Ritardi e irregolarità hanno caratterizzato il conteggio dei voti per le presidenziali. I militari hanno represso nel sangue le contestazioni dell’opposizione nelle piazze. Intanto la maggioranza qualificata in parlamento permetterebbe a Mnangagwa di diventare presidente a vita

Un sostenitore del partito di opposizione Movimento per il cambiamento democratico (MDC) di Nelson Chamisa indossa un cono mentre bloccano una strada ad Harare, nello Zimbabwe, il 1 ° agosto 2018. REUTERS / Siphiwe Sibeko
Un sostenitore del partito di opposizione Movimento per il cambiamento democratico (MDC) di Nelson Chamisa indossa un cono mentre bloccano una strada ad Harare, nello Zimbabwe, il 1 ° agosto 2018. REUTERS / Siphiwe Sibeko

La vittoria alle elezioni in Zimbabwe del 30 luglio, conquistata con il 50,8% dei voti dal presidente uscente Emmerson Mnangagwa, che ha sconfitto Nelson Chamisa, candidato del partito di opposizione Movimento per il cambiamento democratico (Mcd), fermatosi al 44,3%, ha innescato dure proteste da parte dell’opposizione, che ha rifiutato di accettare un verdetto elettorale inquinato da brogli e ritardi.


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Mercoledì scorso, l’Mcd ha radunato migliaia di manifestanti nei giardini antistanti l’Hotel Rainbow Towers, nel centro della capitale Harare, dove la tensione alle stelle ha provocato durissimi scontri tra i sostenitori dell’Mcd e le forze dell’ordine.

Gli agenti, in tenuta anti-sommossa, hanno usato gas lacrimogeni e sparato munizioni vere per disperdere i dimostranti, che hanno risposto al fuoco con un lancio di pietre. Al termine dei disordini, 14 manifestanti sono rimasti feriti e almeno sei hanno perso la vita.

Nel frattempo, l’opposizione promette battaglia e ha annunciato che presenterà ricorso contro i risultati viziati.

Appelli alla distensione

L’ambasciata degli Stati Uniti ad Harare con un tweet ha espresso “profonda preoccupazione” per le violenze e ha esortato le forze militari a “esercitare moderazione” nel disperdere i manifestanti, mentre il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ha invitato i leader politici e il popolo dello Zimbabwe a «respingere ogni forma di violenza».

Un appello analogo è stato lanciato anche dal ministro degli Esteri britannico Harriett Baldwin, che ha invitato i leader politici dello Zimbabwe ad «assumersi la responsabilità di assicurare calma e moderazione in questo momento critico», mentre l’organizzazione non governativa Amnesty International ha invitato il governo di Harare ad aprire una indagine sull’operato dell’esercito.

Nelson Chamisa ha respinto i risultati che con uno strettissimo margine hanno determinato la vittoria del suo rivale definendoli «falsi e non verificati» e ha scritto in un tweet: “Lo scandalo della Zec è deplorevole. La Zec ha negato al nostro inviato l’accesso ai risultati. Deve pubblicare risultati corretti e verificati avallati dai partiti. Il livello di opacità, la carenza di verità, il decadimento morale e il deficit di valori è sconcertante”. 

Chamisa ha così organizzato una conferenza stampa in un hotel di Harare ma gli agenti della polizia antisommossa hanno fatto irruzione e con scudi e bombolette spray, hanno impedito che iniziasse, disperdendo i giornalisti. 

Forti ritardi nel conteggio dei voti per le presidenziali

Le contestazioni dell’opposizione trovano conforto nell’eccessivo ritardo con cui sono stati resi noti i risultati delle urne e soprattutto nel fatto che i voti delle presidenziali sono stati contati per primi e pubblicati per ultimi. E anche gli osservatori europei, guidati dal parlamentare tedesco Elmar Brok, hanno denunciato una forte differenza in termini di opportunità tra i partiti e una diffusa sfiducia nella commissione elettorale dello Zimbabwe (Zec) che solo nella tarda serata di giovedì ha ufficializzato l’esito del voto presidenziale.

Da quanto emerso nelle ore successive alla chiusura dei seggi, la Zec, controllata dai militari, avrebbe volutamente ritardato il conteggio. Nel frattempo, le reti di monitoraggio elettorale della società civile hanno tentato di colmare il vuoto di informazioni rendendo noto che, secondo i rapporti preliminari in loro possesso, il 21% dei risultati delle elezioni presidenziali destinati a essere affissi sui muri dei seggi elettorali non erano disponibili. Questo era contro la legge e poteva comportare l’annullamento del voto.

Inoltre, mentre dei risultati delle presidenziali non vi era alcuna traccia, l’esito del voto delle elezioni comunali e parlamentari, già nel pomeriggio di martedì scorso era ben visibile a tutti all’interno dei seggi elettorali, dove risaltavano i numeri della schiacciante vittoria dello Zanu-Pf nel parlamento nazionale: 155 seggi contro i soli 53 ottenuti dai sfidanti dell’Mdc.

La conquista di oltre la maggioranza dei due terzi del parlamento necessari per cambiare la costituzione, potrebbe consentire ancora una volta a un presidente dello Zanu-PF di rimanere al potere indefinitamente. Praticamente quello che Mugabe sperava fino a soli otto mesi fa, quando un colpo di Stato ha infranto il suo sogno di presidenza a vita.

Tutto questo, potrebbe rendere vano anche il processo partecipativo, che dal marzo 2010 fino al maggio 2013, produsse l’attuale Costituzione che per la prima volta poneva un limite di cinque anni per due soli mandati presidenziali. L’intero quadro giuridico, sebbene applicato dal regime di Mugabe, potrebbe essere sostituito da uno nuovo che potrebbe riportare la dittatura nel Paese africano.

Anche se Mnangagwa, affidando a Twitter il suo primo messaggio da presidente, sembra voler smentire tale ipotesi: “Grazie Zimbabwe, è un nuovo inizio. Uniamoci in pace, unità e amore e insieme costruiamo un nuovo Zimbabwe per tutti. Anche se siamo stati divisi durante le elezioni, siamo uniti nei nostri sogni».

Ma i sei corpi dei dimostranti lasciati mercoledì scorso sul selciato dalla polizia di Harare, lasciano credere che sogni di unità e cambiamento si sono già infranti.

@afrofocus

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