Anche in Cina c'è un problema con i taxi: 30 tassisti hanno tentato il suicidio

Trenta autisti di taxi hanno tentato il suicidio, alcuni giorni fa, a Pechino nella via dello shopping di Wangfujing. Molti di loro provenivano da zone del nord est cinese, al confine con la Russia. La protesta inscenata dipende dai monopoli delle aziende di Stato sulle licenze dei taxi, aumentate e gestite arbitrariamente. I tassisti, in pratica, spendono troppo per licenze e permessi e non riescono a sopravvivere. I tassisti hanno tentato il suicidio ingerendo  pesticida. Sono stati ricoverati e stanno bene, dicono in Cina.

La notizia ha fatto il giro del paese, ripresa anche dai media ufficiali. In questi casi, rispetto ad anni fa, ormai in Cina si registra una certa possibilità per i giornalisti, di seguire questi casi di cronaca. Il gesto dei tassisti non è una novità: nei mesi scorsi altre persone avevano tentato di uccidersi con del pesticida, sempre nell'ottica di segnalare abusi dello Stato (recentemente ci sono state azioni del genere in relazione a espropriazione di terreni).

Si tratta di conseguenze di quella pratica della petizione, di stampo imperiale, ancora usata anche nella iper moderna Cina. Un tempo, chi dalla periferia dell'Imperio si sentiva sottoposto a un trattamento negativo da parte di funzionari locali, si recava a Pechino dall'Imperatore per sporgere la propria lamentela. Ancora oggi i «petizionisti» arrivano da ogni parte del paese.

Solo che raramente sono ricevuti nei palazzi governativi. Di solito sono fermati alle stazioni dei treni, di partenza o di Pechino, e rispediti a casa o messi per alcuni giorni nelle black jail, limbo giudiziario dove rimangono alcuni giorni, a Pechino, prima di essere rimandati nei propri luoghi di origine.

Secondo quanto comunicato dai media cinesi, i tassisti che hanno tentato il sucidio stanno bene.  La loro volontà - racchiusa nel gesto finale del tentato suicidio -  era denunciare un sistema che tutti i tassisti con cui potrebbe capitare di parlare in Cina, detestano. In pratica, delle corse effettuate, agli autisti rimane molto poco, mentre il costo della vita aumenta sempre di più. 

E soprattutto le aziende statali che detengono il business, decidono ogni cosa all'improvviso, senza consultarli e in modo totalmente arbitrario. Come scritto da China Labour Bulletin (ong che segue il mondo del lavoro in Cina e che si è occupata ultimamente proprio degli scioperi dei tassisti) «Le compagnie di taxi possono arbitrariamente aumentare il canone mensile, mentre il conducente deve coprire i costi di carburante, manutenzione e riparazioni. Gli autisti sono spesso considerati come lavoratori autonomi e hanno pochi eventuali benefici che spettano ai dipendenti.

Nelle principali città la licenza può essere di circa 10.000 yuan al mese (quasi 1.500 euro al mese), il che significa che i conducenti devono lavorare 12 ore al giorno, tutti i giorni della settimana solo per ripagare quella. Se il business è basso, come è avvenuto durante la repressione del governo sulla prostituzione a Dongguan la scorsa estate, gli autisti possono portare a casa meno di quanto guadagna un operaio locale».



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