Una storia da guerra fredda nella piccola Cina chiamata Vietnam

La rocambolesca cattura a Berlino di un ex barone del petrolio espone la resa dei conti in corso al vertice del potere in Vietnam. Oltre alla ricetta del boom economico, Hanoi sembra aver adottato dalla Cina di Xi anche la crociata contro la corruzione. Epurazioni incluse

Una guardia di sicurezza chiude il cancello della corte dopo il processo a Dinh La Thang e Trinh Xuan Thanh ad Hanoi, in Vietnam. REUTERS/Kham
Una guardia di sicurezza chiude il cancello della corte dopo il processo a Dinh La Thang e Trinh Xuan Thanh ad Hanoi, in Vietnam. REUTERS/Kham

Negli ultimi anni ci siamo quasi sempre riferiti al Vietnam come a “una piccola Cina”. Un Paese con una popolazione giovane in pieno boom economico da anni e con una crescita costante che anche nel 2017 si è attestata al 6,8% in ripresa rispetto al 6,2 del 2016. Grande produzione manifatturiera, grazie a localizzazioni anche cinesi, e grandi progetti infrastrutturali: treni, metropolitane, specie nelle grandi città. Il Vietnam è quello che Forbes ha definito come il «new kid on the block» dello sviluppo economico asiatico degli ultimi dieci anni.

Politicamente il Paese è da tempo nelle mani del segretario generale del partito comunista vietnamita, Nguyen Phu Trọng, la cui leadership è stata rinnovata proprio nel 2016. Come in Cina, dunque, il Paese è guidato dal partito comunista e Trong è considerato un politico pro Pechino, in un momento decisamente propizio per la Cina. L'arrivo di Trump alla presidenza Usa ha infatti rimescolato le carte anche in Asia, portando un discreto vantaggio geopolitico anche alla Cina.

Se in Vietnam solo qualche anno fa le ambasciate cinesi venivano prese d'assalto per la questione delle isole contese (scogli nel mar cinese meridionale al centro di rivendicazioni da parte di quasi tutti paesi che si affacciano sul “lago” cinese), oggi Trong sembra garantire Pechino anche da punto di vista diplomatico. E non solo, perché come in Cina, anche in Vietnam è in corso una campagna anti corruzione che dagli analisti viene considerata un esito dello scontro interno al partito tra Trong e l'ex primo ministro Dung, fatto fuori proprio dopo il dodicesimo congresso del Pcv nel 2016.

E in questa campagna anti corruzione viene fuori il nome di Trinh Xuan Thanh.


Thanh è l’ex presidente di una consociata di PetroVietnam. Insieme ad altri 22 dirigenti ha dovuto affrontare a gennaio quello che potremmo definire il “maxi processo” vietnamita contro i dirigenti della PetroVietnam, accusati di aver causato ingenti perdite accumulate e quantificate in oltre 150 milioni di dollari oltre a svariate accuse di corruzione. Il processo sembra avere basi probatorie solide, ma pare anche utilizzato per scontri interni al partito comunista del Vietnam.

Ma è la sua storia di Trinh Xuan Thanh ad avere dell'incredibile. The Diplomat ha riassunto così la sua vicenda: «Un ex ufficiale comunista fuggitivo strappato dalle strade di Berlino in pieno giorno da spie vietnamite armate. Una corsa furtiva verso l'Europa orientale fino a un volo clandestino ad Hanoi. Una confessione televisiva sulla televisione di Stato vietnamita, probabilmente coatta». Il ministro degli esteri tedesco Gabriel aveva definito tutta la vicenda «una storia da guerra fredda».

Secondo le ricostruzioni, Thanh, espulso dal partito comunista dopo la formalizzazione delle accuse di corruzione, aveva scalato le posizioni all'interno dell'azienda petrolifera statale, fino a diventare nel 2007 presidente della PetroVietnam Construction Joint Stock Corporation, consociata della PetroVietnam. Una carica tenuta fino al 2013, poi era stato nominato vice presidente della provincia Hau Giang.

Come detto, il processo che ha visto imputato Thanh vedeva alla sbarra anche il 57enne Dinh La Thang, ex segretario del Comitato del Partito comunista di Ho Chi Minh City, ex ministro dei trasporti, ed ex presidente di PetroVietnam (quindi era il capo di Trahn), noto per la sua vicinanza politica all’ex premier Nguyen Tan Dung, era l’imputato di maggior profilo del processo (condannato poi a 13 anni di carcere).

Insomma i due dirigenti petroliferi sembrerebbero essere finiti proprio nel mezzo di una battaglia politica tra il segretario del partito comunista e l'ex premier vietnamita. Nonostante questo, dissidenti e non solo hanno voluto sottolineare come Thanh pur sotto accusa anche per motivi politici, non possa essere considerato un dissidente o un “riformatore”.

Alla Süddeutsche Zeitung l'avvocato tedesco di Thanh, Petra Isabel Schlagenhauf, ad esempio, ha detto che Thanh sarebbe stato vittima di una purga politica progettata per «schiacciare i riformatori all'interno del Partito comunista e ripristinare e rafforzare il ruolo del partito sulla base dell'ideologia comunista».

«Se l'avvocato tedesco sta sostenendo che Thanh è un perseguitato politico, per favore, ci mostri delle prove», ha detto - riportato da The Diplomat - un alto consigliere economico del governo e membro del Partito comunista.

Nguyen Quang A, un uomo d'affari in pensione ed ex membro del partito diventato dissidente pro-democrazia, è stato ancora più esplicito: «Thanh non è affatto un dissidente, non vogliamo questo genere di persone tra di noi. Inoltre l'ala "riformista" del partito che avrebbe descritto la sua avvocata, non esiste».

 @simopieranni 

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