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Lo Yemen va a pezzi, ora si spacca a sud

L’uccisione dell’ex uomo forte Saleh ha aperto nuovi fronti nel Paese. Ad Aden i separatisti sostenuti dagli Emirati hanno dichiarato la secessione. E stanno avendo la meglio sulle forze governative, appoggiate dall'Arabia Saudita. Si spacca così anche la coalizione del Golfo?

Un bambino in piedi insieme alle donne Houti durante una manifestazione a sostegno del movimento. REUTERS/Khaled Abdullah
Un bambino in piedi insieme alle donne Houti durante una manifestazione a sostegno del movimento. REUTERS/Khaled Abdullah

A distanza di quasi due mesi dalla morte dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, ucciso dai ribelli del Nord, il conflitto in Yemen appare più lontano che mai dalla risoluzione. L’eliminazione di uno degli attori locali più influenti non solo non ha ridotto i fronti, ma ne ha aperti molti altri. E anche la lettura internazionale che vede la guerra come uno scontro regionale in cui si fronteggiano due schieramenti - uno sotto l’egida saudita per la difesa del governo legittimo e l’altro, quello dei ribelli Houthi manovrato all’esterno da Teheran - non ha ragion d’essere. La guerra in Yemen non è una sola, è un complesso di micro-conflitti locali che si sono sviluppati con un effetto domino, con buona pace dei mediatori internazionali.

Ha rinunciato all’incarico Ismail Ould Cheikh Ahmed, da tre anni inviato speciale dell’Onu nella regione. Cheikh Ahmed, diplomatico mauritano di lungo corso, ha gettato la spugna dopo innumerevoli tentativi falliti di pacificazione e dialogo, tre tavole per la pace organizzate in Svizzera e in Kuwait e dopo aver subito un tentativo di rapimento da parte dei ribelli Houthi a Sana’a. Al suo posto dovrebbe insediarsi il britannico Martin Griffiths, già fondatore del Centro per il Dialogo Umanitario  a Ginevra. E il suo incarico si prospetta ancora più complesso di quello toccato ai predecessori.

La problematica più urgente che Griffiths dovrà dirimere è il nuovo fronte che la guerra ha aperto a Sud. Perché Aden è tornata ad essere teatro di scontri tra tre differenti milizie con obiettivi diversi: le truppe governative del presidente Hadi, le milizie del Congresso di Transizione del Sud, sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, che hanno dichiarato la secessione, e le forze governative che rispondono al primo ministro Ahmed Bin Daghr, sostenute dall’Arabia Saudita. Gli scontri da domenica avrebbero ucciso almeno 38 persone.

I giovani attivisti yemeniti di Aden da tempo avevano lanciato l’allarme. La crisi è precipitata quando il Congresso di Transizione del Sud ha dichiarato lo stato di emergenza nel porto di Aden,  meno di una settimana fa.  L’annuncio è stato dato dal gruppo separatista dopo la decisione dell’Arabia Saudita di aiutare l’economia del governo centrale con una iniezione di 2 miliardi di dollari, per sostenere la moneta locale.

Furiosi contro il primo ministro Ahmed Bin Daghr, accusato di affamare il Paese, i secessionisti hanno chiesto un rimpasto governativo, fissando un ultimatum al presidente. Le tensioni sono aumentate quando il Consiglio ha annunciato che non intende riconoscere a sud amministratori e politici che vengono dal Nord del Paese, anche se fedeli a Hadi, in particolar modo se aderenti a Islah, il partito dei Fratelli Musulmani yemeniti. E le ragioni riposano soprattutto nelle accuse di corruzione che fioccano su Hadi, sul suo apparato governativo e sul figlio, accuse che hanno reso possibile a fine 2014 l’ascesa degli Houthi nel Nord prima, la perdita di popolarità di Hadi e infine, la rabbia dei separatisti del Sud per il progetto nepotistico del presidente.

Non stupisce dunque che il primo fustigatore di Hadi sia Aidarous al-Zubaidi, leader del movimento secessionista del sud, che fino ad aprile 2017 è stato governatore di Aden. Al-Zubaidi ha conquistato il sostegno anche economico degli Emirati che lo considerano un interlocutore più fedele di Hadi, utile anche per assumere il controllo progressivo della regione.

Allo scadere dell’ultimatum, domenica, il Consiglio guidato da al-Zubaidi ha annunciato la secessione dal governo centrale e la sostituzione delle autorità governative con un gabinetto di tecnocrati. E sono iniziati gli scontri armati, che fin qui hanno visto i secessionisti avere la meglio. Ieri mattina le milizie del Consiglio avrebbero raggiunto le porte del palazzo presidenziale, dove si trova il premier Bin Daghar. Secondo alcune fonti il primo ministro e alcuni ministri, protetti dai sauditi, sarebbero pronti a lasciare Aden per rifugiarsi a Riyad.

L’apertura del nuovo fronte, che vede contrapposti gli alleati Arabia Saudita ed Emirati, è una buona notizia per gli Houthi: ora anche nel sud dello Yemen è presente un soggetto politico (e militare) che parteggia per la soluzione secessionista.

@battgirl74

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