militare continuano a gestire la valvola di sfogo della pentola a pressione con una certa destrezza. Anche così, secondo Ollarves e altri, la crisi politica, economica e sociale e misure quali l'artificioso "stato di eccezione" potrebbero ora rappresentare l'inizio della fine del chavismo.

Una svolta, tuttavia, potrebbe mettere davanti alla sbarra parte dell'establishment militare e civile chavista, anche solo per abusi dei diritti umani. Così, a oggi, sembra che la leadership abbia scelto di creare un gran polverone – un paese deteriorato all'estremo – che copra quel che succede e alzi la posta della loro uscita di scena.

@GuiomarParada

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