Come la Cina ha gestito, e gestisce, le fake news

Dopo le accuse di disinformazione durante la campagna elettorale americana, Facebook ha comunicato di aver approntato un sistema di “segnalazione” delle “fake news”. In Cina la decisione ha destato l'attenzione di commentatori e analisti, dato che da tempo Pechino utilizza sistemi simili per le sue piattaforme “social”.

Una schrmata su smartphone di Weibo, il social network cinese analogo a Facebook.
Una schrmata su smartphone di Weibo, il social network cinese analogo a Facebook.

La Cina è conosciuta al mondo come “il paese della censura”. Da tempo, grazie alla muraglia on line che impedisce di accedere a determinati contenuti, il controllo delle informazioni è uno dei punti nevralgici del potere del partito comunista.

Negli ultimi anni, però, il diffondersi di app e software “social” hanno complicato il lavoro dei solerti censori, portando gli organi amministrativi del paese ad aumentare il controllo sui cosiddetti “rumors on line”. Contro le “fake news” o notizie infondate in grado di creare panico sociale, il partito comunista ha di volta in volta diramato delle norme per cercare di controllare quanto appare difficilmente controllabile. Un conto infatti è controllare il traffico generale di internet, un conto arrivare a determinare quando una notizia è falsa e diffusa attraverso le app degli smartphone.

La linea seguita da Pechino, inizialmente, è stata quella di creare una sorta di intranet all'interno del quale sorvegliare i contenuti disponibili. Il Great Firewall impedisce, di fatto, di accedere a molti siti considerati “sensibili” dalla dirigenza cinese. Si tratta però di temi politici o sociali facilmente controllabili attraverso la negazione della connessione; anche per questo – in molti casi – basta una semplice virtual private network per accedere ai siti proibiti. La “proibizione” inoltre è sempre stata generica: vietati Facebook, Twitter, Youtube e tutto quanto potrebbe portare il netizen cinese a leggere notizie poco gradite a Pechino.

Una prima forma di sofisticazione è avvenuta dopo il 2008, l'anno delle Olimpiadi. Il diffondersi di internet, oggi la Cina è il mercato on line più grande al mondo con oltre 700 milioni di persone connesse, ha portato la dirigenza a controllare anche i messaggi contenuti nei commenti dei siti o su piattaforme molto simili ai social in voga in Occidente, come ad esempio Weibo. Le cosiddette “città della censura”, agglomerati urbani di uffici predisposti al controllo di tutto quanto viene scritto on line, sono state il naturale passa successivo, unendo anche il business alle necessità “politiche” di controllo sui contenuti. L'apparato legislativo ha fatto il resto, comminando pene pesanti a chi veniva accusato di diffondere informazioni false on line: un espediente per bloccare, in molti casi, contenuti semplicemente “sgraditi” al partito comunista.

Tanto che di fronte alla necessità per Facebook di intervenire sulla diffusione delle fake news, non pochi in Cina hanno sottolineato come il partito comunista avesse da tempo approntato un apparato ad hoc per questo, benché accusato di “censura”. Ai cinesi non dispiace cogliere l'occidente in fallo. E per questo negli ultimi giorni, a fronte della decisione di Facebook, in molti hanno sottolineato come in Cina da tempo Wechat, il Whatsapp cinese, e lo stesso Weibo, siano sottoposti a possibilità da parte degli utenti, di segnalare “fake news”.

L'accusa di “censurare”, a questo punto, appare più debole per i cinesi, che da sempre accusano l'Occidente di “aumentare” l'impatto di decisioni considerate “troppo rigide” rispetto alla diffusione delle notizie on line. Come sottolinea oggi il quotidiano di Hong Kong South China Morning Post, “gli utenti di Weibo possono segnalare una bufala cliccando nell'angolo in alto a destra di un post. Un team di Weibo a quel punto esaminerà se il post è stato ripubblicato per più di 100 volte o è stato segnalato da più di 10 utenti”.

In alcuni casi, spiega il quotidiano di Hong Kong, coloro che “sono a favore o contro i contenuti sono autorizzati a presentare entro 24 ore dalla segnalazione del post, le prove circa la veridicità o meno delle informazioni. In quel periodo il post è come “in discussione”. Un “comitato di esperti” più avanti prende una decisione finale sulla veridicità del messaggio sulla base delle prove. Un meccanismo complesso dunque, per niente automatico, ma attribuito a “esperti” decisi dai vertici politici del paese.

Il paradosso: l'Occidente che va a scuola dalla Cina in tema di censura.

@simopieranni

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