Cina, il bilancio del 2016 e le sfide per il 2017

Il 2016 della Cina è racchiuso nel secondo semestre dell'anno: il plenum del Partito Comunista, il G20 ad Hangzhou e – indirettamente – l'elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti. Questi tre eventi determineranno anche le sfide della Cina nel 2017: il percorso al Diciannovesimo e decisivo Congresso del partito, la volontà cinese a creare una «global governance» mondiale a guida Pechino, la necessità di fronteggiare la nuova presidenza Usa in un duello dal futuro molto incerto.

Guardia d'onore durante una cerimonia alla Great Hall of the People a Pechino, Cina, 31 agosto 2016. REUTERS / Thomas Peter
Guardia d'onore durante una cerimonia alla Great Hall of the People a Pechino, Cina, 31 agosto 2016. REUTERS / Thomas Peter

Rispetto agli anni appena trascorsi, il 2017, però, sarà un anno specificamente politico in Cina. Il Diciannovesimo Congresso dovrà sancire la nuova dirigenza, fermo restando il leader Xi Jinping e il premier Li Keqiang, che porterà il paese al 2022. Si tratta di un passaggio fondamentale: chi si occuperà di Cina dovrà analizzare da quanto emerge, quanto si muove nel fondo più profondo del partito comunista.

E questa sfida del Pcc sarà ancora più dura, dovendo confrontarsi con il fenomeno Trump. Il neo Presidente costituirà una preoccupazione costante per la dirigenza comunista, presa da probabili scontri interni: potrebbero nascere situazioni preoccupanti, specie dove il confronto con gli Usa può diventare facilmente militare (Taiwan, improbabile, mar cinese del sud, ben più rischioso come scenario).

Il fronte interno

Dal punto di vista interno la partita – in teoria – sembra possa svolgersi senza eccessive sorprese. Xi Jinping ha in mano il partito e il governo, di fatto ha raccolto su di sé più potere di qualunque suo predecessore. Ha creato una leadership ambigua, ma che funziona. Ha utilizzato tutti gli strumenti che la tradizione politica e filosofica cinese gli metteva a sua disposizione: maoismo, nazionalismo, pauperismo, confucianesimo. Ha saputo presentarsi come leader «popolare», ha usato il pugno duro su dissidenza, corruzione e libertà di espressione.

Ha spinto sulle riforme, utilizzando la campagna anticorruzione per farsi largo tra i nemici, senza però riuscire a far capire davvero la sua posizione riguardo le aziende di stato, ora prese di mira, ora garantite. Ancora nei giorni scorsi ha effettuato discorsi sulla necessità di alloggi per tutti, con messaggi mirati per la popolazione. Un leader capace di rappresentare la tradizione cinese, ma frutto di un mondo globalizzato che pare trovare fenomeni vicini al populismo anche in uno stato retto da una forma di governo particolare, guidato da un partito unico.

Xi Jinping all'interno del partito deve fronteggiare alcune fazioni ostili, da quella di Shanghai guidata da Jiang Zemin a quella della Lega dei giovani comunisti guidata da Li Keqiang. Come abbiamo scritto su questo blog, altri personaggi cercano di ritagliarsi una base di potere, come ad esempio Wang Qishan, il capo del team per l'anti corruzione.

Xi ha bisogno di cambiare l'ufficio centrale, posizionando suoi uomini. Ma la sua sete di accentramento non ha favorito, ad ora, l'emergere di un suo successore. Anche questo sarà un argomento di cui si parlerà nel 2017, ovvero la possibilità che Xi Jinping rimanga alla guida del potere oltre i canonici e classici dieci anni.

Il fronte internazionale

L'ambito internazionale ruoterà interamente intorno al rapporto che l'amministrazione americana guidata da Donald Trump deciderà di instaurare con la Cina. Ad ora i segnali sono negativi: l'affaire legato alla telefonata con Taiwan, alcune nomine specificamente anti cinesi, gli «avvertimenti» sul commercio e i dazi contro Pechino. Tutti elementi che fanno pensare a rapporto burrascoso tra le due super potenze.

I fronti aperti per la Cina sono specificamente due, di diversa natura. Il primo è legato ad aspetti commerciali e di investimenti, ovvero il progetto «One Belt One Road», la maestosa e nuova via della Seta con la quale Xi Jinping punta a nuovi mercati per la trasformazione economica cinese.

Il secondo è quello più specificamente legato al mar cinese del sud, alla regione asiatica: la Cina ha contese territoriali con quasi tutti i paesi che si affacciano sul mar cinese meridionale. Ma l'elezione di Donald Trump potrebbe mutare gli attuali equilibri. Al momento la Cina ha guadagnato posizioni, grazie all'«inaffidabilità» dimostrata da Trump annunciando di non confermare il Tpp voluto fortemente da Obama. Alcuni paesi sembrano voler riavvicinarsi a Pechino, come le Filippine, la Malesia e – in parte - il Vietnam.

L'idea di global governance lanciata da Xi al recente G20 di Hangzhou si confronterà dunque con il «pericolo», secondo Pechino, di Trump alla presidenza degli Stati Uniti: sulla base delle dinamiche del rapporto Usa-Cina si determineranno le «posture» cinesi in ambito internazionale.

@simopieranni

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