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Cosa ci spiega della Cina l'ergastolo al professore uighuro

Il professore uighuro Ilham Tohti è stato condannato all’ergastolo. La copertina di questa settimana dell’Economist è dedicata al potere accumulato da Xi Jinping. Un articolo sul Wall Street Journal, scritto da un ex funzionario dell’amministrazione americana, specifica che l’Occidente non ha mai capito granché della Cina. Tra questi tre eventi, c’è un nesso comune che ci racconta molte cose della Cina contemporanea.

Xi Jinping è il presidente cinese che ha saputo accumulare più potere nella storia della Repubblica popolare, più di Mao e più di Deng. Ha stretto ideologicamente il Partito, ha massacrato i suoi avversari con la campagna anti corruzione, ha lanciato il Sogno cinese. Proprio mentre Alibaba faceva furore sui mercati americani, Ilham Tohti, un docente universitario uighuro, annoverato tra i «moderati», venivano condannato all’ergastolo.

Intanto, prima riflessione: Liu Xiaobo, considerato «sovversivo», fu condannato a 11 anni. Altri attivisti, anche recentemente, hanno dovuto far fronte a condanne, ma mai a vita.

Perché si vuole colpire in modo così duro, proprio Tohti? Perché – sarebbe l’ora lo dicessero in modo chiaro anche i media mainstream – Pechino, il Pcc, non teme affatto la dissidenza politica.

Ma teme, in modo forte, il «separatismo» e più specificamente il rischio che le periferie dell’Impero creino problemi, gravi, anche al centro.

Xinjiang e Tibet, dunque, sono questioni fuori da ogni discussione e se c’è da colpire duro, condannando una persona che – lo sanno bene anche a Pechino – non ha mai avuto posizioni separatiste, si colpisce duro.


Da questo discende una seconda riflessione, evidenziata anche dal pezzo sul Wall Street Journal citato all’inizio e per certi versi anche dall’Economist: per quanto l’Occidente cerchi di ridurre tutto alla questione «democratica», il potere politico in Cina è ben saldo, a livello interno. Tanto che i movimenti contrari sono pochi, vengono immediatamente colpiti e e di fatto «finiti». Il Pcc non ha alcuna idea di mollare la presa, anche perché in questi trent’anni la qualità di vita dei cinesi è cambiata, sono stati anni percepiti - nei fatti - come prosperi e pacifici. La maggioranza dei cinesi pensa questo e sarebbe l’ora che l’Occidente lo desse come fatto acquisito.




E che cominciassimo a concepire la forma di governance della Cina, come qualcosa che, come scritto dal Wsj, «non scomparirà tanto presto dalla Storia». Il Pcc discute di governance, di stato di diritto, di democrazia interna. A suo modo, rappresenta un governo stabile, per certi versi – come abbiamo sempre sottolineato, anche in questo post – ottuso e autoritario, ma è completamente nel pieno controllo della situazione.


Il Pcc, teme le periferie, il rischio di problemi in zone limitrofe ma fondamentali per il proprio sviluppo economico (risorse, rotte commerciali). Le questioni politiche interne, ormai dovrebbe essere chiaro, sono fuori discussione.

 
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