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Violenza studentesca in Marocco tra identità, politica e silenzio delle istituzioni

Non è insolito vedere schierate le camionette della polizia di fronte alla cittadella universitaria di Marrakech, a fianco della facoltà di diritto: una decina di cellulari bianche circondate da poliziotti in tenuta antisommossa. All'origine di questo dispiegamento di forze sono le dispute ideologiche, e i relativi scontri, di cui sono protagonisti gli atenei marocchini.

REUTERS/Youssef Boudlal

Le università del Regno, infatti, ospitano una gamma di movimenti studenteschi che va dall'estrema sinistra agli islamisti: maoisti, trotzkisti, leninisti, sostenitori del movimento islamista al-Adl u al-Ihsan e chi più ne ha più ne metta. I rapporti tra le varie fazioni sono tutt'altro che tranquilli, e si può parlare di vere e proprie battaglie intestine.

Il caso di Marrakech: i marxisti e gli altri

Il caso dell'università Cadi Ayyad di Marrakech è paradigmatico. Infrastrutture vetuste e aule sovraffollate, per non parlare di una cittadella universitaria fatiscente, non fanno che alimentare la rabbia o, a seconda dei temperamenti, la disillusione dei circa 75000 giovani provenienti dal centro e del sud del Marocco che giungono nella "città ocra" per proseguire gli studi e si trovano ad affrontare un'amministrazione di ateneo inefficiente e deficienze di ogni tipo. Vista l'assenza di un sindacato degli studenti forte come in passato lo era stata l'Union Nationale des Etudiants du Maroc (UNEM), il malcontento finisce per parcellizzarsi in gruppi e grupposcoli che riproducono, in scala ridotta, le linee di frattura interne al paese.
Particolarmente attivi all'interno della facoltà di diritto della Cadi Ayyad, i marxisti-leninisti inseguono ancora gli ideali dei loro predecessori negli anni Settanta, gli "anni di piombo" di Hassan II: il miraggio di un insegnamento popolare, democratico, scientifico e unito che li spinge spesso e volentieri allo scioperi o addirittura, come negli anni scorsi, al boicottaggio ripetuto degli esami. Tra le richieste concrete avanzate sono l'accesso libero ai corsi magistrali, indipendentemente dal voto di laurea triennale, e la concessione della borsa, un contributo mensile di all'incirca trenta euro, alla generalità degli studenti e non più su base reddituale.

Sahrawi e imazighen: la battaglia per l'identità

Acredini di lunga data contrappongono gli studenti sahraoui sostenitori del Polisario e i simpatizzanti dell'MCA (Movimento culturale amazigh), con i primi a definire i secondi "sciovinisti adoratori del sionismo" e a propria volta accusati di "panarabismo razzista". Se le ragioni degli studenti sahraoui si inseriscono nel solco dell'autodeterminazione e dell'instaurazione di una repubblica autonoma nel Sahara Occidentale, le richieste dell'MCA sono forse meno note al grande pubblico.
Innanzitutto, gli "imazighen" (singolare "amazigh") non sono altro che le popolazioni più note come "berbere". E tra le prime richieste dell'MCA è appunto l'utilizzo della denominazione autoctona "amazigh", che significa "uomo libero" e non reca con sé un'allusiva assonanza con "barbari". Abitanti del Nordafrica da prima dell'arrivo degli Arabi nell'VII secolo dopo Cristo, gli imazighen sono una popolazione dal forte senso identitario che travalica i confini geografici (imazighen sono i cabili algerini così come gli abitanti della regione marocchina del Souss) e linguistici (più che di una lingua berbera si dovrebbe parlare di un insieme di varietà mutualmente comprensibili), e che conta tra i propri esponenti personalità variegate che vanno da Agostino di Ippona a Massinissa, da Terenzio a Zinedine Zidane, figlio di genitori cabili.
Ciò che il Movimento Culturale Amazigh rivendica è il riconoscimento della varietà culturale marocchina, di cui l'"amazighità" è componente essenziale e irrinunciabile. A fronte dell'arabizzazione assoluta e del silenzio attorno alla "questione berbera" imperanti nei decenni scorsi, la costituzione del 2011 ha infine riconosciuto il contributo amazigh alla formazione dell'identità nazionale e ha sancito l'importanza della tutela di questa componente culturale e lingusitica imprescindibile. Secondo l'articolo 5 della Costituzione, la protezione e lo sviluppo delle lingue araba e tamazigh (denominazione autoctona della lingua berbera) è di competenza del Consiglio delle Lingue e delle Culture; peccato che le leggi organiche necessarie alla sua entrata in funzione non siano state ancora approvate. E questo è uno dei tasti dolenti su cui batte l'MCA.
Punto di scontro tra Movimento Culturale Amazigh e pro-Polisario è, però, la definizione e l'autodeterminazione del Sahara Occidentale. Gli imazighen sono sostanzialmente lealisti e unionisti nei confronti del Regno, e la stragrande maggioranza non ha mai considerato la creazione di uno "Stato amazigh" (senza contare che, ovviamente, i 1200 anni trascorsi dall'invasione araba hanno prodotto un amalgama e una compenetrazione tra Arabi e e Imazighen difficilmente districabile: che regioni dovrebbero entrare a far parte di un eventuale nazione berbera?); conseguenza di ciò è che per loro il Sahara è e non può che essere marocchino. A rinforzare la loro opposizione a un'autonomia sahrawi è poi il fatto che il Sahara rientra nella cosiddetta Tamazgha (traducibile con il desueto termine "Barberia"), il territorio dove si parla (o si è parlato nel passato) il tamazight, ovvero Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, Egitto,Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso, Isole Canarie e, appunto, Sahara Occidentale. Ulteriore causa di orticaria per l'MCA è poi l'aggettivazione della futuribile repubblica del deserto: ovviamente Sahrawi, auspicabilmente democratica... ma perché araba?! Per le ragioni di cui sopra, il Sahara sarebbe terra inalienabilmente amazigh la quale, conseguentemente, di arabo non avrebbe nulla.

