Il blocco saudita riduce in fin di vita sette milioni di yemeniti

Sette milioni di persone sono “vicine alla morte per fame”. E il blocco totale dei confini è l’equivalente di una condanna, denuncia l’Onu. La coalizione a guida saudita apre uno spiraglio ad Aden, ma non aprirà i porti del nord, cruciali per contenere la catastrofe umanitaria

Un bambino malnutrito di 10 anni, in un centro di assistenza a Hodeidah, Yemen, 19 agosto 2017. REUTERS / Abduljabbar Zeyad
Un bambino malnutrito di 10 anni, in un centro di assistenza a Hodeidah, Yemen, 19 agosto 2017. REUTERS / Abduljabbar Zeyad

Più di 10milioni e mezzo di yemeniti avrebbero bisogno di assistenza medica per salvare le loro vite. Più di 10mila sono stati uccisi e sono 3 milioni quelli che hanno dovuto abbandonare le loro case dal marzo 2015. Più di 7milioni e mezzo non hanno accesso regolare al cibo e avrebbero bisogno di aiuti immediati. Questi dati, forniti dalle Nazioni Unite su una delle crisi umanitarie più urgenti, effetto della guerra scoppiata nel marzo 2015 e che ha avuto una veloce escalation interna, sono destinati ad aggravarsi con maggiore velocità se la Coalizione dei Paesi del Golfo a guida saudita non riaprirà urgentemente i porti di Aden e di Hodeida.

La richiesta arriva dal coordinatore degli aiuti umanitari per l’agenzia internazionale Jamie McGoldrick e sembra che una prima risposta ci sia stata ma solo sul porto di Aden. Un ufficiale, che ha voluto rimanere anonimo, ha riferito all’agenzia Reuters che “dopo alcuni giorni dall’imposizione del blocco, successivo al lancio di un missile da parte dei ribelli del Nord sulla capitale saudita Riyadh, la Coalizione ci ha dato il permesso di riprendere le normali attività”. Tuttavia le concessioni sul blocco imposto interessano solo il porto di Aden che però, ha sottolineato McGoldrick, non può essere sufficiente in quanto più dei due terzi della popolazione in urgente bisogno umanitario vive al Nord, e l’accesso dei cargo diventa necessario anche sui porti di Hodeida e Saleef.

Invece, tutti i confini di terra, di mare e gli spazi aerei sono chiusi, compreso l’aeroporto e il valico di terra di Seyoun, finora quello più utilizzato dagli stessi yemeniti per viaggiare, dopo faticosissime ore di autobus tra le montagne e i ceck point di diverse fazioni militari. Seyoun è anche il valico più utilizzato per importare beni commerciali.

Il blocco sul Nord, però, è irremovibile e i sauditi, in cambio della concessione su Aden, hanno chiesto misure ancora più restrittive sulle aree controllate dai ribelli. Il blocco è attivo da tempo sul porto di Hodeida su cui nei mesi scorsi si è svolta una complessa contrattazione – non andata a buon fine - tra le autorità della Coalizione e l’inviato dell’Onu per lo Yemen, Ismail Ould Sheikh Ahmad. In previsione di questi incontri, si è cercato di trovare un mediatore tra gli interessi del governo centrale e i ribelli Houti nel generale Ali Mohsen al Akmar, ex capo dei servizi segreti yemeniti e attualmente responsabile delle truppe di terra del governo Hadi stanziate nella regione del Marib.

Il blocco è imposto anche all’aeroporto di Sana’a dove, fino al 6 novembre scorso, era possibile consentire un limitato traffico aereo per l’arrivo di aiuti umanitari e di personale delle agenzie e delle poche organizzazioni autorizzate ad operare sul terreno per emergenze sanitarie. I ribelli Houti, tramite l’annuncio dell’autorità generale per l’aviazione civile del Nord, hanno accusato le forze della Coalizione a guida saudita di avere distrutto il sistema di navigazione radio Vor e Dme dell’aeroporto con uno degli ultimi bombardamenti che hanno colpito la capitale Sana’a, danneggiando irreversibilmente la torre di controllo. Ciò significa che non sarà possibile ripristinare il traffico aereo su Sana’a: Stephane Dujarric, portavoce delle Nazioni Unite, ha sottolineato che, senza gli aiuti umanitari che sono atterrati per l’ultima volta il 6 novembre scorso, e vista la situazione sul terreno, “sette milioni di persone che sono già vicine alla morte per fame, ci andranno vicinissime a causa del blocco imposto”.

Per Salah Hajj Hassan, rappresentante della Fao in Yemen, il numero di individui senza accesso al cibo ha già superato i sette milioni in un anno, con una stima di 17 milioni che hanno difficoltà a procurarselo, una cifra che è pari ai due terzi della popolazione. L’agricoltura è la prima risorsa di sussistenza per la maggioranza della popolazione locale e per questo la Fao ha richiesto fondi pari a due miliardi per assistere l’economia di base per 12 milioni di persone. Si tratta del piano di emergenza più ampio mai previsto dalla Fao per lo Yemen anche in virtù dei livelli di malnutrizione acuta registrati tra la popolazione giovane e adulta.

Meritxell Relano, rappresentante Unicef per lo Yemen, dichiara: “Abbiamo registrato il numero più alto di bambini malnutriti degli ultimi anni. Questi bambini sono 11 volte più a rischio di morte, paragonati a bambini sani della stessa età, se non venissero soccorsi in tempo. Ammesso che sopravvivessero, non potranno mai sviluppare appieno tutte le loro potenzialità e questo mette a rischio un’intera futura generazione in Yemen, rendendola vulnerabile al circolo vizioso dei bisogni nella povertà e nel sottosviluppo”. Per Afrah Nasser, giornalista yemenita rifugiata in Europa dall’inizio del conflitto, “il blocco imposto è un’arma di guerra ed un assedio come questo equivale alla sentenza di morte definitiva per tutti gli yemeniti”.

Nella capitale Sana’a sono in corso da ieri manifestazioni di protesta contro il blocco saudita indette dai ribelli houti. E appena pochi giorni fa, Hassan Zaid, il ministro per lo sport e la gioventù del governo del Nord ha proposto, come soluzione all’embargo e alla crisi economica gravissima, di chiudere definitivamente le scuole e inviare forzatamente insegnanti e allievi al fronte, per immolarsi nell’Armageddon finale.

@battgirl74

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