A che punto siamo a Hong Kong

Nella notte di ieri la polizia ha rimosso alcune barricate nella zona di Mong Kok, la parte continentale di Hong Kong. L'evento ha posto seri dubbi sulla reale intenzione del governo di trattare con gli studenti, dopo l'apertura avvenuta nei giorni scorsi. Dopo le polemiche scatenatesi a seguito di arresti, cariche e pestaggi di manifestanti da parte della polizia di Hong Kong (sei agenti sono stati sospesi dall’amministrazione della città), infatti, una conferenza stampa del governo locale ha consentito un’«apertura», un passo in avanti verso il dialogo.

REUTERS/Carlos Barria


Secondo quanto affermato dagli esponenti dell’esecutivo dell’ex colonia, a cominciare dalla prossima settimana potrebbero riavviarsi i contatti con gli studenti per un negoziato tra le parti. Il chief executive Leung, al quale i manifestanti pro-democrazia hanno chiesto di dimettersi dopo le violenze della polizia, ha sostenuto di «aver sempre voluto» dialogare con i giovani.

«Nel corso degli ultimi giorni, e fino a questa mattina, attraverso terzi abbiamo espresso l’auspicio parlando con gli studenti di poter avviare un dialogo per discutere del suffragio universale prima possibile e auspicabilmente entro la prossima settimana», ha dichiarato il capo del governo locale, aggiungendo che potrà essere discussa la «composizione» del comitato elettorale ristretto che controlla le candidature. «La politica è l’arte del possibile», ha premesso Leung avvertendo però che la decisione di Pechino di controllare le candidature attraverso il comitato «non può essere cambiata». Da quanto è emerso dalla conferenza stampa, nonostante l’apertura a nuove discussioni, lo spazio di negoziazione appare piuttosto ristretto.


Come specificato da Leung è Pechino a dettare la linea e almeno fino al 2022, le regole sono già state stabilite. A questo punto il pallino, per così dire, passa agli studenti, che sulla richiesta di un vero suffragio universale avevano basato tutta la parte iniziale della loro protesta, salvo poi deviare sulle richieste di dimissioni proprio di Leung. Quest’ultimo però appare piuttosto sicuro della propria posizione, confermata più volte da Pechino, sebbene fonti cinesi continuino a ripetere che il presidente Xi Jinping avrebbe intenzione di abbandonarlo, al momento propizio.

Del resto in questo momento il Partito comunista ha altro cui pensare: lunedì prossimo comincerà il Quarto Plenum del Partito, il cui argomento principale sarà la progressione del paese verso il concetto di «Stato di diritto». Secondo alcune indiscrezioni, inoltre, il Plenum dovrebbe definire l’espulsione di Zhou Yongkang, ex zar della sicurezza nazionale, finito da tempo sotto inchiesta da parte degli organi di disciplina interni del Partito.

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