Cosa è successo in Cina nel 2015 e quali sono le sfide del 2016

Chi si occupa di Cina, spesso tende a notare come quanto succede nella Repubblica popolare passi spesso inosservato. Con la stampa internazionale focalizzata sulle grandi crisi internazionali o le «emergenze» che di volta in volta si creano (ad esempio la crisi greca, poi quella dei migranti, poi la guerra in Siria, poi elezioni francesi, infine spagnole) gli eventi che accadono in Cina, diventano rilevanti solo – pare – quando mettono in difficoltà il governo di Pechino.

REUTERS/China Daily

La Cina nel 2015, non a caso, ha trovato le prime pagine dei giornali occidentali quando in agosto si è resa decisamente chiara la difficoltà della borsa di Shanghai, con la conseguente considerazione di un paese in difficoltà, a causa di una crescita più bassa degli ultimi anni, che poteva porre a rischio l'intera economia cinese.

Pechino in realtà fornirebbe ogni giorno argomenti validi per conoscere e capire meglio come si muove, al proprio interno e all'esterno, il colosso cinese. Al di là della crisi borsistica, infatti, il paese sta faticosamente tentando di trasformare il proprio modello produttivo, tentando di eliminare le «tare» causate da uno sviluppo che fino ad oggi ha privilegiato la quantità a scapito della qualità.

Riassumendo, le grandi novità del 2015 in Cina sono state principalmente tre: innanzitutto l'abolizione della legge del figlio unico, poi il concetto di «nuova normalità» e infine il fatto che la valuta cinese, lo yuan, sia stato inserito nel paniere dell'Fmi delle monete che compongono i «Diritti speciali di prelievo» (una decisione arrivata proprio sul finire dell'anno).

Per quanto riguarda la legge che imponeva a tutte le coppie di avere solo un figlio, si tratta di un provvedimento che è in vigore nel paese dal 1979. Secondo gli uffici della pianificazione familiare locali, la legge avrebbe evitato un incremento di 400 milioni di abitanti. Negli anni però la popolazione è invecchiata, si è creato un grave squilibrio tra uomini e donne e le fabbriche hanno lamentato la mancanza di forza lavoro (e questo è diventato un problema su cui si sono concentrate molte azioni del governo, compresa la repressione delle lotte dei lavoratori che nel 2015 sono raddoppiate, rispetto a quelle del 2014, segnalando una nuova combattività sociale da parte dei lavoratori cinesi).

Da quest'anno dunque sarà possibile avere due figli, la regola varrà per ogni coppia (di qualsiasi origine ed etnia) nella speranza di avere una popolazione più giovane a disposizione. Secondo gli esperti il cambio di rotta non sarà sufficiente ad invertire - nell'immediato - il trend di invecchiamento del paese e la mancanza di manodopera nei polmoni produttivi della Cina. In secondo luogo il governo di Pechino ha dato vita al concetto di «nuova normalità», termine utilizzato dalla leadership per segnalare l'atteggiamento che dovrà segnare il futuro della Cina. I cinesi dovranno abituarsi a una crescita ormai sotto o pari al 7% e uno sviluppo economico capace di dare più rilevanza alla qualità, rispetto alla quantità.

Il grande obiettivo del 2016 è mettere le basi per questo passaggio: da un'economia degli investimenti e delle esportazioni, ad una basata sul mercato interno. Tra gli obiettivi, inoltre, quello legato all'inquinamento. Pechino ha sancito la nascita del Green Development Fund, per «promuovere la produzione pulita e lo sviluppo sostenibile».

Il Fondo è previsto nel nuovo piano quinquennale che prevede anche, a partire dal 2016, l'inizio della fase che dovrà sancire il raddoppio del Pil e del reddito medio pro capite del 2010; risultato che dovrà essere raggiunto completamente nel 2020.

C'è poi tutto il risvolto internazionale. La Cina è particolarmente impegnata a garantirsi il controllo del Pacifico e delle isole contese con tanti paesi dell'Asia e con la presenza sempre più importante degli Stati Uniti. Recentemente la tensione è nuovamente salita, perché gli Usa hanno mandato in ricognizione due B-52 sulla zona vicino le Isole Spratly, nel Mar Cinese Meridionale. Pechino ha reagito in modo rabbioso precisando che azioni del genere devono essere evitate.  Lo scorso dieci dicembre, i due bombardieri strategici americani hanno sorvolato lo spazio aereo vicino un’isola dell’arcipelago.

Personale militare sull’isola, ha fatto sapere il ministero della Difesa nazionale cinese, ha avvertito i B-52 di andarsene. Gli Stati Uniti hanno proseguito l’invio di aerei e navi militari per dimostrare la propria forza ben sapendo di aumentare la tensione in un’area contesa da Cina e altri paesi asiatici.

Questa, secondo la Cina, è una dimostrazione di forza e finisce per «creare tensioni nelle acque e nello spazio aereo». La Cina ha voluto aggiungere nel proprio comunicato di reazione «che queste azioni hanno gravemente minacciato la sicurezza di personale e strutture cinesi così come la pace e la stabilità nella regione».

Il Ministero ha quindi affermato che le azioni da parte americana sono state una seria provocazione militare, che genera condizioni complesse nel Mar Cinese Meridionale e persino la militarizzazione della regione. Le forze armate cinesi hanno fatto sapere che adotteranno qualsiasi misura necessaria per la salvaguardia.

Washington – come al solito — ha respinto le accuse, sostenendo che lo «sconfinamento» dell’aereo, un B 52, è stato casuale. Secondo il ministero della difesa di Pechino, invece, si è trattato di «una grave provocazione». Si è trattato, ha aggiunto il ministero in un comunicato di una «prova di forza» da parte degli Usa.

Le rivendicazioni cinesi sono contestate da altri paesi rivieraschi tra cui Vietnam, Filippine, Malaysia e Brunei.
In ottobre gli Usa avevano inviato due navi da guerra nelle acque rivendicate da Pechino, affermando che si trattava di un’azione volta a difendere la libertà di navigazione. E oltre un anno prima la Cina aveva dichiarato una zona di difesa aerea, duramente contestata da Stati uniti e alleati asiatici.

Nella zona del mar cinese meridionale, e più in generale nel Pacifico, da tempo si svolge una vera e propria guerra di nervi tra Cina e Stati uniti, con Washington che ha fatto sapere di essere pronta a spostare entro il 2020 il 60 per cento della propria forza marittima da guerra nell’area. Si tratta del frutto della cosiddetta strategia obamiana del «pivot to Asia», vera e propria manovra di contenimento della potenza cinese.

Il pivot to Asia si esplica attraverso «provocazioni» come quelle denunciate da Pechino e attraverso un forcing commerciale che ha portato recentemente alla chiusura dell’accordo di libero commercio con i paesi asiatici, il Tpp.

@simopieranni

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