Capitalismo e riforme, 3 punti sulla Cina

Un amico cinese tempo fa, ha messo su una piccola azienda per vendere cialde di caffè. Gli ho fatto notare che era poco socialista diventare un commerciante. Mi ha risposto che Deng Xiaoping aveva detto che in Cina si doveva sviluppare il capitalismo e poi semmai sarebbe arrivato il socialismo. Ad una domanda, mi aveva detto, c'è un'offerta. Ce l'avete insegnato voi, aveva chiosato.

1) Identità

La catapulta storica che ha affacciato la Cina sul mercato mondiale è qualcosa che ancora non è stata adeguatamente compresa, forse perché gli effetti sono ancora tutti da scoprire.

Un paese che dopo 40 anni di maoismo si è inserito sul mercato mondiale sfruttando la propria popolazione, un esercito di figlie e figli unici, recentemente obbligati da una legge (come accade a Singapore) a prendersi cura dei propri genitori, in uno dei recenti tentativi di recuperare un'etica confuciana, in un paese identitariamente allo sbando.

La Cina ha sfruttato questa popolazione: lavoro a basso costo, welfare via via eliminato, con l'hukou, il certificato di residenza che ha permesso allo Stato di risparmiare il welfare dei lavoratori migranti.
Sfruttati per produrre per l'Occidente. Un meccanismo talmente consolidato, da spingere l'Occidente ad andare a produrre a Oriente, tanto da etichettare quell'area con il nome di “far east” a segnare una nuova terra dell'oro da coltivare e dissanguare.

2) Occidente /Oriente

Per sfruttare i cinesi, la poca legislazione sul lavoro, quella nulla – per molto tempo – sull'ambiente.
Il primo dato: anziché favorire in quella zona del mondo l'allargamento dei diritti, si è finiti per prendere quel modello come spunto, portando a ridurre salari e diritti anche in Occidente.
La Cina dunque è diventata un animale bifronte: una testa prevede un controllo politico che rimane identico a quello esercitato dalla leadership di Mao, leninista, saldamente al comando di tutti i gangli dello Stato, da quelli produttivi a quelli repressivi e una testa slanciata economicamente nell'ambito del mercato.

Il secondo dato: la mancanza di democrazia nella gestione del potere cinese – fatta la tara di storture, ottusità e disumanità dell'apparato di sicurezza cinese – non è tanto distante da quanto si osserva in Occidente. Il caso greco lo dimostra.

I governi di larga coalizione che non eletti impongono l'austerità lo dimostrano. E benché si dicano tutti liberisti, la classe dirigente occidentale non sembra disdegnare neanche la possibilità che la Stato sostenga le aziende amiche. Una oligarchia democratica, ormai, che non pare tanto distante dal caso cinese (o da quello russo).

Ora i cinesi scoprono che il capitalismo crea delle crisi, mentre il mondo occidentale, da un lato si preoccupa, dall'altro tende perfino a deridere l'impreparazione della classe dirigente cinese di fronte proprio al capitalismo. Il capitalismo del resto è fatto così, di cosa ci stupiamo se anche la Cina entra in difficoltà?
Ci sono crisi, che finiscono per arricchire chi solitamente le produce e stroncano vite di chi presumibilmente non c'entra niente, per rinascere con altre alchimie, aspettando la successiva crisi.

Le crisi sono endemiche del sistema e anzi lo alimentano. E quando le crisi economiche sono troppo ampie da poter essere risolte con una ri-creazione, storicamente sono intervenute le guerre.
E la Cina purtroppo, terzo dato, assomiglia molto all'Occidente in termini di svuotamento di tutto quanto è politica, conflitto sociale e rappresentanza.

Quando capitava di chiedere a un cinese cosa intendesse per politica, la risposta finiva sempre per avere spiegazioni di natura economica. Piegare la politica all'economia porta allo svuotamento di senso dell'attivismo politico; non a caso in Cina i tanti disordini di natura sociale e lavorativa sono per lo più spontanei e non possono avere futuro se non trovano un contatto con il potere centrale, sia esso quello di Pechino o funzionari del Partito locali.

3) Le riforme

La Cina ha bisogno, in ogni caso, di riforme, a partire dalle aziende di Stato. Perché in quel meccanismo di totale impunità, senza alcun controllo da parte dei vertici, si annidano corruzione, tangenti e investimenti che alimentano bolle.
I dirigenti delle grandi aziende statali, che in combutta con i funzionari di Partito gestiscono ingenti quantità di denaro, sono stati finanziati dalla corsa alla borsa e hanno finito per buttare in un vicolo cieco (o in bolle rischiose) gli investimenti garantiti. Una riforma delle aziende di Stato è dunque vista come necessaria per creare maggiore competitività, come richiedono le regole del mercato che il Partito ha finito per accettare.
Xi Jinping, ben consapevole delle difficoltà di questo processo, ha scelto la strada più tortuosa, tuttavia anche l’unica a sua disposizione.
Ha accentrato potere, dando vita ad una campagna anti corruzione violentissima contro quadri e funzionari, migliaia sono stati arrestati e indagati. Lo scopo era duplice: ripulire le incrostazioni di vecchi leader (da Zhou Yongkang a Jiang Zemin, probabile prossima vittima) e arrivare proprio ai vertici delle aziende di Stato.
Ma, dicono i bene informati, proprio i colossi avrebbero tirato un brutto scherzo a Xi Jinping, finendo per concorrere al capitombolo della borsa (a questo proposito è stata aperta un’indagine per insider trading). Si dirà che i mercati finanziari cinesi possono sopportare la botta essendo cresciuti a dismisura (come specifica Romano Prodi su Il Sole24ore).
A Xi Jinping, però, è stato inferto un colpo non da poco: improvvisamente la dirigenza cinese è apparsa inaffidabile, incapace di gestire il processo, gettando nel panico anche le borse mondiali. In questo modo chi sta lottando per difendere le proprie posizioni ha portato a segno un colpo piuttosto rilevante, ma analogamente ha finito per scoperchiare «il» problema, ovvero la necessità per la Cina di proseguire nelle riforme necessarie, affinché la «nuova normalità» possa finalmente prendere il suo corso.
@simopieranni

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