Willis da Tunisi, il gatto della rivoluzione

Fumettista, pittrice, insegnante di Belle Arti e direttrice di una galleria d’arte a Tunisi. Per festeggiare la conquista della libertà di stampa, per il momento unico vero trofeo della rivoluzione del 2011, Nadia Kiari, donna eclettica e con una intensa passione politica, quattro anni fa impugnò la matita e disegnò il gattino Willis da Tunisi, che  in poco tempo divenne il simbolo della rivoluzione e la sua voce ufficiale.

 I commenti di Willis spaziano dall’attualità alla società fino a denunciare le piccole insidie che ogni giorno si celano nella transizione democratica tunisina. Willis a volte commenta in francese, altre volte in arabo oppure in un melange tra le due lingue, e oscillando tra l’ironia e il sarcasmo, le sue parole riescono a strappare un sorriso anche quando i fatti di attualità o di cronaca non lo permetterebbero. 

Nadia, come è nata l’idea di disegnare Willis da Tunisi?
Willis è un gattino che in realtà avevo già creato prima della rivoluzione, ma in contesti estranei alla politica, perché all’epoca di politica potevamo parlare solo indirettamente. Con la rivoluzione è cambiato tutto e Willis si è fatto conoscere di più. L’idea mi venne durante l’ultimo discorso di Ben Ali, che pur di restare al potere ci promise la libertà di stampa e l’abolizione della censura su Internet. Lui parlava, io lo ascoltavo alla tv e intanto disegnavo Willis che commentava con ironia quelle parole. Da allora non ho più smesso.

Perché hai scelto di disegnare proprio un gatto?
Perché il gatto è un animale interessante su più livelli. Ha un lato selvaggio molto accentuato, è disobbediente, indipendente e spesso è stato utilizzato come simbolo nei movimenti anarchici.

La Tunisia di ieri e la Tunisia di oggi. Che cosa è cambiato dal tempo di Ben Ali?
Siamo passati da una dittatura della polizia a un processo democratico in evoluzione costante, a una rivoluzione a lungo termine. Le parole sono state liberate.

Tutte le parole sono state liberate? Quali tabù sono rimasti?
Ce ne sono ancora moltissimi e sono individuali, cambiano da persona a persona ed è difficile riassumerli in uno schema, ma posso dire che da noi ruotano principalmente attorno alla religione e al sesso.



Che cosa manca al paese perché il processo democratico si possa dire compiuto?
Mancano molte cose, ma soprattutto delle  riforme vere, profonde, radicali. Bisognerebbe cambiare il sistema giudiziario, quello penale, amministrativo, ma la cosa più importante da fare sarebbe un buon investimento sulla cultura, sull’istruzione. Questa sarebbe la svolta.

Quasi un mese fa la Tunisia ha subito un attentato molto grave. Che ruolo hanno i fondamentalismi nel paese? Sono ancora la minoranza o c’è già una frangia ben radicata?
Quello del Museo Bardo non è stato il primo attentato in Tunisia. Sono tre anni che gli attacchi contro la polizia, la Guardia Nazionale e l’esercito non si sono mai fermati. Anche la settimana scorsa in un attentato nel Kasserine hanno perso la vita quattro soldati. C’è una tensione costante, determinata chiaramente da una frangia radicale che non sarebbe mai cresciuta se i governi precedenti non l’avessero permesso.

La satira per sua natura è irriverente e irrispettosa. Ti senti al sicuro oggi nel tuo paese?
Non definirei la satira irrispettosa. Personalmente la considero come una sorta di testimonianza di quello che accade. Sono una cittadina che si esprime attraverso il disegno e affrontare temi delicati è il mio modo di ribellarmi o di arrabbiarmi. Per quanto riguarda le minacce, tutti i tunisini oggi possono subirne.

In questi anni c’è stato un tasso molto alto di migrazione tunisina verso l’Europa, dove però i giovani non sempre trovano condizioni di vita dignitose. Tu che hai vissuto in Francia, cosa diresti a chi vuole partire?
Io non sono nella posizione di poter dare lezioni ai nostri giovani. Se decidono di partire, lo fa perché qui c’è una situazione economica catastrofica. Quando decidono di affrontare il mare, i suoi pericoli o il rischio di morire, non lo fanno certamente a cuor leggero. Ma alla fine comunque scelgono di andare. Di sicuro le condizioni che i nostri ragazzi trovano in Europa non sono all’altezza delle loro speranze.

Qual è il suo bilancio a quattro anni dalla rivoluzione?
A livello politico i risultati sono al di sotto delle aspettative della rivoluzione, ma questo è parte del processo, anche se oggi in Tunisia sono in tanti a sentirsi traditi dalla rivoluzione e qualcuno crede persino che gli obiettivi della stessa siano stati confiscati. Ma la democrazia non la si costruisce in una notte, ci vuole tempo. E’ fondamentale però restare in guardia e sradicare tutto quello che ha rovinato il nostro paese: la corruzione a tutti i livelli, il nepotismo, il clientelismo, il mercato informale, il denaro sporco.



Sulla parità di genere la Tunisia è sempre stata all’avanguardia nel mondo arabo. E’ ancora così oggi?
Io posso solo sperare che la condizione della donna tunisina continui a migliorare, sia sul piano giuridico che su quello degli atteggiamenti collettivi. C’è sempre spazio per fare meglio. E il fatto che la parità abbia raggiunto un buon livello di maturità, non deve fare dimenticare i continui fallimenti e le costanti regressioni che invece ancora subisce in molte regioni del paese.

@Seregras

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