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La Cina e il nuovo inquilino della Casa Blu in Corea del Sud

Negli ultimi anni Cina e Corea del Sud hanno avuto rapporti burrascosi: i conservatori al potere a Seul hanno sempre tenuto un atteggiamento molto ostile alla Cina, in nome della propria alleanza con gli Stati Uniti. La caduta, clamorosa, della presidente Park apre a nuovi scenari.

Moon Jae-in, candidato presidenziale del Partito Democratico di Corea, chiude la campagna elettorale a Daegu, Corea del Sud, l'8 maggio 2017. REUTERS / Kim Hong-Ji
Moon Jae-in, candidato presidenziale del Partito Democratico di Corea, chiude la campagna elettorale a Daegu, Corea del Sud, l'8 maggio 2017. REUTERS / Kim Hong-Ji

A dire il vero anche nell'ultimo periodo, quelle elettorale, tra Cina e Corea del Sud sono volate parole forti. Pechino ha dato il via a un boicottaggio dei prodotti coreani, tolti dai supermercati, invitando i cinesi a non recarsi come turisti in Corea e vietando l'arrivo di numerose stelle del pop coreano molto seguito in Cina. Sono state cancellate date, le agenzie di viaggio non potevano prenotare voli.

Analogamente i coreani hanno risposto a distanza alle presunte parole che Xi Jinping avrebbe detto a Trump durante il loro incontro in Florida all'inizio di aprile. Secondo il presidente americano Xi avrebbe raccontato la complessità della questione coreana ai suoi interlocutori americani, specificando che la Corea, in fondo, era sempre stata cinese.

Naturalmente a Seul non hanno preso bene queste – eventuali – parole di Xi ed è partita una campagna nazionalista molto dura nei confronti di Pechino, rallentata solo dall'incombere della crisi coreana.

E proprio le escandescenze di Kim e la potenziale vittoria del candidato democratico a Seul potrebbero stranamente riaprire i giochi della regione, a favore di Pechino.

Moon Jae-in, infatti, il candidato democratico dato per favorito alla vigilia, ha auspicato una riapertura del dialogo con Pyongyang, tanto diplomatica quanto economica, con la possibilità di ripristinare l'area di Kaesong dove i due paesi cooperavano in una zona industriale.

Moon ha anche specificato di volersi permettere di dire «no» agli Usa e di voler dare vita a una relazione affidabile con Pechino. Per quanto riguarda gli Stati Uniti Moon è stato uno dei principali critici dell'installazione del Thhad, il sistema anti missile voluto da Trump e montato in fretta e furia in Corea del Sud.

Secondo i detrattatori del sistema, lo scudo non difenderebbe tanto la Corea del Sud, quanto le basi americane. Per Pechino poi, sarebbe una vera e propria minaccia rivolta soprattutto alla Cina. Nei giorni scorsi Trump ha specificato che la Corea del Sud deve assolutamente pagarlo; Moon ha risposto che sarà un argomento da trattare con il futuro governo, così come sarebbe stato più saggio attendere la nuova presidenza per l'installazione completa del Thaad, negoziato con un governo caduto miseramente a seguito dello scandalo della presidente Park.

È chiaro che per Pechino una eventuale vittoria di Moon Jae-in (dato favorito da tutti i candidati della vigilia) significherebbe avere una sponda ottimale per lavorare diplomaticamente sulla Corea del Nord. La Corea del Sud potrebbe offrire alla Cina qualche contropartita da far balenare a Pyongyang in cambio della loro rinuncia al nucleare, o quanto meno del loro ok a una forma di dialogo quanto mai necessaria per riportare la diplomazia a governare la situazione.

Dal Nord sono arrivati al riguardo segnali confortanti: «Le tragiche relazioni Nord-Sud di oggi sono state schiacciate da gruppi conservatori che, al potere negli ultimi dieci anni, hanno rinvigorito il passato periodo di scontro e massimizzato le rivalità politiche e militari tra il Nord e il Sud», ha scritto il Rodong Sinmun, quotidiano del Partito dei Lavoratori di Pyonyang, auspicando «un cambio di rotta a favore di una nuova era di unificazione che dovrebbe essere aperta e di collaborazione». Il quotidiano ha criticato aspramente i conservatori ma non si è espresso sul candidato democratico: un segnale di speranza che Pyongyang possa finalmente accettare di sedersi a un tavolo con un interlocutore che non ritiene «nemico».

@simopieranni

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