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Chi ha vinto e chi ha perso a Hong Kong

Non ha vinto nessuno. Ha perso sicuramente Pechino e la sua fronda a Hong Kong, ma anche tra i "democratici" non si può cantare vittoria. Il fallimento del piano “non è motivo di celebrazione” ha detto al New York Times Joshua Wong, lo studente, leader 18enne “che divenne il volto pubblico delle proteste, che ha dichiarato di fronte al palazzo dove si sono tenute le votazioni giovedì: “Abbiamo sconfitto un piano di voto fasullo, ma dovremo passare dal giocare in difesa al giocare in attacco per ottenere le elezioni che desideriamo”.

Di altro avviso il capo dell'esecutivo di Hong Kong Leung Chun-ying che ha dichiarato che lo schieramento dell'opposizione “ha votato contro la volontà della maggioranza della popolazione di Hong Kong”, negando il loro diritto democratico di scegliere il prossimo leader della città.

Il suffragio universale per eleggere tutti i membri della legislatura della città è divenuto incerto, ha detto. “Io, il governo e milioni di persone di Hong Kong siamo naturalmente delusi”.

Partiamo dal voto: non era semplice, anzi, era quasi scontato che la proposta di modifica elettorale sarebbe stata bocciata.

Un passo falso imbarazzante dello schieramento pro-Pechino, ha fatto sì che solo otto parlamentari in realtà abbiano votato per la proposta”, ha ricordato il China Daily. Gli altri pro Pechino sono usciti prima del voto in un tentativo fallito di forzare un ritardo di 15 minuti in modo da permettere a un membro anziano del loro blocco di poter tornare alla camera.

La sconfitta del disegno di legge era comunque assicurata, “perché necessitava del sostegno di almeno due terzi del Consiglio legislativo per poter passare, e 28 membri -dei 27 dello schieramento per la democrazia - hanno votato no”.

Perché dunque Pechino dovrebbe essere irritata dal voto contrario, come avrebbe già dimostrato attraverso le parole di alcuni funzionari?

In primo luogo perché il voto avverso nasce e arriva a seguito di un anno di proteste che hanno bloccato gran parte della città e rinfocolato un odio tutto locale contro la Cina. La proposta elettorale che prevedeva il suggerimento di Pechino dei ptoenziali candidati al voto, per quanto universale, era stata ben presto scoperta da larghe fasce di popolazione locale, professori, intellettuali e studenti, che avevano dato vita alla «umbrella revolution» che tanto aveva colpito l’immaginario occidentale.

Proteste poi terminate, ma che hanno saputo cogliere nel segno di una popolazione determinata a non consentire a Pechino una facile gestione dell'ex colonia. In molti a Hong Kong parlano di un voto «a favore della democrazia».

Poi c'è l'errore del fronte legislativo di Hong Kong pro Pechino e potrebbe essere la classica buccia di banana sulla quale far scivolare, per sempre, l’attuale primo ministro di Hong Kong, CY Leung. Chi avrebbe voluto votare a favore, ha infatti deciso di lasciare l’aula per attendere altri voti positivi.

Infine, risultano delusi anche parecchi businessmen, a quanto dicono i media di Hong Kong. Molti miliardari locali sanno bene da dove arrivano le proprie ricchezze e avevano sposato la proposta elettorale pechinese. Ora si ritrovano sconfitti e non sono abituati a trovarsi da quella parte della vita. Esultano invece i democratici dell’isola, sia quelli sinceri, sia quelli aiutati nella propria battaglia dal consueto giro di ong vicino a Usa e potenze occidentali, anche se si tratta di una vittoria parziale.

Nessuno ha vinto e ora lo stallo rischia di complicare le relazioni economiche tra Cina e Hong Kong.
@simopieranni

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