I missili di Kim hanno congelato la primavera di Seul

In Corea del sud la rivolta popolare che ha portato all’elezione di Moon Jae-in aveva fatto ipotizzare una politica di disgelo con Pyongyang ma la crisi nordcoreana lo costringe a una realpolitik. 

Il 9 maggio scorso, dopo un periodo segnato da scandali politici, mobilitazioni popolari e conclusosi con la destituzione e il successivo arresto della presidente Park Geun-hye, le elezioni in Corea del Sud hanno portato alla Casa Blu di Seul Moon Jae-in, il candidato progressista che durante la campagna elettorale si era concentrato e «speso» su temi ben specifici: riapertura del dialogo con la Corea del Nord, ripresa delle relazioni con la Cina, conferma dell'alleanza con gli Usa ma in modo più guardingo e più critico. Cinque mesi dopo le cose sembrano ormai procedere in modo differente.

Le elezioni erano arrivate al termine di mesi travagliati: prima di tutto c'era stato lo scandalo legato alla figura della presidente Park, prima donna al vertice del paese dopo le elezioni del 2013. La storia era partita come una vicenda più da tabloid, per la vicinanza alla presidente di una sciamana che avrebbe anche scritto discorsi politici rilevanti e cooperato a ragranellare mazzette per le proprie organizzazioni e aziende; lo scandalo si era poi notevolmente allargato portando dietro di sé anche i chaebol, i grandi conglomerati industriali sudcoreani. Aziende che vengono controllate con un occhio di riguardo dal governo perché portatrici del brand Corea del Sud in giro per il mondo e responsabili di tanta occupazione e di entrate importanti per il Pil. L'ampiezza della storia ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone che hanno vissuto le proteste contro Park come una vera e proprio rivolta contro il potere concentrato alla Casa Blu.

I chaebol sono aziende, inoltre, i cui boss seguono linee dinastiche e sono spesso invischiate in situazioni economiche e finanziarie poco trasparenti. A margine dello scandalo che coinvolse la presidente finì nel mirino della giustizia coreana anche la Samsung; seguì un processo definito «del secolo» dalla stampa locale, conclusosi lo scorso fine agosto con la condanna a 5 anni di carcere per quello che era considerato l’erede designato della dinastia, ovvero Lee Jae-yong, condannato per corruzione e appropriazione indebita.

Inoltre, proprio in prossimità delle elezioni, si era assistito a giornate di forti proteste dei pacifisti coreani, un movimento che da molti anni agisce all'interno del paese, contro l'installazione del sistema di difesa antimissilistico voluto dagli Usa, il Thaad, e piazzato dai militari americani su ordine di Trump proprio alcuni giorni prima del voto in Corea del Sud.

Moon era stato molto critico nei confronti di quest'azione, forte del sostegno popolare anti-Park che si auspicava una nuova «sunshine policy», una politica più aperta a pacifica, tesa a risolvere la questione nord coreana con il dialogo anziché con strumentazioni militari, come era stato fatto nei due mandati dei presidente democratici a cavallo tra fine anni '90 e primi 2000.

Appena cinque mesi dopo l'elezione di Moon, complice la crisi coreana ripartita ad aprile e che ogni mese vede un nuovo momento di tensione, questa paventata «primavera coreana» sembra già svanita. I lanci dei missili e le sperimentazioni atomiche nord coreane sembrano aver spostato parte della stampa e dell'opinione pubblica su posizioni più intransigenti; e mentre Moon continua a predicare il dialogo, aumenta il budget della difesa, compra armi dagli Usa e nonostante questo viene accusato di non badare abbastanza alla sicurezza del paese messa a repentaglio da Kim Jong-un.

La stampa sembra aver rivisto le iniziali posizioni; resistono solo i movimenti pacifisti che ancora il 7 e il 13 settembre hanno manifestato e protestato contro il Thaad che ormai è accettato dal governo coreano, tanto che gli Usa hanno installato i primi lanciamissili provvedendo così quasi completamente al dispiegamento finale del sistema.

Nei giorni precedenti alla nuova installazione dei lanciamissili, Moon Jae-in, molto critico prima del voto nei confronti del sistema Thaad, lo aveva definito come l'unica «difesa possibile al momento» contro la minaccia coreana. Infine, dopo i colloqui con Trump, Abe, Putin e Merkel del 5 settembre, il presidente americano aveva annunciato, via Twitter, nuove forniture di armi a Seul, mentre la stampa sudcoreana riprendeva rumors che volevano il governo alla prese con l'organizzazione di una special force destinata a eliminare direttamente Kim Jong-un.

