Cina: l'unica cura possibile è la crescita

«Il pericolo è a portata di mano, ma altrettanto lo è una cura sicura, ha detto il premier cinese Li Keqiang nell'ultima relazione annuale al Congresso Nazionale del Popolo, sul fronte interno, i problemi ed i rischi che sono aumentati nel corso degli anni sono sempre più evidenti. Ma non c'é alcuna difficoltà che non siamo in grado di superare».

Ottimismo su una crescita controllata, sulla possibilità di ristrutturare l'impianto economico e produttivo. E il sogno cinese che si concretizza: entro il 2020 raddoppiare il prodotto interno lordo e il reddito pro capite rispetto ai livelli di dieci anni prima, in una spinta «per trasformare la Cina in una società moderatamente prospera». 

Le parole del premier Li arrivano dopo un periodo turbolento per la Cina: i crolli in Borsa che hanno messo in difficoltà la credibilità del proprio sistema economico, la necessità di ristrutturare le aziende di stato, con licenziamenti e ricollocazioni, la politica internazionale, complicata nella propria area di pertinenza dall'imprevedibilità della Corea del Nord, la spinta interna all'unità ideologica del Partito da parte di Xi Jinping, con il ritorno delle confessioni in diretta televisiva.

Una Cina abulica, quasi in difficoltà a mantenere il proprio nuovo ruolo di grande potenza sullo scenario internazionale. La Cina da tempo ha ridotto la politica a una mera questione economica e non sorprendono dunque le parole del premier, a imprimere fiducia a un processo che richiederà anni prima di poter consegnare a Pechino un paese in grado di prevedere con estrema semplicità il proprio futuro.

Ad ora, nonostante i tentativi di rassicurazione, la Cina appare travagliata: da un lato c'è la necessità di assicurare una crescita che non crei malcontento e problematico sociale, dall'altro il partito comunista prosegue nella sua gara interna, dove Xi Jinping sembra avere ormai consolidato il potere.

Il South China Morning Post ha specificato che tutto si concentra, in questo momento, sul fattore «crescita». Gli economisti dicono che «il blocco in Cina al 6,5 per cento della crescita aumenterà i rischi di una crisi finanziaria. Per raggiungere l’obiettivo, dicono, la Cina sarà a malapena in grado di rallentare gli investimenti. E questo significa che il debito continuerà ad aumentare a livelli ancora più pericolosi.

L’economista Yu Yongding stima che, senza cambiamenti fondamentali nella struttura economica della Cina, entro il 2020, il debito societario potrebbe raggiungere il 200 per cento del PIL».

Le previsioni a lungo termine per la crescita del PIL cinese intorno al 2020 «vanno dal 4 al 7 per cento, un divario abbastanza ampio per implicare diversi cambiamenti politici nazionali e internazionali. La maggior parte degli economisti prevede un tasso di circa il 6 per cento».

L'economia cinese, ha detto il premier Li Keqiang, è «estremamente resistente, ha un enorme potenziale e ampi margini di crescita». Ma molti economisti e investitori «sono diventati molto meno fiduciosi che la Cina possa gestire tali tassi di crescita senza riserve, senza accumulare prestiti insoluti e un uso improprio del capitale».

«Credo che l'obiettivo di crescita del 6,5 per cento sia una sfida difficile» ha dichiarato al New York Times Shen Jianguang, capo economista dell'Asia presso la Mizuho Securities Asia di di Hong Kong, dopo aver sentito i piani di Li. «Vogliono scegliere un percorso che mantiene la crescita reale ora e rimettere a più tardi i tempi duri».

Un tasso di crescita del 6,5 per cento l'anno è il minimo necessario per raggiungere l'obiettivo di Xi di raddoppiare le dimensioni dell'economia cinese entro il 2020, rispetto al 2010. 

@simopieranni

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