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Via da Kobane sognando Berlino

L’Unione Europea cerca di far restare in Turchia più di due milioni di profughi siriani. Un popolo che ha perso tutto, che non può tornare a casa e che non vede un futuro nel Paese che li ospita.

A mounted policeman leads a group of migrants near Dobova, Slovenia October 20, 2015. REUTERS/Srdjan Zivulovic

ISTANBUL. Nei giorni scorsi il cancelliere tedesco Angela Merkel si è recato in visita a Istanbul per discutere un piano d’azione dell’Unione Europea per l’emergenza migranti, con un fondo previsto di tre miliardi di euro per aiuti

Secondo il Cancelliere gli sforzi europei per filtrare e gestire il più grande movimento di massa dalla seconda guerra mondiale non possono dare risultati positivi senza la cooperazione della Turchia, da cui oggi passa la stragrande maggioranza dei rifugiati siriani diretti in Europa.

Il progetto di Bruxelles, però, si scontra con la dura realtà dei profughi in Turchia e con i loro sogni disperati. Dei circa due milioni di siriani arrivati nel Paese solo 274.000 hanno accettato di entrare nei 26 campi profughi realizzati in Turchia. La maggioranza evita di essere registrato e cercando di sopravvivere e di raggiungere l’occidente.

“Ci sono troppe ragioni che spingono noi profughi a lasciare questo primo approdo sicuro – dice Zaher, che insegna arabo in una scuola per bambini rifugiati a Suruc vicino al confine siriano – più di tutto pesano la certezza di non poter tornare a casa e l’assenza di un futuro vivendo in un campo profughi. Anche gli insegnanti hanno iniziato a partire clandestini verso l’Europa. Solo da questo villaggio in pochi mesi otto maestri sono andati via.”

Il villaggio di Suruc ospita in maggioranza i profughi di Kobane. “La fuga degli insegnanti evidenzia come i miliardi di dollari spesi per sostenere i 2,2 milioni di rifugiati in Turchia non hanno raggiunto l’obiettivo di dissuadere molti profughi dal tentativo di cercare un futuro migliore in Europa.”

Zaher e i suoi colleghi siriani sono pagati 220 USD al mese, tecnicamente definito come un incentivo perché non possono essere registrati come lavoratori normali nel Paese. Un importo ben al di sotto dai 340 USD del salario minimo turco.

“Gli aiuti di emergenza, come il riso e lo zucchero, forniti dai donatori internazionali – dice ancora l’insegnante - si sono interrotti circa sei mesi fa. Ora è ancora più difficile per le famiglie sopravvivere.”

Nella scuola di Suruc, le bambine sono in maggioranza nelle aule. Molti dei bambini devono lavorare per contribuire al sostegno della famiglia, che hanno abbandonato tutto alle loro spalle durante la fuga da Kobane e dai villaggi circostanti.

Rahed, un bambino di 12 anni, lavora in un’officina tutti i giorni, anche il sabato, riesce a frequentare la scuola solo per poche ore nel pomeriggio. “Mi piace andare a scuola, ma sono troppo stanco per fare i compiti, da grande vorrei fare l’ingegnere come mio padre."

Anche se non esistono dati precisi secondo UNICEF non frequentano la scuola molti dei circa 70.000 bambini siriani che vivono nella provincia turca di Sanliurfa, dove si trova Suruc.

L’intervento militare della Russia in Siria apre una nuova fase del conflitto siriano, e potrebbe anche scatenare una nuova ondata di profughi verso la Turchia e in seguito verso i confini europei.

La storia dei profughi di Kobane è emblematica di quanto sta accadendo. Un anno fa la battaglia contro l’ISIS aveva trasformato la città in un simbolo della resistenza curda. Dopo la sua liberazione la grande speranza che fosse rapidamente ricostruita è andata rapidamente disillusa. A gennaio 2015 gli uomini del Califfo abbandonarono Kobane, ma la gran parte della popolazione non è tornata a casa, e per delle buone ragioni.

Le autorità locali dicono che circa 150.000 persone erano rientrate, ma 61 sono rimaste uccise e più di 600 ferite dalle mine antiuomo e da altri ordigni inesplosi che ancora infestano le case e le strade. Inoltre, lo scorso giugno un nuovo attacco dell’ISIS ha provocato 145 vittime e centinaia di feriti.

“Gli attacchi di giugno hanno mostrato i tanti punti deboli nella rete di sicurezza - ha detto Idris Nassan, un funzionario dell’amministrazione di Kobane – per questo stiamo lavorando all’istituzione di una forza civile per proteggere la città.”

Heider, un altro insegnante della scuola di Suruc, ha detto “Kobane è semplicemente troppo pericolosa per me e la mia famiglia. Tutto è distrutto. Ormai là non abbiamo lavoro, non abbiamo futuro. Preferisco rischiare partendo per la Germania.”

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