Cosa pensano in Cina dei "nuovi" leader comunisti in Vietnam

A Pechino c'era attesa per capire le scelte del Partito comunista del Vietnam. I media locali hanno sottolineato il buon risultato, la conferma di Nguyen Phu Trong, che tiene il partito e il paese più vicino alla Cina, benché non manchino elementi di tensione e scontro tra I due paesi (l'alleanza con gli Usa e la situazione nel mar cinese meridionale).

Il nuovo segretario del Partito è ancora lui, Nguyen Phu Trong. Il leader, 71 anni, laureato in Unione sovietica e già al vertice dei comunisti vietnamiti, ha superato il primo ministro Nguyen Tan Dung, 68 anni, la cui carriera politica è praticamente finita, essendo stato escluso totalmente dai gangli di potere del Partito, in attesa di essere destituito anche dal ruolo di premier.

La conferma di Trong, considerato un politico pro Pechino, dovrebbe dunque rassicurare la situazione in Cina, che può contare - di nuovo - su un segretario, quanto meno ideologicamente, vicino ai propri leader. E soprattutto vedrà qualche cambiamento in politica economica a causa della caduta rovinosa di Dung.

Il Vietnam viene considerato, in Asia, una piccola Cina, perché da tempo ha saputo ritagliarsi un proprio spazio economico e diplomatico. Nelle settimane scorse si è parlato di Taiwan, l’isola ribelle che ha eletto per la prima volta una presidente donna. Ma Taiwan, ex tigre asiatica, oggi cresce poco, un misero 1 per cento. Il Vietnam invece va veloce come la Cina, quasi: cresce al 6,7 per cento (la Cina, secondo gli ultimi dati, al 6,9).

Ma chi ha avuto l’opportunità di visitare tanto la Cina quanto il Vietnam, avrà sicuramente notato una differenza enorme: la popolazione vietnamita, in confronto a quella cinese è molto più giovane. Fino a poco tempo fa la maggioranza della popolazione vietnamita era composta da under 30, una forza economica da non sottovalutare.

Il Vietnam ha saputo approfittare della «nuova normalità» cinese, proponendosi come paese nel quale investire e produrre a basso costo. Il meccanismo infatti ricalca molto da vicino, seppure in scala ridotta, quanto messo in moto da Pechino negli anni ’80: attirare investimenti, garantiti da tanta forza lavoro, giovane, vigorosa e naturalmente salari bassi, ancora più bassi che in Cina.

Economia mista, con la guida di un partito unico che nei giorni scorsi, riunito nel suo dodicesimo congresso, ha deciso i nominativi della leadership che guiderà il paese nei prossimi cinque anni. Nessuna sorpresa, perché nonostante il consueto clima di segretezza che ha circondato l’happening, quest’anno molte indiscrezioni hanno finito per caratterizzare l’evento, rivelando uno scontro al vertice feroce, il cui esito era apparso tuttavia scontato.

Le nomine del recente congresso, per quanto previste, sono in profonda controtendenza con il resto del paese, almeno dal punto di vista anagrafico, dato che il Vietnam ha un’età media di 29 anni, e in cui il 70 per cento della popolazione è composto da persone tra i 15 e i 60 anni; ma è pur vero che le nomine avvengono all’interno del Partito (dove i due membri influenti più giovani hanno 40 anni e l’età media dei funzionari è di 53), senza alcuna votazione da parte dei 93 milioni di vietnamiti (né degli oltre 4 milioni di iscritti al Partito).

Il dato più immediato è il seguente: la nomina di Trong sembra poter essere apprezzata da Pechino, scettica rispetto al dinamismo liberista di Dung, favorevole alle riforme di mercato e già firmatario del Tpp con gli Usa. Quindi il Vietnam potrebbe rallentare, in parte, le proprie riforme economiche e muoversi più all’interno di un’orbita filo cinese; concludere che i giochi siano fatti - però - sarebbe un grave errore.

@simopieranni

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