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La storica vittoria di Amlo e il Messico che verrà

La sua vittoria era scontata, più arduo capire che presidente sarà. Lopez Obrador promette una grande trasformazione del Messico, ma quale? Dalla pacificazione nazionale al nuovo paradigma economico, queste le sfide principali. Non senza contraddizioni. E Trump è un dettaglio

Una sostenitrice di Andres Manuel Lopez Obrador. REUTERS/Gustavo Graf
Una sostenitrice di Andres Manuel Lopez Obrador. REUTERS/Gustavo Graf

Il trionfo del cosiddetto populista Andrés Manuel López Obrador alle elezioni generali in Messico è stato preceduto da decine di sondaggi che, negli scorsi mesi, ne avevano registrato la grande popolarità tra i messicani. E il voto di domenica 1 luglio non ha smentito queste previsioni. Secondo gli exit poll López Obrador è stato eletto con il 53% dei voti, oltre 30 punti percentuali in più di quelli ottenuti da Ricardo Anaya (22% circa), a capo di una coalizione di conservatori e socialdemocratici. José Antonio Meade, candidato del Pri, il partito al governo e storicamente egemone in Messico, si è fermato al terzo posto con il 15-16% appena delle preferenze.

Pronosticare la vittoria di López Obrador - sessantaquattro anni, ex-sindaco di Città del Messico e già candidato alla presidenza nel 2006 e nel 2012 - non è stato difficile. Non sarà però altrettanto facile immaginare che tipo di presidente potrà essere e quale impronta deciderà di dare al Messico per i prossimi sei anni, dopo che avrà formalmente assunto il mandato il 1 dicembre.

Secondo i suoi critici, Andrés Manuel López Obrador (Amlo, in breve) è un populista e un radicale di sinistra, che si ispira ad Hugo Chávez e che potrebbe sovvertire l’ordine democratico ed economico del Messico. In realtà, nonostante le indubbie tendenze personalistiche, negli anni passati alla guida della capitale Amlo si è dimostrato un politico moderato e pragmatico, e il suo attuale programma di governo non contiene misure estreme. Carlos Urzúa, l’uomo scelto da Amlo come possibile ministro delle Finanze, ha anzi voluto rassicurare gli imprenditori proprio sul fatto che la nuova amministrazione non sarà “di sinistra, ma di centro-sinistra”.

Durante la campagna elettorale López Obrador - che sarà il primo presidente pienamente di sinistra del Messico moderno - ha smussato a tal punto le sue posizioni da rendere quasi impossibile un commento sulle sue idee, soprattutto in materia di politica economica. E ha abbracciato posizioni apparentemente in contrasto tra di loro: è favorevole al libero scambio con Stati Uniti e Canada ma vuole risollevare la piccola agricoltura al sud; non vede di buon occhio la privatizzazione del settore energetico ma non vuole rinunciare all’iniziativa imprenditoriale; vuole far crescere i consumi interni ma non intende aumentare le tasse né la spesa pubblica; vuole aumentare le esportazioni ma ridurre le importazioni dagli Stati Uniti; promette fermezza contro la corruzione e l’impunità ma è disposto a perdonare i suoi predecessori.

Proprio la lotta alla corruzione, il tema che ha dominato la campagna elettorale, rappresenterà la sfida più grande dell’amministrazione Amlo, come riconosciuto dallo stesso presidente eletto. López Obrador è stato più bravo degli altri candidati a capitalizzare il risentimento della popolazione verso la classe dirigente (che lui chiama “la mafia del potere”) e la forte sfiducia nei confronti della politica, entrambi dovuti ai numerosi episodi di corruzione e all’impunità quasi totale.

Secondo varie stime la corruzione sottrae al Messico tra il 2 e il 5 percento del Pil annuale, e negli ultimi cinque anni sono stati arrestati o accusati di peculato quattordici ex-governatori statali. Alcuni di questi ultimi sono uomini del Pri molto vicini al presidente in carica Enrique Peña Nieto, che a sua volta è stato coinvolto in un’indagine per un presunto conflitto di interessi. L’indice di gradimento di Peña Nieto è arrivato a toccare anche il 12%.

Contro la corruzione, però, López Obrador offre davvero molto poco: soltanto la garanzia della sua personale onestà e la certezza che gli altri seguiranno il suo esempio.

Dopo la corruzione, l’altra grossa questione è la violenza. La strategia della decapitazione dei grandi cartelli del narcotraffico, avviata da Felipe Calderón e proseguita da Peña Nieto, ha provocato la nascita di moltissime organizzazioni criminali di medio-piccole dimensioni e, di riflesso, un aumento importante del numero di omicidi in tutta la nazione: nel 2017 sono state uccise 29.168 persone, più altre 13.298 solo nei primi cinque mesi del 2018.

La campagna elettorale conclusasi domenica è stata la più sanguinaria nella storia messicana recente, con oltre 100 politici assassinati tra sindaci, funzionari e aspiranti candidati. C’entra proprio il fatto che i gruppi criminali siano diventati locali e non più internazionali, e che quindi abbiano interesse ad inserirsi nei processi elettorali per assicurarsi protezione e maggiore controllo su un territorio.

