La Cina è guardinga su Trump: ecco perché

La Cina osserva, ragiona su quale presidente Usa si troverà di fronte. Intanto Xi Jinping, dopo un primo silenzio, ha telefonato a Trump, augurando “cooperazione” tra i due paesi. L'incontro tra i due potrebbe essere il primo di Trump da presidente, a evidenziare l'importanza della relazione tra i due paesi.

Di fronte all'America di Obama, aggressiva nei toni e nel Pacifico, ma guardinga su tutto quanto erano questioni commerciali, Xi Jinping aveva risposto con “la nuova relazione tra le grandi potenze”, un segnale che voleva la Cina alla stessa altezza degli Usa. Pechino chiedeva a Washington di essere considerata una potenza tanto quanto gli Stati Uniti.

Si tratta di un modo di concepire il rapporto tra Cina e Usa che sicuramente Xi perseguirà anche con Trump, presidente eletto che sugli strali contro la Cina ha basato gran parte della sua campagna elettorale. Solo che in molti in Cina avrebbero preferito Hillary: più conosciuta, più tradizionale nel suo approccio, più facile forse gestire anche come "nemico".

I cinesi sanno che Trump è un uomo d'affari e come tale è pratico, o almeno dovrebbe esserlo. Lo sperano i cinesi che – in fondo – pensano di aver capito cosa era “campagna elettorale” e cosa potrebbe essere azione di governo. Ma il miliardario è imprevedibile e per questo Pechino è guardinga. Trump è un salto nel vuoto anche per loro e tutti sperano che il suo senso per gli affari lo porti ad essere più pratico che "ideologico".

Xi Jinping, parlando con il neo presidente americano, secondo i media cinesi, avrebbe espresso la necessità di una cooperazione, ma il media statale Global Times si è spinto più in là, soprattutto alla luce delle minacce su dazi e accuse di manipolazione di valuta che il miliardario avrebbe confermato anche nelle prime interviste da "presidente eletto".

Se dovessero "passare" le misure promesse dal tycoon durante la campagna elettorale, ha avvertito il giornale, sarebbe un grave errore. «Se Trump distrugge il commercio sino-americano, un certo numero di industrie statunitensi sarà compromesso. Alla fine il nuovo presidente sarà condannato per la sua temerarietà, ignoranza e incompetenza», si legge nell'editoriale, dove si sostiene che eventuali nuove tariffe potrebbero innescare immediate «contromisure».

Il Global Times ha infatti avvisato che «gli ordini di Boeing saranno sostituiti da Airbus. Le auto e gli iPhone venduti dagli Stati Uniti in Cina subiranno una battuta d'arresto, e le importazioni di soia e di mais degli Stati Uniti verranno interrotte».
La Cina potrebbe anche limitare il numero di studenti che vanno a studiare negli Stati Uniti». «Rendere le cose difficili alla Cina non gli porterà nulla di buono», avverte il Global Times.

Il ministero degli Esteri cinese ha deciso invece di usare un linguaggio più diplomatico per avvisare il presidente eletto Trump. La settimana scorsa la portavoce del ministero, Lu Kang, ha detto ai giornalisti di aspettarsi «che la nuova amministrazione lavori con la Cina per il positivo sviluppo delle relazioni e dei benefici per i due Paesi e per il mondo intero». E proprio ieri il presidente cinese Xi Jinping ha finalmente telefonato al miliardario americano sostenendo che «la cooperazione è l'unica scelta giusta per la Cina e per gli Stati Uniti». Nella conversazione, si legge in una dichiarazione, «i due leader hanno stabilito un chiaro senso di mutuo rispetto e il presidente eletto Trump ha detto che si stabilirà una delle più forti relazioni perché i due Paesi possano avanzare». 

Nel frattempo – forse a seguito anche dell'elezione di Trump e le sue potenziali conseguenze, lo yuan è calato ai minimi degli ultimi otto anni. La valuta cinese è scesa a quota 6,8495 sul dollaro, in calo di 204 punti base rispetto al valore fissato ieri dalla People Bank of China. A pesare l'incertezza sui mercati valutari per le politiche economiche protezionistiche che sono state uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale del tycoon americano.

@simopieranni

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