Cronaca di una morte annunciata?
Questa confrontazione, purtroppo, non si limita all'invettiva o al dibattito, ma arriva a macchiarsi di sangue, come accaduto a Marrakech il 24 gennaio scorso. L'antefatto, tuttavia, sembra doversi ricondurre al 30 dicembre 2015, quando nove studenti dell'MCA aggrediscono il sahraoui Bachir Lazaar. Come dichiarato da un altro studente sahrawi al settimanale marocchino Telquel, "Gli studenti sahrawi operano sulla base di un vincolo tribale. Se uno di loro è aggredito, tutta la tribù reagisce"; e in effetti la reazione non si fa attendere, con un comunicato sulla pagina Facebook degli studenti sahrawi di Marrakech che così recita: "Noi conosciamo perfettamente gli autori di questa aggressione[...] Lo giuriamo: questa non rimarrà impunita e il vostro sangue sarà carburante per il nostro fuoco."
La vittima di questa faida sarà Omar Khalek, detto Izzem ("leone" in tamazigh), ex-studente alla facoltà di lettere in attesa di proseguire i suoi studi magistrali dopo la laurea triennale. Il 24 gennaio, giorno d'inizio della sessione d'esami, Omar stava accompagnando dei propri amici; ad attenderli, studenti pro-Polisario intenzionati a impedire agli studenti imazighen di sostenere gli esami e assetati di vendetta dopo l'aggressione subita da un loro compagno. A detta di testimoni oculari, una dozzina di sahrawi armati hanno assalito i giovani dell'MCA, tra cui Omar, trafitto da una quindicina di pugnalate; condotto d'urgenza all'ospedale Ibn Tofail, Omar Khalek, 26 anni, vi morirà dopo due giorni di agonia.
Il 28 gennaio Omar è sepolto à Ikniouine, suo villaggio natale incuneato tra i monti dell'Alto Atlante. Ad assistere alle esequie centinaia di simpatizzanti imazighen, che sfogano la propria rabbia bruciando la bandiera del Polisario: la morte di uno studente, la nascita di un martire.
Lo scontro che ha provocato la morte di "Izzem" non è giunto del tutto inaspettato tra chi frequenta l'ateneo e vive quotidianamente disagi legati agli alloggi, al sovraffollamento (205% della capacità stimata a Marrakech), alla corruzione a tutti i livelli. Dagli arresti di numerosi attivisti maoisti nel 2011, la cittàdella universitaria di Marrakech è divenuta una roccaforte degli studenti sahrawi, la cui leadership è tenacemente contestata dall'MCA: cinque anni di tensioni sfociati nel sangue. Gli unici stupiti, forse, sono stati i politici. Prima dell'apertura di una sessione della Camera dei consiglieri, un deputato ha afferrato il microfono e ha recitato la fatiha in memoria di Omar, seguito dai suoi colleghi parlamentari. Ciononostante, a parte le parole di cordoglio, la violenza studentesca sembra rimanere un argomento non degno di nota per i palazzi del potere a Rabat.

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