Le navi da guerra turche impediscono a una nave Eni di trivellare nelle acque cipriote. E dopo un braccio di ferro di due settimane le impongono il ritiro. Ma è solo l'inizio di un delicato confronto che riguarda tutta la Ue, e si può estendere oltre i giacimenti di Cipro

Un impianto di perforazione del gas al largo delle coste di Cipro. REUTERS/Cyprus Public Information Office/Handout/File Photo
Un impianto di perforazione del gas al largo delle coste di Cipro. REUTERS/Cyprus Public Information Office/Handout/File Photo

Giovedì 8 febbraio, attraverso un breve comunicato, Eni ha annunciato di aver scoperto un nuovo giacimento di gas naturale al largo di Cipro, all’interno del blocco 6. Nonostante sia ancora presto per avanzare stime o valutazioni, il nuovo giacimento – scoperto attraverso il pozzo Calypso 1 – è profondo 3.827 metri, ed è stato definito “promettente”. La scoperta è senz’altro interessante, non soltanto per Eni – detentrice di sei licenze nelle acque economiche esclusive di Cipro – ma anche per l’Europa e l’Italia, che potrebbe beneficiare di un’utile diversificazione nelle proprie forniture di gas - al momento dipendenti in larghissima misura dalle esportazioni da Russia e Libia -.


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Oltre ai benefici energetici per le nazioni europee, tuttavia, la nuova scoperta rischia di acuire le tensioni tra Turchia e Cipro, due nazioni che condividono anche il delicato dossier relativo alla riunificazione dell’isola, divisa dal 1974 in due entità separate: la Repubblica Turca di Cipro del Nord - riconosciuta soltanto dalla Turchia - e la Repubblica di Cipro, uno Stato membro dell’Unione Europea.

L’escalation è già iniziata. Mentre si stava dirigendo verso le acque appartenenti alla Zona Economica Esclusiva di Cipro, dove erano state programmate alcune attività di perforazione, la piattaforma Saipem 12000 il 9 febbraio è stata intercettata dalla marina militare turca, che le ha impedito di raggiungere la propria destinazione. L’imbarcazione, appartenente ad Eni, è stata bloccata a circa 30 miglia dal giacimento da perforare, situato nel blocco 3 delle acque esclusive cipriote.

E giovedì 22 febbraio, dopo due settimane di tensioni e di dichiarazioni al vetriolo (specialmente da parte turca), Eni ha annunciato la propria intenzione di voler abbandonare temporaneamente le acque cipriote, in attesa che le diplomazie delle nazioni coinvolte – con la mediazione dell’Ue – riescano a trovare una soluzione condivisa e accettata da tutti.

Dopo aver cercato di dirigersi verso il blocco 3, l’area in cui si sarebbero dovute effettuare le operazioni di perforazione, la Saipem 12000 è stata nuovamente intercettata da cinque imbarcazioni della marina turca, le quali, dopo aver minacciato di usare la forza, avrebbero costretto la nave di Eni a invertire la rotta e a dirigersi verso il porto di Limassol, nel versante meridionale dell’isola di Cipro, dove si è trattenuta per effettuare i propri rifornimenti.

Con ogni probabilità, pertanto, Eni tornerà nelle acque cipriote soltanto quando si sarà trovata una soluzione con la Turchia e con i turco-ciprioti. Nel frattempo, come ha annunciato l’ad di Eni, Claudio Descalzi, la piattaforma Saipem 12000 si recherà al largo del Marocco, dove erano già state programmate alcune operazioni di estrazione.

Dal canto suo, dopo aver annunciato di voler presentare ricorsi ai tribunali internazionali, il governo di Cipro ha confermato la propria intenzione di continuare le proprie attività di esplorazione, "nonostante tutte le provocazioni”. Nelle scorse ore, dopo aver confermato la notizia dell’imminente partenza della Saipem 12000, Nicosia ha lasciato intendere che la nuova svolta non pregiudicherà in alcun modo le esplorazioni già programmate nella sua zona economica esclusiva, alcune delle quali affidate alla francese Total e a ExxonMobil.

Insomma, il presidente Erdogan sembra aver vinto il primo round della delicata partita energetica in corso nel Mediterraneo orientale, un passo decisivo che potrebbe rafforzare la posizione della Turchia in occasione dell’atteso vertice di Varna del prossimo 26 marzo, quando il leader turco incontrerà il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk.

Nel corso dell’incontro non si discuterà soltanto delle relazioni tra Ue e Turchia, ma anche di “questioni di ordine regionale e internazionale”. Nella serata di ieri, intervenendo sul delicato dossier cipriota, Donald Tusk ha ribadito la volontà europea di cooperare con Ankara, aggiungendo però che in occasione del Vertice Ue – programmato per il 24 marzo – si cercherà di stabilire se “vi siano ancora le condizioni per tenere l’incontro con la Turchia a Varna”.

Non esattamente una minaccia, ma una chiara dichiarazione d’intenti. Se la Turchia continuerà a dimostrarsi aggressiva, sembra voler sostenere Tusk, l’Ue le sbatterà la porta in faccia, compromettendo in maniera definitiva qualsiasi trattativa su un eventuale ingresso di Ankara nell’Unione Europea.

Nei scorsi giorni, peraltro, il presidente Erdogan aveva lanciato un messaggio forte e chiaro a tutte le compagnie straniere operanti nelle acque di Cipro, invitandole a "non superare i limiti” e a non “lasciarsi strumentalizzare per un lavoro che eccede le loro forze”. Alcune delle aree marittime in cui sono previste trivellazioni, come il blocco 3 delle acque esclusive di Cipro, sono infatti reclamate dalla Turchia attraverso lo Stato turco-cipriota, che ne rivendica diverse porzioni.

