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Amnesty denuncia la Cina per uso della tortura

Secondo un rapporto di Amnesty, “La polizia cinese continua a fare uso della tortura per estorcere confessioni, nonostante l'esplicita proibizione introdotta nel 2010 con la riforma della giustizia”. Ad analoghe conclusioni era giunto il report di Human Rights Watch, diffuso in maggio. Il report conferma un clima diffuso in Cina, di repressione per quanto riguarda l'attività degli avvocati per i diritti umani.

Il rapporto di Amnesty è stato diffuso alla vigilia della riunione a Ginevra del Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite. Il gruppo specifica di avere intervistato 37 avvocati in diverse città della Cina e di aver analizzato 590 sentenze dei tribunali cinesi. «Per la polizia - ha dichiarato Patrick Poon, ricercatore di Amnesty International - ottenere una confessione è il modo più rapido per assicurarsi una condanna».

Nel rapporto si sostiene che le forme di tortura più usate sarebbero i pestaggi, la deprivazione del sonno, la negazione di cibo, acqua e - quando sono necessarie al detenuto - delle cure mediche. Spesso i sospetti vengono tenuti con mani e caviglie ammanettati per lunghi periodi di tempo.

In maggio, interrogata in relazione al rapporti di Human Rights Watch, la portavoce del ministero degli esteri cinese Hua Chunying ha sottolineato che la tortura è proibita e che chiunque se ne renda colpevole viene punito secondo la legge.

Il report di Amnesty porta alla luce, anche se si tratta di fatti già conosciuti, le modalità non solo di tortura, ma anche di detenzione delle persone arrestate. Nel documento si racconta che 12 tra avvocati e attivisti sono ancora detenuti in “residenze sorvegliate, in località designate” - una forma di detenzione solitaria che può durare fino a sei mesi in un luogo sconosciuto. Al mese scorso, almeno 248 persone erano state portate via dalla polizia, detenute o arrestate in un giro di vite che è iniziato nel mese di luglio.

La maggior parte sono stati rilasciati, ma a parte quelli che si trovano nelle “residenze sorvegliate”, molti sono rimasti in detenzione penale o risultano dispersi.

L'avvocato Tang Jitian – come riporta il South China Morning Post - viene citato dal rapporto: stava investigando su presunte torture in un centro di detenzione segreto lo scorso anno, “quando a sua volta è stato legato ad una sedia di ferro, schiaffeggiato, preso a calci e colpito con una bottiglia di plastica fino a che non ha perso i sensi. In seguito è stato incappucciato, ammanettato e sospeso da terra per i polsi mentre i poliziotti lo picchiavano”.

Il rapporto afferma che la mancanza di indipendenza della magistratura e il potere delle agenzie di sicurezza pubblica sono stati i principali ostacoli nella ricerca di giustizia nei casi di tortura.

La Procura ha doppio ruolo di accusa e indagine e la corte si è mostrata riluttante a escludere le prove illegali, comprese quelle ottenute dalla confessione sotto tortura”, spiega Patrick Poon, ricercatore cinese di Amnesty.

Niente di nuovo ed eclatante, ma la conferma di due elementi: che sotto Xi Jinping è aumentata la repressione di tutto quanto si muove a margine della vita ufficiale del partito comunista e di tutto quanto viene visto come potenzialmente dannoso. E che la riflessione cinese sullo stato di diritto è ancora lontana da un punto accettabile dalla comunità internazionale. Il report è categorico e non tiene conto di alcuni tentativi in corso in Cina e non aiuta, per quanto legittimo e giusto, come spesso accade, chi prova a cambiare dall'interno il sistema.

@simopieranni

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