In Cina tornano gli scioperi. Ma sono contro le aziende cinesi

Coca Cola, Danone, Sony: tre grandi aziende straniere al centro di una nuova ondata di proteste da parte dei lavoratori cinesi. Gli stranieri vendono alle aziende cinesi rami aziendali. E i lavoratori temono che i propri diritti guadagnati in anni di proteste «sostenute» dal governo, possano improvvisamente perdersi.

Un operaio nella fabbrica Coca-Cola a Nanchino nella provincia di Jiangsu in Cina.  REUTERS/Sean Yong
Un operaio nella fabbrica Coca-Cola a Nanchino nella provincia di Jiangsu in Cina. REUTERS/Sean Yong

 Negli ultimi tempi di lavoratori cinesi si è parlato meno, ma non sono certamente finiti scioperi e proteste che hanno contrassegnato questa ultima decade. Solitamente gli scioperi o le proteste sono causati da mancati pagamenti di straordinari o di indennizzi in caso di infortunio sul lavoro o per migliorare le condizioni lavorative all'interno delle fabbriche.

Sicuramente in Cina sono aumentate – in meglio - le condizioni generali dei lavoratori, specie rispetto ai primi anni dell'apertura. La fabbrica del mondo ha aumentato salari e consentito ai lavoratori cinesi di accedere a una qualità di vita superiore a quella dei padri che per primi si spostarono dalle campagne per andare nelle grandi città a offrire spalle e sudore per costruire l'attuale miracolo cinese.

Questo non toglie però che le nuove generazioni di lavoratori non abbiano diritti da rivendicare e lotte da fare per migliorare le proprie condizioni di lavoro.

Gli smottamenti economici del paese e la crescita di alcune aziende locali, negli ultimi anni ha portato molte aziende straniere ad abbandonare le attività produttive nelle mani di altre aziende, talvolta locali e asiatiche, senza preoccuparsi troppo del destino dei propri lavoratori.

In alcuni casi questi passaggi di proprietà hanno lasciato molti lavoratori a casa; altri sono stati costretti a spostamenti geografici, altri ancora non hanno ottenuto indennizzi.

Negli ultimi tempi - in particolare – è finita nel mirino di scontri sociali la Coca Cola. In particolare a Chongqing e Chengdu, dove alcuni stabilimenti di packaging della Coca Cola sono stati venduti al conglomerato di Hong Kong Swire Pacific e la cinese Cofco Corporation (per un miliardo di dollari circa, stando a fonti del Guardian). I lavoratori hanno protestato chiedendo soldi e compensazioni a causa del passaggio, temendo che il loro destino possa essere in bilico, tra licenziamenti o paghe meno decenti.

Anche perché le ragioni della Coca Cola sono le seguenti: mollare la produzione di bottiglie, togliendosi un costo da dedicare poi alle attività di marketing. La Cina non è più un paradiso per tutti: le quote di mercato vanno conquistate giorno dopo giorno.

Scioperi simultanei hanno avuto luogo a Chengdu e nella provincia di Jilin, nel nord-est del paese. Almeno 600 persone sarebbero in sciopero in queste ore: rivendicano il fatto di non essere stati minimamente coinvolti nella decisione e temono di perdere il posto di lavoro ora che il loro datore sarà lo stato cinese.

«Chiediamo all'azienda di compensarci prima di firmare il contratto con il conglomerato cinese»; hanno fatto sapere i lavoratori alla rivista Caixin che si è occupata dello sciopero.

Separatamente, i lavoratori in una fabbrica di Sony nella città meridionale di Guangzhou hanno protestato contro la cessione della controllata Sony Electronics Huanan ad una società cinese.

Le produzioni in questo caso riguardano beni che conosciamo bene: fotocamere per smartphone. Un sito che impiega almeno 4mila persone, «fermato» dai lavoratori da settimane dopo aver appreso la notizia della vendita alla Shenzhen O-Film Tech. I manifestanti temono che le condizioni di lavoro e di retribuzione potrebbero subire dei tagli e temono che possano esserci anche dei licenziamenti.

«Ho lavorato per il gruppo giapponese per 10 anni, con un buon livello di salario e indennità», ha raccontato ai media un impiegato in sciopero. «Tutto questo – ha aggiunto - potrebbe cambiare con proprietà cinese: tTutti sanno che nelle fabbriche di proprietà cinese i salari sono mediocri, ci sono molti licenziamenti, e gli straordinari non sono pagati».

Emerge dunque un dato molto interessante: negli anni scorsi proprio all'interno delle fabbriche straniere trovavano grande risalto gli scioperi e le lotte dei lavoratori. Era interesse del governo dimostrare la propria «vicinanza» agli strati più deboli della società cinese. Oggi le aziende straniere vendono e affidano la produzione a società cinesi che nel frattempo sono cresciute. E i lavoratori cinesi temono quanto si diceva già all'epoca degli scandali della Foxconn, per citare un'azienda straniera particolarmente nota in Cina: che le condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi fosse molto peggio di quelle straniere.

@simopieranni

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