Contro questa impennata della violenza López Obrador ha proposto un approccio inedito: l’avvio di un percorso di pacificazione nazionale che passi per l’amnistia, e maggiore attenzione alle cause economiche e sociali della criminalità. Una proposta che certamente romperebbe con l’attuale - e disastrosa - strategia di militarizzazione della sicurezza pubblica, ma che non è stata ancora ben spiegata da Amlo. Non è chiaro insomma in cosa consista, ma ci sono già dei dubbi sulla sua eventuale efficacia: i gruppi criminali sono oggi semplicemente troppi perché si possa negoziare una pace con ciascuno di loro.

La terza grande questione - ma non meno prioritaria delle altre due - è l’economia. Le riforme strutturali, di taglio neoliberista, intraprese a partire dagli anni Novanta hanno certamente reso il Messico complessivamente più moderno, competitivo e stabile. Ma d’altro canto hanno anche prodotto risultati ben al di sotto delle aspettative.

Dal 2002 il Pil è cresciuto al poco entusiasmante ritmo - almeno per un Paese in via di sviluppo - del 2,4% l’anno, ad esempio. Circa la metà della popolazione (53 milioni) vive ancora in stato di povertà. La mobilità sociale è quasi inesistente, i salari sono bassi, mentre la disuguaglianza di reddito è la più alta tra i membri dell’Ocse. La disparità tra il nord e il sud è talmente marcata da essere diventato comune parlare dell’esistenza di “due Messici”: uno settentrionale, che è riuscito ad integrarsi all’economia globale, e uno meridionale, rimasto invece nell’arretratezza.

Amlo propone un cambiamento di paradigma e una maggiore attenzione proprio al dimenticato sud. Ha promesso di asfaltare le strade anche nelle zone più remote, di aiutare l’agricoltura locale, di fomentare il turismo attraverso una ferrovia che colleghi la città costiera di Cancún ai siti archeologici precolombiani dell’interno, e di costruire due nuove raffinerie di petrolio negli Stati di Tabasco e Campeche per ridurre la dipendenza dalle importazioni statunitensi.

Ha anche intenzione di realizzare un corridoio commerciale tra due porti sull’istmo meridionale di Tehuantepec: un progetto infrastrutturale piuttosto ambizioso che mira a competere con il canale di Panamá e che López Obrador vorrebbe sottoporre alla Cina nell’ottica della Nuova via della seta.

Amlo promette politiche sociali che riducano la povertà e stimolino la crescita del mercato interno, sia al sud che nel resto della nazione, ma non ha fornito coperture solide. Per cercare di apparire responsabile agli occhi degli scettici investitori, anzi, López Obrador ha garantito che la sua amministrazione adotterà una linea austera: bassa inflazione, nessun aumento del gettito fiscale e addirittura riduzione del deficit pubblico. La spesa pubblica - ha ripetuto più volte - sarà finanziata recuperando le risorse sottratte dalla corruzione e ridistribuendo ai poveri i soldi risparmiati con il taglio degli stipendi dei politici, compreso quello dello stesso presidente.

Molti analisti temono che Amlo possa reintrodurre in Messico dei modelli economici considerati superati, focalizzandosi ad esempio sulle risorse naturali - petrolio, piccola agricoltura - e sull’autosufficienza ma trascurando quei settori che hanno migliorato le condizioni delle regioni centrali e settentrionali: l’industria automobilistica e manifatturiera destinata all’esportazione.

L’ultima sfida di López Obrador è rappresentata da Donald Trump. L’influenza del presidente americano sulla campagna elettorale messicana è stata però molto meno importante di quanto diversi giornali abbiano lasciato credere. Il fattore Trump c’è stato, ma non è stato decisivo: non ha creato divisioni tra i quattro candidati alla presidenza, tutti uniti nell’opposizione alle politiche della Casa Bianca, e non ha condizionato granché nemmeno gli elettori, che hanno votato spinti da ben altre motivazioni (corruzione e condizione economica, soprattutto).

Benché potrebbe rappresentare per Washington uno scoglio più grande di Peña Nieto, che ha iniziato ad opporsi con fermezza forse solo troppo tardi, neanche López Obrador sembra così interessato a Trump. Nei confronti suoi e degli Stati Uniti ha tenuto un comportamento ambiguo, alternando commenti duri a dichiarazioni più amichevoli: ha detto ad esempio che non vuole che il Messico faccia più il “lavoro sporco” contro i migranti per conto degli Usa, ma anche che vuole mantenere in buono stato gli “indispensabili” rapporti bilaterali. Dopo anni di feroce opposizione, Amlo è anche arrivato a riconoscere l’importanza del Nafta, il trattato commerciale che Canada, Stati Uniti e Messico stanno ancora rinegoziando e da cui Trump ha più volte detto di volersi ritirare.

López Obrador ha mostrato poco interesse per tutto quello che esiste al di fuori del Messico, dove promette invece di realizzare la nuova grande trasformazione della sua storia: la quarta, dopo la guerra d’indipendenza, la Riforma e la rivoluzione del 1910.

Pur di liberare la nazione dalla “mafia del potere” Amlo non ha rinunciato ad alleanze controverse. La coalizione che lo ha condotto a Los Pinos comprende - oltre ovviamente al suo partito, il Movimento di rigenerazione nazionale - l’estrema sinistra del Partito del lavoro, di ispirazione socialista, e l’estrema destra di Incontro sociale, formazione cristiano-evangelica nota per le sue posizioni contro i gay e l’aborto. Il nome della coalizione è Juntosharemoshistoria: “insieme faremo la storia”.

@marcodellaguzzo

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