 Il ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, ha avuto modo di affrontare la questione qualche giorno fa, in occasione del summit della coalizione anti-Isis tenutosi in Kuwait, dove ha incontrato anche Mevlut Cavusoglu, il suo omologo turco. A Cavusoglu, Alfano ha confermato la volontà italiana di raggiungere “una soluzione condivisa” nell’interesse di tutte le parti in causa.

Nelle scorse settimane, a margine della sua visita in Italia, Recep Tayyip Erdogan aveva manifestato i propri timori in merito alle attività esplorative e alle perforazioni di Eni al largo di Cipro, ritenute dal presidente turco “una minaccia per Cipro nord e per la Turchia”.

Oltre a criticare le esplorazioni straniere e a rivendicare una porzione dei giacimenti al largo delle coste cipriote – in particolare quelli più a nord – la Turchia aveva già manifestato il proprio disappunto con azioni di disturbo perpetrate dalla propria marina militare nelle acque cipriote. Nel 2014, ad esempio, una nave della marina turca ha cacciato un’imbarcazione norvegese che stava effettuando operazioni di ricerca nelle acque cipriote, e pochi mesi dopo (a ottobre) la nave turca Barbaros era entrata senza permesso nelle acque economiche esclusive di Cipro, creando un certo imbarazzo.

Ma le tensioni non riguardano soltanto le acque cipriote: lunedì scorso, nel mar Egeo, due motovedette appartenenti alle guardie costiere di Grecia e Turchia si erano scontrate nei dintorni di Kardak, un isolotto di 40 ettari rivendicato da entrambe le nazioni. Secondo alcune ricostruzioni, la motovedetta turca avrebbe speronato quella greca, scatenando la fulminea indignazione di Atene. Dopo qualche giorno di tensione – le marine turche e greche, in alcuni casi, si sarebbero perfino ritrovate ad appena 100 metri di distanza – le due potenze hanno annunciato di voler costruire due torri di osservazione per tenersi d’occhio a vicenda: quella turca (insieme a un approdo) sorgerà a circa un miglio dagli scogli contesi, mentre quella greca sarà edificata sull’isola di Kalolimnos, a poco più di 2 miglia da Kardak.

Nuove tensioni tra la Turchia e la comunità internazionale potrebbero sorgere anche nel blocco 6 delle acque esclusive di Cipro, il punto in cui è stato appena scoperto un nuovo giacimento. Quasi a voler confermare la portata del proprio interesse per i giacimenti di gas, la Turchia ha recentemente annunciato l’acquisto della Deepsea Metro II, una nave di perforazione pagata 210 milioni di dollari e attualmente attraccata a Istanbul. Considerando le ambizioni turche nel Mediterraneo orientale, si tratta certamente di un’operazione significativa,

L’interesse internazionale dimostrato nei confronti del gas cipriota è spasmodico, ma facilmente spiegabile: una parte del gas estratto dai giacimenti di Cipro – tra i quali anche l’Aphrodite, un pozzo che racchiude dai 200 ai 300 miliardi di metri cubi di gas – potrebbe essere convogliata dall’EastMed, una delle infrastrutture energetiche più imponenti e ambiziose dell’Europa meridionale. Il gasdotto – la cui costruzione dovrebbe iniziare nel 2021 – si pone l’obiettivo di connettere i giacimenti israeliani e ciprioti alla Grecia e all’Italia, creando un ponte di collegamento tra il Mediterraneo orientale e l’intera rete energetica Europa. Ma il gasdotto, per il quale si prevede un costo complessivo superiore ai 6 miliardi di euro, aggirerebbe di fatto la terraferma della Turchia, compromettendo le sue aspirazioni energetiche e rendendo plausibile un sistematico inasprimento delle tensioni tra Ankara e gli attori coinvolti nel progetto.

In questa peculiare porzione del Mediterraneo, in effetti, la Turchia sembra avere rapporti tesi praticamente con chiunque: oltre a Cipro e all’Egitto – che può vantare un accordo per l’esplorazione delle acque cipriote, già contestato dalla Turchia – anche con Israele, al quale tuttavia potrebbe essere costretta a rivolgersi per ottenere una parte considerevole del suo gas, di cui ha assolutamente bisogno. Per parte sua, Israele dovrà decidere se indirizzare le proprie esportazioni energetiche verso la Turchia o l’Egitto, al largo del quale si trova il colossale giacimento Zohr.   

La Turchia è interessata al gas cipriota soprattutto per motivi di diversificazione energetica: Ankara importa metà del suo gas dalla Russia, e un accesso diretto al gas di Cipro le consentirebbe di ridurre drasticamente la propria dipendenza da Mosca, uno degli attori maggiormente interessati alla partita del gas nel Mediterraneo. Nonostante gli ottimi rapporti con Nicosia, infatti, la Russia potrebbe storcere il naso di fronte a un’improvvisa accelerazione nello sviluppo delle risorse energetiche di Cipro, soprattutto perché il gas cipriota è di gran lunga più economico di quello russo - un’accelerazione, in tal senso, potrebbe verificarsi nel caso di una rapida riunificazione dell’isola Cipro, al momento ancora lontana.

Anche se un confronto militare nelle acque greche o cipriote sembra improbabile, la situazione va tenuta sotto controllo. E la tensione divampata negli ultimi giorni certifica la cruciale importanza strategica del gas presente nel Mediterraneo orientale, un elemento risolutore attorno al quale ruotarno i destini e le relazioni di un sorprendente numero di nazioni. Oltre a fornire una diversificazione energetica all’Europa e all’Italia, infatti, i giacimenti di gas potrebbero garantire anche un’inaspettata composizione delle dispute geopolitiche dell’intera regione, cruciali per gli equilibri dell’Europa e del Medio Oriente.

@Cassarian   

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