Nei giorni scorsi su «Open Democracy» un articolo scritto dalla ricercatrice Chenchen Zhang, ha riportato un fenomeno recente osservabile per lo più sui social media cinesi: le critiche rivolte da molti cinesi ai «baizuo», che l'autrice traduce come «white left» e che potremmo tradurre in italiano come i «radical chic». Una critica populista nei confronti di chi si occuperebbe più di profughi e diritti per la comunità Lgbtq anziché dei problemi reali, proprio come accade in Europa e in Usa nei confronti dei liberali e dei «buonisti». Ma il quadro cinese sembra più complesso.

Proprio in questi giorni l'intellettuale rossobruno Diego Fusaro difendendo le dichiarazioni di Debora Serracchiani riguardo la maggiore gravità di uno stupro commesso da un profugo, inseriva i critici di Serracchiani all'interno del «boldrinismo». In Italia da tempo, tanto da estrema destra, quanto da pseudo sinistra, quanto dai «populisti» si criticano i cosiddetti «buonisti», o «radical chic»: coloro cioè che difenderebbero posizioni universalistiche sui diritti umani, in tema di migranti e comunità Lgbt, perché poco impegnati – al contrario – nei problemi della vita reale.


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Si tratta di una tendenza in atto non solo in Italia, che ha avuto una sua plastica dimostrazione con la forza espressa contro i «liberali» dalla cosiddetta «alt-right» americana in occasione della corsa elettorale poi vinta da Trump.

E proprio con l'arrivo di Trump alla Casa bianca, secondo la ricercatrice Chenchen Zhang si sarebbe osservata una crescita dei commenti contro i «baizuo» anche in Cina. Sui social, e in generale nell'opinione pubblica cinese, si sarebbe dunque formata l'idea di una distinzione tra chi difende diritti umani universali e chi invece è più impegnato nei problemi veri della nostra epoca (questioni legate a moneta, lavoro, sovranismo, difesa dei confini, mantenimento dell'identità).

Secondo Chenchen Zhang, inoltre, in Cina, questa tendenza anti liberale avrebbe preso di mira in particolare i cinesi «occidentalizzati», quelli in qualche modo più vicini ai valori occidentali e dunque potenzialmente più critici nei confronti della Cina.

Secondo la sua osservazione di alcuni fenomeni in rete, Chenchen Zhang offre una specie di definizione che i netizen cinesi fanno dei «baizuo»: «A loro interessano solo temi come l'immigrazione, le minoranze, LGBT e l'ambiente, non hanno alcun interesse nei problemi reali del mondo reale; si tratta di ipocriti fissati con la pace e l'uguaglianza solo per soddisfare i propri sentimenti di superiorità morale. Sono ossessionati dalla correttezza politica, tollerano i valori islamici perché favorevoli al multiculturalismo, sono i classici occidentali ignoranti e arroganti che pensano di essere i salvatori del mondo».

Come osserva la ricercatrice, la cosa strana in tutto questa acredine – in Cina – è che nel Celeste Impero tutta una serie di problematiche non sembrano essere all'ordine del giorno come accade ad esempio in Europa: il tema dei profughi, quello dell'Islam (se si esclude la regione nord occidentale della Cina, il Xinjiang, i cui abitanti originari anche in altre zone del paese soffrono discriminazioni) non sono certi temi di cui quotidianamente si discute, e ci si scontra, in Cina.

Si tratta dunque di un riflesso e di una sorta di critica, forse, a una nascente classe media cinese che pare muoversi su valori «universali» simili a quelli di chi in Occidente è accusato di «buonismo».

A questo proposito sia Chenchen sia altri autori hanno sottolineato, nel tempo, l'importante contributo del governo, impegnato a soffiare sentimenti nazionalisti e anti occidentali attraverso veri e propri uffici politici adibiti ai commenti on line.

Non solo però, perché l'articolo di Chenchen Zhang ha il merito di registrare un livello piuttosto alto di una tendenza che è in atto da tempo e che secondo molti studiosi va riferita alla nuova identità cinese, scaturita a seguito dello shock di Tiananmen e la «terapy» conseguente denghista che ha spinto al massimo le riforme, riportando la Cina al centro del mondo.

Ci sarebbe dunque un ritorno, in realtà, a una sorta di nazionalismo basato sulla sensazione di essere migliori dell'Occcidente, quasi una ripresa della divisione in cinesi e barbari, come veniva effettuata nell'epoca dell'impero cinese.

Nel 2014 ad esempio, un autore cinese, Zhang Weiwei, aveva pubblicato un libro dal titolo «Zhongguo Chaoyue» (Il sorpasso della Cina, gloria e sogno di uno stato modello di civiltà), pubblicato poi nel 2016 in inglese con il titolo «China Horizon, glory and dream of a civilizational state». Si tratta dell'ultimo libro di una trilogia di grande successo in Cina: l'autore, per anni il traduttore di Deng Xiaoping, cinese laureato in inglese alla Fudan di Shanghai, può essere considerato «l'ideologo del nuovo nazionalismo cinese» (così lo definiscono Alessandra C. Lavagnino e Bettina Mottura in «Cina e modernità», Carocci editore, 2016, 249 p., 19 euro).

Zhang ritiene infatti che la Cina nel corso della sua storia abbia elaborato una strategica logica del proprio sviluppo, arrivando oggi alla possibilità di essere nuovamente «la» potenza mondiale. Con questo carico di forza e potenza la Cina sarebbe dunque in grado di rimodellare alcuni concetti cardine del mondo occidentali come ad esempio la democrazia, le forme di governo e i valori universali (contro i quali del resto anche il partito di Xi si è già espresso in modo molto determinato).

Questo revanscismo, espresso da Xi attraverso un concetto di «rinascita nazionale» che in realtà è sempre stato al centro delle politiche dei leader cinesi, da Mao a Deng, per intenderci, troverebbe una sua espressione proprio nel concetto di Xi di «Sogno cinese».

Secondo William A. Callahan, London School of Economics and Political Science, si tratterebbe di una sorta di concetto di «soft power al contrario» (lui lo chiama «negative soft power»), ovvero un ribaltamento del concetto espresso dal «padre» del soft power Joseph Nye: «L'identità nazionale cinese» secondo Callahan, non sarebbe «semplicemente un riflesso dei valori positivi espressi nella millenaria storia cinese», perché invece tenderebbe a prendere forma nel suo confronto «contro» una serie di «barbari», siano essi gli Usa, il Giappone o l'Occidente nel suo complesso.

@simopieranni

Risorse:

The curious rise of the ‘white left’ as a Chinese internet insult

The Negative Soft Power of the China Dream

How the Chinese Government Fabricates Social Media Posts for Strategic Distraction, not Engaged Argument

Q. and A.: Zhang Weiwei on Why China Will Succeed Under the Communist Party

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