Non bastasse tutto questo, la nuova situazione ha portato a un nuovo irrigidimento dei rapporti con la Cina, che nei giorni scorsi ha messo in cantiere altre manovre per boicottare l'economia sudcoreana. Pechino aveva salutato con un moderato ottimismo l'elezione di Moon speranzosa di poter chiudere la problematica nordcoreana attraverso un negoziato che permettesse di disinnescare il nucleare di Pyongyang e far ritirare il Thaad. Tutto questo non è stato possibile.

Chi è Moon Jae-in

Moon Jae-in durante la campagna elettorale ha voluto sottolineare spesso le sue origini, essendo un figlio di profughi di quella che oggi è Corea del Nord. Ricordando suo padre aveva specificato che il genitore era fuggito dal Nord «perché odiava il comunismo. Io stesso odio il sistema della Corea del Nord. Ciò non significa che bisogna lasciare il popolo del Nord a soffrire sotto un regime oppressivo».

Nonostante la povertà iniziale Moon riesce a studiare e all'università inizia a partecipare alle proteste contro l'allora dittatore Park, guarda caso proprio il padre della presidente che Moon ha sostituito alla Casa Blu. Viene anche arrestato. Poi diventa avvocato e decide di concentrarsi sui diritti civili e le vittime della repressione. Entra negli ambienti politici progressisti del paese e quando nel 2002 il suo amico Roh Moo-hyun vince le elezioni, lui ne diviene il consigliere.

Prima che Kim irrompesse sulla scena la campagna elettorale aveva avuto come proprio focus la questione economica. Quanto alle riforme, secondo Moon, c'era da mettere mano alla costituzione e provvedere a un radicale cambiamento della figura del «presidente imperiale»; Moon aveva inoltre auspicato misure per arginare il potere dei chaebol. Anzi appena eletto, forte del sostegno della mobilitazione popolare, aveva promesso di voler avviare un’iniziativa «per riformare i conglomerati industriali».

Tutto finito?

Moon si è trovato al centro delle polemiche della stampa, per la sua insistenza sulla via del dialogo, ribadita anche di recente, invece di provvedere a una vera e propria modernizzazione e implementazione di una strumentazione militare adatta a garantire la sicurezza dei coreani.

Tutti sanno che se si dovesse arrivare a un punto di non ritorno, le prime vittime di un eventuale conflitto sarebbero sud coreane. Il Chosun Ilbo, quotidiano sudcoreano di area conservatrice, sta accusando quasi ogni giorno la presidenza di inadeguatezza di fronte alla minaccia di Kim Jong-un definendo «patetiche» le risposte militari che Seul sembra essere in grado di organizzare e chiedendo a gran voce al presidente di «tornare nel mondo reale» e provvedere a risolvere i problemi.

A Moon va altresì riconosciuto, e questo il Chosun pare dimenticarlo, il suo via libera alle recenti esercitazioni con gli Stati Uniti che simulavano combattimenti e una vera e propria invasione al di sopra del 38° parallelo, percepito subito da Kim come una minaccia al suo regno; non è un caso che le recenti escandescenze da parte di Pyongyang siano arrivate proprio in concomitanza e dopo queste esercitazioni.

Del resto Moon oggi si trova in una posizione delicata e non solo per demeriti suoi, perché tutto ruota intorno ai rapporti tra Cina e Stati Uniti. Gli inviti al dialogo del presidente sud coreano sembrano essere più un tentativo di guadagnare tempo in attesa che qualcun altro risolva la situazione.

Così facendo, forse, tutto quell'impeto di partecipazione popolare, di ottimismo e pacifismo che aveva seguito la sua ascesa rischia di virare ben presto su una realpolitik intrisa di senso di sicurezza e di necessità di armarsi. Il resto dell'area, il Giappone per primo, lo sta facendo: sarà dura per Moon barcamenarsi dalla sua volontà pacifista e dalla necessità di garantire la sicurezza al suo paese, in un contesto ormai così caotico come quello asiatico, nuovo ritrovo di confronti delle due maggiori potenze mondiali, Usa e Cina.

@simopieranni

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