Cina e Tianjin: cianuro e soft power

Le esplosioni di Tianjin, ad oggi oltre cento vittime e centinaia i feriti, hanno causato un nuovo duro colpo alla popolazione cinese e all'immagine internazionale del paese. Poco conta il fatto che le autorità si siano premunite immediatamente di mettere sotto inchiesta dieci manager dell'azienda che doveva stoccare le sostanze nocive e il funzionario responsabile della sicurezza sul lavoro. Mentre oggi vengono fuori altre aziende responsabili, per la Cina e il suo soft power è un duro colpo. E una lezione da cui imparare, l'ennesima.

La reazione di Pechino
Le esplosioni causate dalla presenza ingente di cianuro di sodio, molto oltre i limiti consentiti, ha portato ad alcune ovvie reazioni da parte di Pechino: il responsabile cinese della sicurezza sul lavoro, Yang Dongliang (per due anni vice manager della United Chemichals company e per 11 anni vicesindaco di Tianjin) è stato messo sotto indagine «per gravi violazioni», un modo classico con il quale il Partito intende «corruzione».

Benché nei comunicati ufficiali della Corte del Popolo, ripresi dalle agenzie nazionali, non si faccia esplicitamente il collegamento alla questione di Tianjin nessuno mette in dubbio che l’inchiesta sia associata a quanto accaduto a pochi chilometri dalla capitale.

Le aziende che avevano il compito di stoccare il materiale nocivo (probabilmente il cianuro di sodio) non avrebbero avuto le licenze necessarie a svolgere quel compito, altro dato che era emerso nei primi giorni, ma che è stato sdoganato ufficialmente dalla Xinhua, l’agenzia di stampa ufficiale, solo ieri. Nei registri non si trovano tracce dei permessi e le voci secondo le quali la Ruihai International Logistic (l’azienda che doveva occuparsi delle sostanze pericolose) avesse agganci con funzionari importanti del Partito confermerebbero la «distrazione» e l’assenza di controlli puntuali.

Non a caso 10 manager dell’azienda, tra cui i due soci principali e potenziali prestanomi di personaggi che si suppone siano più rilevanti, sono stati arrestati ieri. L’accusa: l'azienda avrebbe avuto una licenza per stoccare 10 tonnellate di cianuro di sodio, ma in realtà ne avrebbe sistemato 700 tonnellate in container di legno e metallo a meno di 600 metri di distanza da un complesso residenziale.

Il soft power
Nonostante questi arresti è chiaro che la Cina ha fatto una ennesima figuraccia mondiale: gli standard di sicurezza sono ancora troppo bassi, specie in presenza di siti che ospitano materiali pericolosi (o lavoratori) e la reazione del Partito (tra isteria censoria e difficoltà a dire la verità) è come al solito in questi casi imbarazzata e imbarazzante.

E dire che la Cina ha investito non poco nel suo soft power, ovvero nel tentativo di proiettare un'immagine del paese a livello internazionale, capace di assicurarle un buon impatto su parte dell'opinione pubblica mondiale.

Non solo soldi per la comunicazione, con Xinhua e Cctv ormai sempre più internazionali (e in grado di coprire vaste aree del mondo) ma la Cina ha anche investito, ricordiamo 50 miliardi di dollari per la sua banca di investimenti, 41 miliardi per la New Development Bank, 40 miliardi di dollari per la via della Seta, 25 miliardi per la via della seta marittima. Una somma che fa impallidare il piano Marshall americano post seconda guerra mondiale.

Senza contare i 10 miliardi di dollari all'anno che la Cina spende in «propaganda esterna» (per avere un paragone, gli Usa per spese di «public diplomacy» investono 666 milioni di dollari.
@simopieranni

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