Cina: liberate le cinque femministe arrestate l'8 marzo

Arrestate lo scorso 8 marzo, scomparse per un mese. Per le cinque attiviste cinesi – tutte sotto i 30 anni - si erano mosse altre attiviste, i parenti e anche ong e personaggi politici internazionali. Erano state arrestate mentre distribuivano volantini e accusate, vagamente, di provocare problemi e «disturbo». Si diceva rischiassero almeno tre anni di carcere. Ieri sono state liberate, su cauzione. Rimarranno un anno sotto osservazione.

Accanto alla felicità per la loro liberazione, rimane l'interrogativo circa il loro arresto e il futuro dei movimenti civili in Cina.

Delle cinque ragazze arrestate a Pechino (Wang Man, Zheng Churan, Wu Rongrong, Wei Tingting and Li Tingting), avevamo scritto poco dopo il loro arresto e in seguito alla campagna internazionale per la loro liberazione. La loro vicenda ha consentito di puntare nuovamente sulle questioni di genere in Cina e sollevare importanti interrogativi rispetto ai diritti delle donne all'interno del sistema economico e sociale cinese.

Secondo Amnesty il merito della loro liberazione sarebbe da affidare alla pressione internazionale della Cina.

Si erano mosse anche l'Unione europea e non solo, come dimostra il «cinguettio» di Hillary Clinton al riguardo.

Può essere che tutto questo abbia influito, ma già in passato Pechino ha dimostrato di non aver paura di affrontare le polemiche internazionali, specie sul concetto dei «diritti umani».

Le ragazze sono state liberate, su cauzione e senza un'incriminazione precisa, ma come ha specificato il loro avvocato, potrebbe non essere finita qui. In futuro potrebbero arrivare imputazioni e nuovi provvedimenti.

Si è discusso molto - nelle settimane precedenti – della vicenda delle cinque ragazze cinesi e molti osservatori, comprese alcune note intellettuali cinesi, hanno sottolineato come il loro arresto non sia altro che un aspetto della più diffusa campagna del governo per il «mantenimento della stabilità». Centrerebbe poco la questione di genere: al governo di Pechino fa paura tutto quanto si muove. In rete, nella vita reale, nelle pieghe delle organizzazioni e delle associazioni che puntano sui diritti civili.

Anche i metodi usati contro le cinque ragazze, non sono diversi da quelli utilizzato contro chi Pechino ritiene sia rischioso per la stabilità: detenzioni illegali, prolungate, senza contatti con l'esterni. Una pratica diffusa – è noto il fenomeno delle black jail – e che accompagnato alla stretta di Xi Jinping sui media e sulla vita culturale del paese, non promettono niente di buono per il futuro.

@simopieranni

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