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Yemen: vivere sotto le bombe saudite

Il conflitto che si sta svolgendo in Yemen è sicuramente il meno conosciuto dall’opinione pubblica mondiale tra quelli che stanno insanguinando il Medio Oriente. Le informazioni sono frammentarie e lacunose e i resoconti dal campo quasi inesistenti. Ciò è dovuto anche all’impossibilità dei media internazionali di seguire la guerra, visto che entrare nel paese per i non yemeniti è diventato praticamente impossibile.

Disegni lasciati su un tavolo in un orfanotrofio di Sanaa, Yemen. REUTERS/Khaled Abdullah
Disegni lasciati su un tavolo in un orfanotrofio di Sanaa, Yemen. REUTERS/Khaled Abdullah

Da settembre 2014, la capitale yemenita Sana’a è in mano ai ribelli Houthi, originari del nord del paese. Questo gruppo prende il nome dal loro fondatore, Husayn Badr al-Din al-Houthi, che fin dal 2004 combatte contro il governo centrale. In origine, il loro principale nemico è stato l’ex presidente Ali 'Abd Allah Saleh, in carica dal 1978 al 2012. Una volta destituito e andato in esilio, Saleh ha tessuto le sue trame contro il suo successore, Abd Rabbih Mansur Hadi, coinvolgendo i suoi vecchi nemici, gli Houthi appunto. Scacciato dalla capitale, il governo di Hadi e i suoi sostenitori hanno riparato ad Aden, da dove guidano la riconquista del paese, coadiuvati dalla coalizione a guida saudita.

Proprio per fermare l’avanzata dei ribelli sciiti Houthi, l’Arabia Saudita ha dato via a una campagna aerea nel maggio 2015, colpendo diversi obbiettivi. Sanaa, la capitale sotto il controllo degli insorti e dei sostenitori dell’ex presidente ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ, è diventata l’epicentro dei bombardamenti aerei sauditi. Gli attacchi sono stati a lungo criticati, soprattutto perché accusati di aver deliberatamente colpito degli obiettivi civili.

È dalla minaccia che proviene dal cielo che persone come Fatima e Abdul devono guardarsi ogni giorno. «Per nostra fortuna, gli aerei non colpiscono tutti i giorni e se lo fanno, prediligono la notte. Forse per terrorizzare la popolazione» racconta lei, raggiunta in una telefonata su Skype.

La sindrome dell’abbandono traspare nelle parole degli yemeniti. Accusano l’opinione pubblica mondiale di essersi disinteressata del loro destino a causa del diretto coinvolgimento saudita nella guerra.

La monarchia saudita non ama le intromissioni e conduce una guerra sotto traccia, mentre molte nazioni occidentali l’appoggiano, sia con consiglierei militari, sia tramite la fornitura di armi, come nel caso dell’Inghilterra. Diversi giornali inglesi e parlamentari britannici si sono interessati a come il paese, tramite la vendita dei jet Eurofighter e delle bombe che vengono sganciate dagli aerei, supporti indirettamente questa guerra, senza interessarsi delle ripercussioni sui civili.

«In genere, gli aerei colpiscono obiettivi fuori città, come l’aeroporto o le installazioni vicino alla residenza presidenziale» racconta Fatima, «Qualche giorno fa, però, le bombe hanno centrato alcune case situate nella città vecchia. Ci sono state diverse vittime, senza contare i danni provocati a quelle antiche costruzioni».

Comunque, non sono solo i sauditi a essere in discussione, ma anche il governo degli insorti installatosi nel 2014.

«Molti pensavano che gli Houthi avrebbero provveduto allo nostra sicurezza meglio di quanto facesse il governo Hadi. In effetti, gli attentati e gli assassini politici sono diminuiti, ma con essi la nostra libertà personale, visto la loro stretta dottrina religiosa. Si riteneva che sarebbero stati migliori del governo Hadi, ma le cose sono andate diversamente, persino nelle aeree abitate dagli Zaidi (confessione religioso vicina allo sciismo)» racconta Abdul, studente di Ingegneria di Sanaa.

Il paese versa ormai da parecchio tempo in una condizione disastrosa, peggiorata dalla più vasta carestia della sua storia. Secondo un report dell’ONU del gennaio 2016, 1.3 milioni bambini dementi soffrono un acuta malnutrizione, 14.4 milioni di yemeniti faticano a trovare di che sostentarsi e 21.2 milioni necessitano di assistenza umanitaria. Questi numeri rendono la crisi yemenita peggiore di quella siriana, dove 12.2 milioni di persone richiedono forme di assistenza.

Con l’accentuarsi del conflitto e l’inizio dei bombardamenti nelle regioni controllate dagli Houthi, quasi tutte le compagnie straniere e le organizzazioni internazionali hanno lasciatolo Yemen. Con loro, le speranze di trovare lavoro dei giovani yemeniti. Anche Fatima lavorava per una di queste aziende, occupandosi di vari ambiti.

«Mi piacerebbe partire e andare all’estero per cercare lavoro, ma con il passaporto yemenita non posso andare da nessuna parte».

Nella Sana’a di oggi è il mercato nero a dettare legge. Il petrolio, sempre più raro, ha raggiunto prezzi mai visti prima, obbligando gli abitanti a ridurre gli spostamenti con i propri veicoli. L’elettricità va a singhiozzi e la popolazione si è vista costretta all’acquisto di pannelli solari, anche essi soggetti al prezzo del mercato nero. Anche le candele hanno fatto la loro ricomparsa.

Aziz riflette sulla situazione tragica che vive la propria città. «I bombardamenti hanno peggiorato una situazione già difficile. Non viviamo. Sopravviviamo. Il governo latita e non si degna neanche di mettere a disposizione dei rifugi dove nasconderci durante i bombardamenti. L’unica cosa che fanno è sparare con la contraerea e cercare i corpi tra le macerie. Il resto spetta a noi».

Ad ingrandire la massa di disperati c’è la popolazione delle aree intorno alla capitale, che fuggono da un clima ancora più torrido e dalla totale mancanza di corrente elettrica e servizi. Questi arrivano a Sanaa in cerca di una migliore situazione, ma non fanno altro che riversarsi nelle strade, contando solo sulle elemosine che riescono a raccogliere. Fatima e i suoi amici cercano di aiutare questi ultimi arrivati, ma l’efficacia delle loro azioni è limitata dalla mancanza di risorse.

Mentre il nord è bersagliato dai raid aerei, molte zone a sud sono teatro di scontri tra le diverse fazioni in lotta. Aden è stata assediata dagli Houthi per parecchi mesi. Le truppe filogovernative sono riuscite a rompere l’accerchiamento, anche se adesso sono costrette a fronteggiarsi con la branca di al-Qaeda nella penisola arabica e le milizie che hanno dichiarato fedeltà all’Isis. Ad oggi, i contendenti si affrontano soprattutto nell’est del paese, nei governatorati di Taiz, Mocha, Lahij.

«Ancora non sono riuscita a darmi una spiegazione sul perché questa guerra non sia ancora stata fermata. Quanto a lungo il mio popolo dovrà soffrire in questo modo?» chiede Fatima, prima di chiudere la conversazione in Skype.

@matteo_lat

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